di Marinella Lőrinczi - Fonte: l’altra voce

Allo sportello i cococò della limba

Non si duplica la Catalogna senza un progetto a lungo termine - di Marinella Lőrinczi

venerdì 7 settembre 2007 di exeo

Pubblichiamo qualche intervento in merito alla questione della lingua sarda e degli uffici linguistici che stanno diventando operativi in molte sedi istituzionali sarde.
Questi interventi sono apparsi su "l’Altra voce", un quotidiano isolano capace di ridare significato e dignità alla parola "giornalismo" fino al punto da essere prontamente "defenestrato", dopo un breve periodo di presenza, dalla rassegna stampa della Regione Sardegna, quella stessa che è raggiungibile dal menù superiore di questo sito, così come il quotidiano di Giorgio Melis.

Milleddu - Donna con mazzo di spigheAllo sportello i cococò della limba
Non si duplica la Catalogna senza un progetto a lungo termine

di Marinella Lőrinczi

Nei vari uffici linguistici regionali o provinciali, istituiti ultimamente in Sardegna, operano una serie di giovani con contratti di lavoro del tipo Co.Co.Co (collaborazione coordinata e continuativa). Non sarò la prima a rimarcare, un po’ per scherzo ma soltanto un po’, che la ridicolaggine della sigla la potrebbe dire lunga sulla serietà della sostanza rappresentata. Ma andiamo oltre i giochi linguistici.

Si potrebbe indagare intorno alle caratteristiche professionali e occupazionali di questi operatori linguistici. A me interessa molto un aspetto al quale sono sensibile da quando anche l’università è stata inondata dai cococò. Nello svolgimento del suo lavoro, questo tipo di personale a contratto non dovrebbe avere un ruolo subordinato (infatti lo si definisce “atipico” e “parasubordinato”), ma di fatto lo ha e in maniera anche pesante, a seconda delle situazioni.

Per il rinnovo del suo contratto il/la cococò dipende dalle valutazioni e dagli umori della persona “strutturata” (cioè assunta definitivamente nella struttura pubblica, “di ruolo” secondo la terminologia italiana) con cui è tenuta a collaborare. Potenzialmente tale meccanismo permette di allevare e di formare ubbidienti e opportunisti.

Faceva rimarcare un eminente giurista amministrativo che la presenza rilevante, cioè in una percentuale eccessiva, dei precari nell’impiego pubblico, destabilizza, in un certo senso e in una certa misura, le strutture istituzionali: incide negativamente sulla continuità dei rapporti, sulla possibilità di accumulo professionale, sulla trasmissibilità delle conoscenze, e non per ultimo sulla partecipazione democratica alla cosa pubblica (ossia sulla libertà di opinione).

Gli ubbidienti (che è una forma mentis) tali resteranno anche in seguito (se e quando assunti definitivamente) e manterranno il sentimento dell’eterna riconoscenza personale, poiché miracolati. Il che non è l’equivalente della fidelizzazione. Perché la “fidelizzazione” significa non far scappare il buon cliente o il collaboratore/subordinato capace (funziona dall’alto verso il basso) e non significa fedeltà incondizionata verso il superiore (dal basso verso l’alto).

Le istituzioni dovrebbero inoltre avere dei progetti a lungo termine e non navigare a vista, di finanziamento in finanziamento, in stretta dipendenza dei periodi di vacche magre o grasse. Le strategie di assunzione del personale e della sua carriera dovrebbero rientrare in tale progettazione.

Rimane aperta la questione teoretica di fondo, dopo il fallimento delle progettualità economiche dei paesi cosiddetti comunisti, se una progettazione istituzionale a lungo termine sia possibile. Probabilmente sì, ma a costo di continui monitoraggi, di discussioni democratiche e di riaggiustamenti, aspetti nella gestione della cosa pubblica che i dirigenti dei paesi cosiddetti comunisti non riuscivano in genere a concepire. Infatti, anche loro “fidelizzavano” al contrario, dal basso verso l’alto.

Che progetto a lungo termine si ha in Sardegna a proposito della lingua o delle lingue locali e delle funzioni degli operatori linguistici? Sembrerebbe che tutto sia predeterminato dalla legge 26/1997, che oramai ha dieci anni di vita. A dieci anni di distanza si dovrebbe fare un bilancio delle azioni e della loro efficacia, per poi poter introdurre i famosi correttivi. L’Osservatorio potrebbe essere il luogo di formulazione di tale bilancio.

Riguardo alla lingua, non sfugge a nessuno che si è in difficoltà. Non mi riferisco alle problematiche sottese alla Lingua sarda Unificata, Mediana o Comune. Mi riferisco allo sviluppo delle professionalità legate alla gestione istituzionalizzata e pianificata della lingua. Mentre le varietà linguistiche sarde esistevano e continuano ad esistere attraverso le capacità linguistiche di chi le parla ancora, di chi le trasmette ai figli in maniera informale, di chi le usa artisticamente, i professionisti pubblici della lingua andavano e vanno formati, anzi inventati, in un certo senso, dal momento che questo tipo di tradizione non esisteva (ciò che era esistito nel passato storico si è perso).

Un progetto chiaro di sviluppo non sembra esistere in questo campo. Un esempio a me noto: l’università organizza da alcuni anni master di lingua e cultura sarda, ma anziché partire da un corso, per saggiare le forze in campo e per poter controllare i risultati, ne ha fatti partire tre, che poi si sono ridotti a due. Una volta approvati i relativi progetti nei vari consessi (consigli di facoltà, ecc.), e li si doveva approvare per non perdere i finanziamenti regionali, una volta espletate le formalità burocratiche (che sono state macchinose, a quanto pare), una volta conclusa la prima tornata dei corsi, discussione pubblica dei risultati, all’interno dei consessi deliberanti, non c’è stata.

Si può più o meno intuire e capicchiare che uno dei punti dolenti era e rimane la formazione linguistica abbinata ad alti contenuti culturali ed operativi, cioè la formazione di professionisti che in sardo possano svolgere ruoli istituzionali e pubblici. Sebbene sia chiaro ed ineluttabile che, ad esempio, per diventare gallo/gallina si deve passare attraverso la fase pulcino, la progettazione della progressività professionale, nel tempo, in lingua sarda non è stato argomento di riflessione esplicita.

Se prendiamo alcuni dei bandi attraverso i quali si vuole assumere (temporaneamente) personale per i cosiddetti sportelli linguistici, troviamo tra i requisiti non soltanto la laurea (di tipo umanistico), ma la documentata competenza professionale nelle materie “lingua sarda, sua diffusione, promozione e valorizzazione”, nonché la perfetta conoscenza, parlata e scritta, di una certa variante (che non nomino), eventuali titoli scientifici, traduzioni in sardo, ecc.

Tali competenze verranno verificate non soltanto attraverso il curriculum del candidato, ma anche durante un colloquio, del quale non si dice in che lingua si svolgerà (vorrei anche vedere come si svolge la verifica della competenza scritta durante un colloquio: con un dettato improvvisato? e secondo quali norme ortografiche? se il candidato intende scrivere diversamente dal commissario - perché no? - prevale il sistema del commissario?).

L’impasse è evidente, secondo me. Si vuole avere ed assumere (temporaneamente) un prodotto finito di elevate qualità, giovane ma espertissimo, che nessun processo formativo può per ora fornire, in quanto lo stesso processo formativo si trova soltanto in fase di avviamento e di sperimentazione. Ma questo non è oggetto di dibattito.

Quando poi arrivano in Sardegna i professionisti catalani della cultura catalana (il modello catalano è quello che maggiormente attira nell’isola), i quali descrivono onestamente il lungo processo storico dell’emancipazione del catalano e i condizionamenti sociali di tale processo, questo scivola via ed evapora, nella coscienza dell’uditorio sardo, come pioggerella di nessun conto. Infatti, un progetto linguistico a lungo termine, i cui risultati non saranno più alla portata dell’attuale generazione di dirigenti, perché defunta, non è preso in considerazione.

Senza questa progettualità a passi piccoli ma sicuri, continuamente verificati, che garantiscano crescita costante (e non spettacolarità momentanea), cosa diventeranno gli attuali cococò della limba? Se per qualche repentino capriccio storico l’atmosfera dovesse cambiare (es.: mancheranno i finanziamenti), diventeranno loro, giovani, fiduciosi (alcuni per necessità) ed entusiasti (alcuni per forza), dei disoccupati della limba? È una buona dimensione questa per far progredire la causa della valorizzazione delle lingue isolane?

Il rimedio? Far intervenire nel dibattito e non censurare o intimidire le voci non allineate, gli scettici (che non sono gli indifferenti: gli indifferenti tacciono, gli scettici no), coloro, insomma, che problematizzano e che creano problemi.

di Marinella Lőrinczi - Fonte: l’Altra voce del 24 giugno 2007