CONFRONTO TRA LE ESPERIENZE DI INTEGRAZIONE MESSE IN CAMPO IN SVIZZERA, INGHILTERRA E GERMANIA.
lunedì 29 settembre 2008.
CONVEGNO UNAIE: LE POLITICHE DI INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI NEI PAESI EUROPEI/CONFRONTO TRA LE ESPERIENZE DI INTEGRAZIONE MESSE IN CAMPO IN SVIZZERA, INGHILTERRA E GERMANIA.
INFORM - N. 186 - 26 settembre 2008
Prima sessione del convegno promosso dall’Unaie
Le politiche di integrazione dei migranti nei Paesi europei
Una confronto tra le esperienze di integrazione messe in campo nei Paesi europei a più forte impatto migratorio: Germania, Svizzera, Inghilterra
ROMA – Un confronto sulle politiche europee dell’integrazione verso i migranti, nella prima sessione dei lavori del Convegno organizzato dall’Unaie su “Cittadinanza, integrazione e politiche migratorie”.
I relatori invitati ad intervenire nella prima parte della mattinata, presieduta da Daniele Marconcini, vice presidente Unaie, hanno offerto un quadro delle esperienze di integrazione e confronto con i migranti messe in campo dai Paesi europei più direttamente coinvolti nel processo migratorio degli ultimi 50 anni: Germania, Svizzera e Inghilterra.
Edoardo Ales, preside della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Cassino, ha aperto i lavori riflettendo sull’esistenza di un modello di welfare europeo che possa essere inclusivo nei confronti dei migranti. “Non si tratta solo di strutturare un approccio al fenomeno migratorio basato sulla sicurezza o sul lavoro, ma sulla sicurezza sociale nel suo complesso. Possiamo dire – ha aggiunto Ales – che emerge una tradizione continentale fondata sulla capacità della comunità di farsi carico del rischio, evitando che l’individuo si trovi solo dinnanzi ad esso.
Se da un lato però emerge negli ultimi anni una riflessione, a livello europeo, sull’inclusione sociale, dall’altra crescono le preoccupazioni sugli aspetti economici di questa inclusione”. “La cittadinanza europea – aggiunge Ales – spesso agisce come una barriera: si parla di libera circolazione di lavoratori e si trascura quella delle persone.
Emergono interrogativi sulla sostenibilità economica della libera circolazione degli stranieri che provengono dai Paesi extra UE”. Se il ritratto della politica europea in materia di integrazione emerge in chiaroscuro, non diverso è il quadro che l’on. Laura Garavini, eletta per il Pd nella ripartizione Europa, traccia dell’approccio tedesco al fenomeno. “Per decenni la Germania, pur essendo il Paese europeo con la quota più alta di immigrati presenti, ha rifiutato di riconoscersi come terra di immigrazione – ha detto Garavini. “Questo mancato riconoscimento ha provocato molti danni nel percorso di integrazione degli stranieri in Germania – ha proseguito. –
Solo negli ultimi anni le cose sono cambiate e per le politiche rivolte agli stranieri è cominciata una nuova stagione culminata con il Piano d’integrazione nazionale, firmato dal cancelliere Merkel nel luglio del 2007. Esso, discusso con tutte le parti istituzionali e sociali interessate, si basa sul principio della promozione dell’integrazione sociale degli immigrati, a cui viene chiesto un reciproco impegno di rispetto delle regole e della costituzione tedesca”. “L’integrazione è quindi divenuta oggi una priorità del sistema Paese tedesco – ha concluso Laura Garavini – riconosciuta come tale da tutti i suoi cittadini, come dimostrano la protesta della città di Colonia e il rifiuto degli eccessi di razzismo e xenofobia alla base della manifestazione vietata pochi giorni fa”.
Ha spiegato i contenuti del Piano tedesco Giuseppe Scigliano, presidente del Comites di Hannover che ha partecipato alle consultazioni preparatorie: apprendimento della lingua, sostegno al successo scolastico e formazione professionale qualificata sono gli snodi attraverso cui passa l’integrazione dei cittadini immigrati. “Nonostante siano 15 milioni le persone aventi in Germania un passato migratorio, sono ancora preoccupanti i dati che riguardano la loro condizione attuale.
Gli immigrati hanno un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello dei tedeschi (23% contro 12%). Il 60% dei turchi non sono in possesso di alcuna qualifica, così come il 48% degli italiani. Sui 23.000 connazionali residenti in Bassa Sassonia – prosegue Scigliano – solo 2.713 hanno un diploma, 794 una laurea. Il piano nazionale è una realtà a cui tutti crediamo, perché le risorse ad esso destinate sono 750 milioni di euro all’anno. Se lo Stato fa la sua parte, così anche noi immigrati siamo chiamati a fare la nostra”.
Molti gli italiani anche a Londra: 300.000 secondo le stime riportate da Silvia Pieretti, economista nella capitale inglese, che da questi mesi si dovranno familiarizzare con le nuove norme introdotte dal governo sull’immigrazione. Mentre però, per i cittadini dei Paesi Ue le cose sembrano non cambiare molto, si infittiscono le maglie per chi arriva dagli altri Paesi. “Un sistema a punti favorirà l’ingresso delle persone altamente qualificate – spiega Pieretti – mentre per le altre i datori di lavoro inglesi dovranno dimostrare di fungere da sponsor e non poter attingere dalla risorse domestiche. In ogni caso il permesso di soggiorno accordato non sarà permanente”.
Infine, la Svizzera, destinazione di molti connazionali dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. “Anche qui gli immigrati italiani venivano considerati come lavoratori temporanei, il cui ingresso sarebbe stato fatto ruotare nel corso degli anni – ha detto Sandro Cattacin, sociologo dell’Università di Ginevra. – Fortunatamente l’integrazione si è sviluppata dal basso, specie con l’impegno delle associazioni di immigrati ed è stata sostenuta da politiche progettate per la stabilità sociale, l’economia in crescita e una politica orientata al consenso”.
Viviana Pansa – Inform