Quando furono aboliti gli esami di riparazione coloro che avevano lottato contro una scuola classista credettero abbattuti definitivamente gli ultimi resti di una scuola gentiliana che lasciava il figlio del manovale con le sue cento parole, contro le mille del figlio del padrone”. Potersi permettere le lezioni private nel periodo estivo o rinunciare al recupero per ripetere l’anno era l’alternativa che si poneva agli studenti che avevano manifestato difficoltà nell’apprendimento di determinate discipline. Ben presto, però, ci si accorse che la scuola di classe aveva lasciato il posto al facilismo e al permissivismo ammantato di generica apertura al sociale.
Una riforma radicale come quella dell’abolizione degli esami di riparazione che avrebbe dovuto rivoluzionare soprattutto i criteri valutativi venne interpretata dai docenti non come un’occasione da non perdere se si voleva mettere in crisi quei colleghi che riversano sugli allievi la responsabilità dei fallimenti dell’azione didattica, ma come una sorta di condono fiscale ad alunni pigri e indolenti.
Le promozioni divennero di massa, i debiti non pagati proliferarono, i docenti fissarono gli obiettivi didattici a livelli minimali adeguando l’azione educativa ad un allievo ideale che attraverso la programmazione di progetti ritagliati per lo più sui suoi presunti interessi avrebbe acquisito senza alcuna fatica, competenze e contenuti.
Si frantumarono così in una miriade di iniziative di istituto, programmazioni rigorose tese allo svolgimento di vecchi programmi ministeriali che, pur incapaci di modularsi sulle esigenze di scolaresche sollecitate da nuovi stimoli massmediatici, garantivano agli alunni una preparazione culturale di base più solida e riconoscibile specie al loro ingresso all’università.
Allo sconvolgimento didattico, al fervore di iniziative e innovazioni tecnologiche che hanno caratterizzato il decennio trascorso nelle nostre scuole, non è corrisposto però il graduale adeguarsi delle didattica della lezione che rimane per lo più legata allo schema tradizionale e stantio dell’insegnante che senza nessun ausilio tecnologico racconta ai suoi studenti gli avvenimenti tenta di dare una spiegazione del loro succedersi e del loro concatenarsi, usa un linguaggio che suppone condiviso con i suoi alunni, non si pone problemi di linguaggi speciali. Nulla garantisce pertanto, oggi come ieri, che il messaggio giunga con lo stesso contenuto e con la stessa intenzionalità ad alunni per lo più distratti da sollecitazioni tecnologiche di ben altro tipo.
Oggi con la reintroduzione degli esami di riparazione piuttosto che un ritorno al passato in termini recriminatori ci piace pensare che la scuola voglia rivedere i processi di valutazione formativa che presuppongono competenze didattiche e metodologiche aggiornate soprattutto in quella componente fondamentale della relazione educativa che sono i nostri docenti.
giovanna casapollo
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