Presento qui un estratto della sceneggiatura di “I re di Tharsis”, tratta dal romanzo “Tharsis” (ed. PTM Mogoro) sempre del sottoscritto.
“Tharsis - Giorni di vita quotidiana nella Sardegna preistorica” è un romanzo etnico che si propone di indagare e far risaltare alcuni degli elementi primordiali che hanno strutturato la nostra inconfondibile identità sarda.
L’estratto proposto è il discorso di… accoglienza da parte del capo dei barbaricini Amsicora rivolto a tre ambasciatori romani (Cornelius, Potitus e Vincentius) inviatigli dai duumviri di Usellus per trattare un accordo di amicizia tra Roma e le tribù sarde dell’interno.
La sceneggiatura completa è a disposizione degli sceneggiatori che vogliano realizzarla in pellicola per il grande o piccolo schermo. Un film con un tema così originale nel panorama cinematografico e di questa portata, costituirebbe un evento importante, io credo, di grande richiamo per la nostra terra e apporterebbe numerosi benefici indotti per il turismo nel cuore della Sardegna, per comprendere veramente la sua identità.
Un nuraghe all’interno della grotta di Tiscali
Da un soppalco incannicciato, per una breve scaletta di legno scende un uomo gigantesco sulla cinquantina, che veste una lunga mastruca corvina. Indossa larghi pantaloni di lino bianco fasciati alle gambe da òcree lustre che emanano zaffate di sugna rancida.
Su questi pantaloni, porta ampie ragas nere (il tipico gonnellino del costume sardo) tenute ai fian-chi da una robusta cintura di pelle, con figure e scene pastorali elegantemente pirografate. In una bandoliera ad armacollo tiene infilato un vistoso pugnale.
E’ lui, il mitico e temuto capo Amsicora. Di sotto alla berritta (copricapo) di albagio, cascante su un orecchio, fuoriescono due folte sopracciglia che sottolineano una larga fronte conciata dal sole, d’una durezza metallica.
Sulle guance e tutto intorno alla dura pennellata della bocca, una grande barba brizzolata.
I suoi occhi, che sembrano due frecce puntate dietro un cespuglio, sono fulminanti e non perdono di vista un attimo i Romani, che davanti a quello splendido esemplare di Sardo, si sentono come poveri settimini stenti e impacciati.
Egli si siede su un robusto scranno di ferula, mostrando l’evidenza del suo potere. Un servo gli porge una sardesca (la lancia corta sarda). E’ diritto e solenne come uno Zeus in trono. Amsicora fa un cenno di assenso e con la lancia indica ai visitatori di sedersi.
86. INTERNO GROTTA DI TISCALI - AMSICOR
CORNELIUS
Cornelius si alza in piedi. Con evidente impaccio e la lingua allappata, dice:
Salve, grande Amsicora, scaltra e forte volpe della montagna. Tu sei il famoso e temuto Amsicora, capo dei temerari Galillenses e della gente dei monti.
Noi ti portiamo il saluto dei Romani e di Marco Aristio Balbino Atiniano, duum-viro di Uselis. Le nostre parole sono di pace e in pace veniamo per offrirti l’ami-cizia dei Romani. Non vogliamo né le tue greggi, né le tue donne, né le tue cose. Siamo qui come amici…
Amsicora, lo sguardo fisso su un punto indeterminato del pavimento, si liscia la barba e, sempre molto concentrato, fa cenni affermativi con la testa.
Prendendo il coraggio a due mani, anche Potitus si alza.
POTITUS
Mi chiamo Potitus, grande Amsicora. Sono un ex ufficiale. I Romani, grande e nobile Amsicora, sono un po’ infastiditi, anzi, molto contrariati direi, per gli in-cendi e le ruberie che avvengono, certamente non con tuo consenso, a causa dei tuoi pastori nelle campagne della loro Romània e vogliono fare un accordo con te.
Potitus si rende subito conto di aver fatto una gaffe madornale. Infatti Amsicora, dopo la sua maldestra uscita, ha smesso i cenni di assenso con la testa e rimane immobile per qualche tempo. C’è un silenzio agghiacciante nell’aria.
Le nere sopracciglia gli si aggrondano e il suo volto monumentale si rannuvola. Sono momenti che creano un’ansia indicibile nei Romani; sembrano eterni e molto funesti.
Si tocca con mano la terribile tempesta che sta per scatenarsi. I soldati, tanto per farsi un po’ coraggio, si danno di gomito tra loro. Cornelius sussurra:
CORNELIUS
Histe dormit (questo qui s’è addormentato)
ALTRO MILITARE
… oppure è arrivata l’ora della nostra condanna a morte. Qui la mette male, molto male, amici miei.
Amsicora strizza sempre nervosamente la sua barba, come per spremerne l’essenza di quanto sta per dire. Non si sente un brusìo e l’ansia degli ambasciatori comincia a diventar terrore.
Dopo un po’, il capo sardo pianta con violenza la lancia per terra. Alza la testa e si leva in piedi in tutta la sua imponenza. Inchiodandoli con occhi di fuoco, lentamente comincia a parlare.
La sua voce profonda freme.
AMSICORA
Della loro Romània, avete detto?!... Dalle vostre parole vi giudico, latrones Ro-mani. Queste non sono parole di amici, ma di padroni. Noi siamo qui i padroni, i difensori, i giudici e gli esecutori delle sentenze, in casa nostra. Senza il permesso dei Romani.
Le vostre sono parole abiette per noi Sharden. Qui, ricordatevi, è Sharden, la terra di Sharden, casa nostra, da dove nasce fin dove tramonta il sole. Dove voi avete i piedi è terra nostra, dove ha i piedi il vostro magistrato Marco Aristio è terra nostra. Fin dove mareggiano le vaste acque è mare sardum.
Non volete niente, dite, in cambio della vostra amicizia… Perché mai siete qui allora? Chi vi ha chiamato? Cosa volete?
Gli incendi nelle campagne e quello che voi chiamate bardane e furto di bestiame, avvengono perché voi comprendiate e tiriate le conseguenze.
Offrite amicizia per chiederci la nostra libertà, se ho capito bene. Ma che strana offerta di disinteressata pace… Che baratto infame! Chi dona’ cosa aspetta’ cosa, dice un nostro proverbio. Noi non patteggiamo nessuna libertà con Roma, non barattiamo la nostra terra con la vostra amicizia, perché qui noi siamo, già di nostro, padroni e liberi. La libertà non ce la concedono i Romani. Tutti voi stra-nieri vi siete avvicendati a portarci regali: chi ci ha portato la malaria perniciosa, chi ci ha minacciato di morte se piantavamo alberi fruttiferi invece di fare solo agricoltura, chi ci ha angariato con imposizioni da fame, chi ci ha defraudato delle grandi ricchezze che stanno sopra e sotto la terra… la nostra terra…
Adesso abbiamo sentito che sono arrivati ancora quattromila Romani per darci la caccia. Caccia grossa, come agli animali. I Romani a noi… In casa nostra! Ma quanta arroganza dovremo ancora sopportare? E meno male che non volete nien-te da noi… Ora tocca a voi Romani, con la vostra protervia spudorata, offrirci i vostri doni e la vostra… amicizia. Allora, dobbiamo forse, noi, defraudati dei nostri beni e della nostra libertà, essere in amicizia con i latrones Romani, in modo che essi possano sfruttare in tranquillità la terra di Sharden?
Dobbiamo chiedere ai Romani il permesso di vivere? Se questo è il contraccambio che aspettate per la vostra amicizia, alzate i culi e riportatevi pure indietro la vostra offerta. Troppo buoni, troppo generosa offerta…
Dite ai vostri duumviri che il furore della gente dei monti è al colmo, al colmo. A noi, Sharden, non piace l’iniquità e non siamo capaci di essere nel contempo amici e ospiti fraudolenti.
E tu (accennando col capo a Potitus), Potitus è che ti chiami, vero? Sei un sardo, come ho capito dalla pronuncia. Quindi sei schiavo dei Romani, sei un traditore. Hai fatto male. Vieni qua… avvicinati!... Di più! Non mi piace urlare.
Potitus, titubante, si avvicina
Amsicora (azzarda Potitus), sì, io sono sardo, sono nipote del grande Nuhr, figlio di Babai del nuraghe di Bannar, che tu conosci. Non sono un traditore.
La pace che io ti porto è vera, non è solamente la pace che ti portano i Romani…
Amsicora, al colmo del furore, agguanta la lancia e trafigge Potitus, che si accascia a terra con un lamento. Gli altri Romani del gruppetto sono come annichiliti dal terrore. Intuiscono che anche per loro è finita.
Fanno per andar via, ma vengono fermati con le punte delle sardesche dalle guardie del re-pastore, che così continua riferendosi ai messi:
AMSICORA
E riferite queste mie parole a Marco Aristio. Ditegli che ora avete stancato la nostra gente e gli spiriti dei nostri avi, con le vostre ingiustizie e ribalderie.
Accidenti a voi! Eravamo tanti uomini, in pace, nella nostra fertile terra… I nostri avi hanno combattuto con i popoli del mare in oriente e difeso il grande faraone, migliaia di lune prima che esistesse Roma.
Arrivano i Fenici, arrivano i Punici, arrivate voi Romani e di tutto ci volete de-fraudare. Noi siamo poveri, già, ma non schiavi. Poveri ma liberi. Qui dentro c’è puzza dei nostri animali, ma questa non è la chiavica della vostra lercia Suburra, né le porche mefitiche dei vostri vespasiani. E quando caghiamo, non ci mettiamo gomito a gomito, o uno di fronte all’altro a parlare di politica, come usate voi, i civili romani.
Non vi confondete! Poveri sì… e ancora facciamo cuocere il latte immergendovi dentro un sasso bollente. Ma non siamo spregevoli e ignoranti schiavi, latrones mastrucati. Noi siamo uomini veri, liberi e forti nella nostra montagna. Solo la ter-ra, il vento, il sole, l’acqua sono i nostri padroni. Non compriamo e non vendiamo schiavi e non passiamo il giorno come voi, in quelle crapule vomitevoli che nean-che i porci… nelle congiure, nel pettegolume o annusando puellae (ragazze) da mattina a sera, come voi sderenati Romani.
Voi… voi siete qualche castigo mandatoci dagli dei per nostra rovina. Male-dizione! Appena sbarcate dalle navi e finite di vomitare, vi sguinzagliate per ogni dove con le ruberie e i saccheggi più scellerati, e non vi basta né l’oriente né l’occidente.
Sappiamo bene che siete maestri nel crearvi pretesti per fare le guerre. Dove arrivate, di tutto fate tabula rasa. E poi la chiamate pace romana…
Ma ora basta, basta! Ditelo al propretore Albucio, ditelo al vostro proconsole Marco Emilio Scauro, quel figlio bastardo di Silla. Ditelo a quel vostro inci-murrito di Cicerone, l’integerrimo avvocato culo e camicia con Scauro, che non volete niente da noi ma solo concederci la vostra amicizia disinteressata…
Che se le nostre forze fossero pari al nostro furore, voi tutti, Fenici, Punici, Roma-ni, o chi diavolo siate… tutti sareste ora sotto i sassi, o in fondo agli abissi del nostro mare sardum. Chiedete qualche informazione a un certo Malco cartagi-nese, o al generale Annone…
Noi siamo in casa nostra, e sempre in pace tra noi. E lottiamo giustamente, credo, per la nostra libertà e per la nostra amata terra. Ci sopraffate con la violenza, con le armi… Noi, forse, non possiamo competere in questo con Roma. Ho detto forse... Ci potrete piegare, defraudare, affamare, rendere schiavi… Ma questo non vuol dire conquistarci o diventare nostri padroni. Una cosa non potrete mai piegare: la nostra dignità, la nostra identità.
E adesso, liberate la mia vista dalla vostra disgustosa presenza. Mi fate vomitare. Non vi uccido perché mi fate compassione. Via di qui e non tornate mai più davanti ai miei occhi, latrones romani.
I Romani, come ubriachi di terrore, scappano a rompicollo giù per i sentieri della valle. Riprendono i cavalli che hanno lasciato a distanza e galoppano in direzione di Uselis come fossero inseguiti da uno sciame di vespe. Arrivano a Uselis che sembrano stracci ambulanti.
vitale scanu
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