ASPETTANDO IL ROMANZO "BACHIS FRAU EMIGRATO"
lunedì 17 settembre 2007 di vitale scanu
ASPETTANDO BACHIS FRAU
Di Vitale Scanu
“CAPO CARBONARA”, LA NAVE DELLE PECORE VOLANTI
Alita adesso un sentore di salmastro. Siamo infatti in prossimità del mare, in vista dello storico e antico porto della Gallura, Olbia, dove pare che Ulisse abbia incontrato i Lestrìgoni.
Ancora qualche decina di chilometri; il treno rallenta e infine si ferma, lanciando un lungo sbuffo come di sollievo, sfiancato per la faticaccia sopportata. Tutti sciamano dai vagoni verso la nave che attende, già con i comignoli fumiganti. E’ sera quasi e manca poco alla partenza. A Bachis, la massa gigantesca e tutta vibrante della nave, che vedeva per la prima volta, sembra una cosa enorme, prima inimmaginabile, un mostro apocalittico che si staglia nell’aria, mentre il sole tramonta, inoltrandosi in una muraglia di nuvole nere dai bordi infuocati.
Alcuni lampioni, attorno ai quali giostrano sciami di moscerini, illuminano di una luce giallastra tutto lo spiazzo del porto. Laggiù in fondo alcune auto fanno la gimcana tra i carretti e le persone. Barche piccole e grosse, con i loro alberi beccheggianti, sono ormeggiate lungo le banchine. L’aria, che puzza di pesce e di alghe marce, è riempita da un vocìo e uno sferragliare indistinti; si alza ogni tanto il fischio del treno e l’urlo di qualche sirena, frammisti allo scarrucolare di catene sulle bitte.
Lentamente sale, per uno scalandrone un po’ traballante, una lunga teoria di uomini, donne, bambini, giovani, anziani… Una porta di ferro sulla fiancata della nave ingoia tutte quelle vite, ognuna con una valigia, un fagotto, una sua storia; tanti affetti, gioie e pianti, felicità o sofferenze di lunghi addii. I bambini stringono un giocattolo, le bambine una bambola, e salutano con la manina voltandosi indietro. Da un’altra porta e da un’altra scala altrettante persone scendono. I loro sorrisi contrastano con l’aria mesta di chi sale e poi sparisce dentro, chissà dove.
I viaggiatori appena sbarcati, arrivando giù in fondo ai gradini incontrano nella banchina braccia tese che li accolgono con affetto. “Beati loro che stanno arrivando” pensa Bachis, che osserva appoggiato al parapetto. “Tanti fratelli e spose e mamme e figli li attendono… E io invece sto lasciando la mia terra. Che sarà mai della mia vita? Chi lo sa...” Questi sentimenti sono una cruda lacerazione dentro al cuore: all’emigrante che si allontana sembra di sentire la terra piangere e allungare invisibili mani verso di lui. E’ un strappo netto dalla casa, dagli amici, dalle persone care, dai profumi, dai silenzi arcani, dalle solitudini ventose, dai gusti, dai ritmi lenti, dai panorami pastorali, dalla terra antica… Da tutto.
Non sarà espressione molto felice, ma io chiamo questo momento la sindrome dello scalandrone… Gli spaghi che legano quei modesti bagagli, ancor più annodano in questo momento il sardo alla sua terra, segnandone l’anima. E’ un ponte, quello scalandrone, una frontiera, un limite tra due mondi profondamente alieni l’uno all’altro, il punto di frizione dove l’antico e il moderno, il passato e il domani si scontrano. E’ qui la vera frontiera per l’emigrante. Attraversarla, fare anche un solo passo oltre quella linea immaginaria che segna la fine di un mondo e l’inizio di un altro, significa sottoporsi a una trasformazione profonda.
Quello scalandrone assomiglia tanto alla barca da cui Lucia saluta il proprio paese: “Addio, monti, sorgenti dall’acque…” La frontiera, il limite, il confine scuotono le coscienze. Sono il luogo in cui non si può sfuggire alla verità, perché spogliano dei panni di un’esistenza quotidiana, dandoci occhi nuovi per osservare cose nuove. Molti sardi (i più) lo affrontano traghettando ostinatamente verso il futuro ignoto la propria identità e i propri sogni; altri sullo scalandrone soccombono, perdendo qui la partita: o accettano di omologarsi a una nuova identità culturale, a un altro mondo, o vengono travolti dalla nostalgia e tornano indietro. Il filo di fumo che esce dai fumaioli della nave indica che le macchine sono già in funzione e attendono solo il via.
Una grande gru preleva dalla banchina enormi “container”, mentre le auto si infilano dentro una dopo l’altra attraverso un portellone dalla parte di poppa e scompaiono nel capace ventre dei garage interni. La gru consegna delicatamente quei giganteschi scatoloni ai marinai che li sistemano in bell’ordine sui ponti, e poi ritorna a girare in aria il suo enorme braccio. Ora aggancia grandi gabbie piene di pecore belanti: è un gregge di animali selezionati che vanno a una fiera nel continente. Bachis trova la scena molto curiosa: “Mai visto una cosa simile: pecore che belano e volano per aria”. La gru fa mezzo giro su se stessa e poi, pian piano, depone il carico nel fondo della stiva, da cui si alza un continuo beee beee in tutti i toni. Si distinguono bene i belati degli agnellini, delle pecore e quelli cavernosi dei montoni e dei becchi.
Dai monti che vanno perdendo i loro riflessi ocra per colorarsi di viola, il sole spande ancora una raggiera di raggi estivi e le ombre diventano sempre più lunghe. Bachis e Brai si guardano attorno spaesati. Hanno acqui-stato il biglietto di terza classe, naturalmente, quello che costa meno, perciò vengono avviati verso un ampio sa-lone di riunione, dove pullula un bailamme indescrivibile di persone e bagagli impilati in ogni angolo. Chi non ha avuto la fortuna di trovare il biglietto per una cabina si sistema un angolino da qualche parte. Alcuni allungano per terra coperte e sacchi a pelo per passare la notte, che si annuncia movimentata. Infatti è previsto un mare forza otto che promette sorprese poco piacevoli. Molti indugiano all’aperto, non sapendo cosa li attende… e dai parapetti dei ponti esterni guardano laggiù le persone, divenute piccole come formiche, che salutano con le mani e i fazzoletti il parente imbarcato. Molti si asciugano le lacrime; altri, facendosi paravento alla bocca con le mani, gridano qualcosa al loro caro che parte e gli ultimi addii carichi di tristezza e di nostalgia.
A una cert’ora, le eliche, dando un potente ruggito, iniziano il loro vorticoso lavoro e un enorme ventaglio di schiuma bianca si allarga a poppa. Un vigoroso fremito che fa vibrare tutta la nave annuncia che si è in partenza. La nave si muove e il piazzale laggiù, con i lampioni e tutta la gente, insensibilmente si allontanano, diventando sempre più minuti e indistinti. Bachis e Brai, fissando la banchina osservano come essa man mano si discosta e rimpicciolisce; pensieri di commozione corrono dal cuore dritto alle loro mamme e alla famiglia lontana. Con gli occhi umidi guardano per l’ultima volta tutto l’orizzonte, seguendo le creste dei monti che si vanno oscurando. Cercando di individuare in quale direzione dietro quei crinali irregolari può essere la loro casa, salutano quelle cime come fossero una persona cara.
Le onde, dietro la nave ribolliscono e frusciano possenti senza posa, agitate dal turbinare delle eliche. “Addio, terra mia. Addio mia casa, addio mamma, Gilda… Quando mai mi è venuta in testa la decisione di lasciarvi per andarmene via… Ma perché, per guadagnarsi il pane bisogna strozzarsi il cuore in questo modo?” «Io me ne torno indietro…», dice Brai dopo un secco singhiozzo. «Cugino, a chi lo dici, a chi lo dici… Sai quanto avrei voglia anch’io di fermare questo coso e di tornarmene indietro.» La nave ha puntato la rotta giusta e accelera la sua andatura. Anche l’ultimo lembo della Sardegna è ora scomparso in fondo all’orizzonte. La sua aria con i suoi profumi, le sue stagioni, la sua gente povera ma onesta, la sua vita rude e serena, i suoi pastori, i suoi campi, il suo silenzio, il vento, le feste, il sole… tutto finito.
L’amata Sardegna adesso è là, dietro l’allibito silenzio del tramonto, dietro quelle nebbie lontane e indifferenti. Un magone struggente attanaglia l’anima e lo stomaco di Bachis, che dal parapetto fissa muto le onde nere che corrono veloci lisciando la fiancata della nave. I due si spostano a poppa. Anche qui, solo il frusciare sordo dell’elica che morde la superficie dell’abisso marino. Ed ecco le prime avvisaglie della notte movimentata. Iiniziano i viaggi andata e ritorno verso i bagni, dove è meglio neanche affacciarsi. Se ti salvi dal mal di mare, lì dentro lo stomaco ti si rivolta di sicuro. Mentre sotto coperta c’è il continuo traffico dei viaggiatori che vanno ai gabinetti, altri, aggrappati ai parapetti esterni, rimettono direttamente in mare. Ai piani di sotto, è pericoloso sporgersi per non ritrovarsi innaffiati da qualche doccia nauseabonda… Bachis e Brai cercano di tenerla il più possibile, ma anche loro devono arrendersi.
Il traghetto adesso corre in mare aperto, dondolando con un’orribile dolcezza i passeggeri ora a destra ora a sinistra, ora avanti e ora indietro. Alle volte sembra di sprofondare negli abissi del mare, altre di risalire fino non si sa dove. “Povero me” pensava Bachis “stanotte è finita. Questa è la mia ultima notte da vivo.” Dalle cabine si sentono i bambini piangere e la gente vomitare. Passano le ore. E’ l’alba e la terribile epidemia di mal di mare sembra un po’ chetarsi. Zombi dal volto terreo, cercando qui e là un appiglio in un equilibrio precario, come ubriachi, allargano le gambe e puntano il proprio bagaglio, allungando in avanti le braccia nel tentativo di raggiungerlo. Il mare finalmente adesso è calmo. Solo qualche increspatura zigrina le onde. In prossimità del porto, l’annuncio, che appare quasi sadico, del capitano: «Buon giorno. Lo sbarco a Civitavecchia è previsto alle ore otto. Il capitano si augura che la traversata sia stata piacevole per tutti e invita i signori passeggeri a disporsi per lasciare la nave. Ricordarsi di non lasciare niente a bordo o nelle cabine.”
Entrando in porto, la nave emette due profondi muggiti, rallenta e quasi ferma la sua corsa, dirigendosi in-sensibilmente in abbrivo verso il molo di sbarco. Così gli emigrati viaggiavano ai tempi eroici delle loro trasferte fuori della Sardegna in cerca di un lavoro per assicurare un futuro a sé e alle proprie famiglie.
vitale scanu
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