Un racconto estivo in prosa e versi

Austu in poesia - Agosto in poesia - di Miali Logudoresu

La migliore vacanza è tornare dove si è nati

venerdì 24 agosto 2007 di miali

La vacanza preferita, in agosto, è il ritorno al paesello natio, almeno per qualche giorno. Per ritrovare i parenti, gli amici d’infanzia, fare un giretto al corso e salutare tutti quelli che incontro, i molti che mi salutano con affetto e anche quelli che mi riconfermano la loro antipatia, magari per vecchie storie irrilevanti che io ho dimenticato, ma loro no.

La vacanza preferita, in agosto, è il ritorno al paesello natio, almeno per qualche giorno. Per ritrovare i parenti, gli amici d’infanzia, fare un giretto al corso e salutare tutti quelli che incontro, i molti che mi salutano con affetto e anche quelli che mi riconfermano la loro antipatia, magari per vecchie storie irrilevanti che io ho dimenticato, ma loro no.

La puntata al bar centrale è per scambiare quattro chiacchiere con gli amici pastori, che mi aggiornano sull’andamento della stagione, i prezzi spuntati per il latte e il formaggio, qualche divergenza nel consiglio direttivo della cooperativa, che però regge e va avanti bene. Si beve birra a mo’ di aperitivo; loro non vedono di buon’occhio che beva acqua, ma sono tolleranti. E dato che ognuno offre un giro devo bere tanti bicchieri d’acqua quanti sono quelli che si siedono al tavolino.

Nel paese vicino, Berchidda, è in corso l’edizione del ventennale di Time in jazz di Paolo Fresu: un mio cugino che a Berchidda è sposato e accasato, proprio vicino alla piazza della festa, lamenta l’invasione dei forestieri e il fracasso che va avanti fino a mattina; ammette che per il paesello alle falde del Limbara è una manna, visto che arrivano da trenta a quarantamila visitatori, anche se a seguire le numerose manifestazioni, dall’alba a notte fonda, sono soprattutto loro, i forestieri e dei circa tremila residenti solo la metà ne segue qualcuna. La sera, durante il festival, i berchiddesi preferiscono ritrovarsi nei bar di periferia, lontano dalla piazza grande dove si svolgono, a pagamento, i concerti principali con stars e vedettes del jazz. Il cugino dice che il jazz non lo appassiona, forse perchè è una musica che non capisce, non sa come si fa. Più o meno come le altre canzoni e la musica che ascolti alla radio o alla televisione, cerco di spiegargli, solo con regole più libere e più aperte nell’armonia e negli sviluppi, di solito improvvisati, delle melodie. "Sarà… - ammette lui - ma io non la capisco lo stesso, e quindi non la ascolto".

Sul giornale, in prima pagina, c’è l’ultimo affronto del bluesman Zucchero alla crema pagante della costa smeralda. Dò uno sguardo all’articolo e al commento del giovane scrittore modaiolo - uno che, con un po’ di cattiveria, il satiro Serra metterebbe nel novero di quegli stronzetti presuntuosi e arroganti che magari sono convinti di avere inventato la letteratura e che prima di loro, se qualcosa c’era era poca cosa. Invita un altro cantante miliardario che non ha gradito gli insulti di Zucchero a raggiungerlo nella spiaggia oristanese dove lui tiene banco e lo rassicura che si divertirebbe di più di quanto non possa nella stalla di Briatore. Illudendomi sui residui di fierezza, o per lo meno sulla capacità di sdegnarsi ancora, chiedo agli amici pastori cosa aspettano a bardare gli asini e a portarli sulla costa: farci salire a testa rivolta verso la coda Briatore, Mora e il contorno di puttane e papponi, portarli verso il porticciolo e dirgli: adesso salite sulle vostre tartane da centoventi piedi, prendete il largo e non tornate più. Chiaro che non succederà. Però sarebbe bello, anche se qualcuno schiamazzerebbe che così si fa male al turismo e si guasta la nomea dell’atavica ospitalità dei Sardi. E ci si guadagnerebbe se non altro in pulizia.

Quando arriva Antoni ’e Sini Monzu, incrollabile cultore di poesia estemporanea, sto finendo di leggere l’articolo sugli insulti di Zucchero alle signore con amante giovinetto e lui dice che, per come mi vede immerso, il giornale deve avere notizie interessanti. Leggevo di Zucchero, gli dico, salutandolo. Per trecentomila euro a botta lo avrei fatto anch’io, dice lui. Il dettaglio del cachet ci porta ovviamente a parlare di quel che davano una volta a i poeti estemporanei nelle gare da palco,

Per quei tempi non era male, sostiene Antoni, anche perché la selezione, prima, era rigorosa. Si presentavano in dieci o in dodici e dovevano esibirsi in ottave a tema libero perché la giuria potesse sceglierne tre o cinque, al massimo, che sarebbero stati pagati. Gli altri se volevano potevano assistere alla gara, affinare le competenze e le tecniche e magari, a gara conclusa, cimentarsi in una contierra, in una sfida in versi, che poteva andare avanti fino al mattino del giorno dopo.

Dopo ore di gara sul palco cantavano ancora? chiedo. Altroché! assicura lui - era un obbligo e anche un modo per lenire la delusione agli scartati.

Attinge dalla sua sconfinata memoria popolata di ottave, sestine e sonetti dei cantadores più affermati, ma anche di quelle ballate interminabili che un tempo recitavano in piazza i cantastorie . "Chie furadu m’at su tascapane / no l’abbastet sa vida a lu finire…" Chi mi ha rubato il tascapane, la vita non gli basti per consumarlo" - ricordo l’attacco di una ballata ascoltata in piazza da bambino, e lui va avanti per una trentina di versi. Poi tira fuori un’ottava del grande Cubeddu detta a un certo Giacino Demonte che si era voluto provare nella sfida al gigante.

Cubeddu doveva essere abbastanza vicino ai novant’anni quando, avendo ascoltato l’ottava d’attacco, liquidò Demonte con la seguente:

De no cantare pius faghe votu [Di non cantare più devi far voto
E dae s’alte anzena ista luntanu sta lontano da un’arte che non è tua
Si l’aias mulghendhe cussa manu Se dovessi mungere allo stesso modo
Dadu chi che pastore ses connotu visto che dai il pastore
No tias bogare su latte in beranu non otterresti latte in primavera
Mancu pro ndh’assazare tue ‘e tottu. nemmeno per assaggiarne un po’ tu stesso.
Tandho ti as a campare a donzi costu Ti toccherebbe perciò di campare
Dae no ischire mulghere a pane tostu. non conoscendo l’arte, a pane duro ]

Per dirgli, lascia perdere amico, questa non è la tua arte, se dovessi mungere come canti in poesia, neanche a primavera riusciresti a tirar fuori dalle tue pecore il latte per sostentarti e dovresti tirare avanti a pane duro.

Antoni Monzu, nipote di poeta noto e apprezzato, anche se non si esibiva in palco, sostiene che il povero Giacinto se ne tornò a testa bassa al suo pascolo montano, da dove scendeva solo un paio di volte all’anno in occasione delle feste principali. Messo a tappeto alla prima sberla, aveva rinunciato alla sfida. Nella boxe si direbbe per kappaò tecnico..

E tuttavia mi piace immaginare che avesse continuato a ripensarci una volta raggiunto il pascolo e ritrovata la sua arte. Se aveva sfidato un grande come Cubeddu, e prima magari si era anche presentato alla selezione senza venir prescelto dalla giuria della gara, doveva saper poetare, altrimenti gli amici non gli avrebbero permesso di presentarsi, avrebbero trovato il modo di risparmiargli la brutta figura. Probabilmente non era abbastanza pronto ad improvvisare e la dura risposta del poeta rinomato gli aveva seccato, come si suol dire, la vena in gola. Però lì nella solitudine del pascolo l’aveva ritrovata e siccome sapeva anche scrivere aveva tirato giù un’ottava di riposta. Poi, visto che il c’era il contendente ne aveva aggiunto altre due.

A su faeddhu chi m’azis porridu
Su rispettu e s’istima bos cunfrimmo
Pero no devet esser presumidu
Su poeta e pro cussu bos frimmo
S’abba isse dat chi dae sa ena at sumidu
E cant’est veru inoghe bos l’affrimmo
Si eo appo a mandhigare pane tostu
Si podet dare chi bos lee su postu

Como bos cambio su essu e sa rima
Pro cantu no sie bonu a improvvisare
E cust’ottava bos l’appo a tancare
Pero niunu mi si leet a prima
E si no la tiazis apretziare
L’azis a dare colpigheddhu ‘e lima
Eo bos la paspio gasi, a pane infustu,
ca a cuntierrare cun bois b’at pagu gustu.

Si bi la sigo no est mancu pro su malu
Ma tantu ‘e l’agabbare cun sa gherra
Pro che torrare cuntentu a sa serra
A currer cun sos chelvios unu palu
Si mi bi ponzo bos fatto a mela ‘e terra
E a cussu puntu finidu est s’iscialu.
Sighidebila cun atere e adiosu,
tantu restades solu unu padzosu.

A mettere in prosa la risposta sicuramente mai fatta pervenire al destinatario si perde ovviamente il ritmo e la rima, ma non il succo.

Demonte avrebbe voluto rispondere ad Antonio Cubeddu che la risposta con cui lo aveva gelato gli confermava la stima e il rispetto dovuto per gli anni e la fama, ma lo induceva a ribadirgli che il poeta non deve mai mostrarsi presuntuoso. Non parlava anche il grandissimo Yeats del frustolo di vanità che il poeta dovrebbe in ogni momento tenere sotto rigidissimo controllo? Non dà forse il poeta l’acqua che ha ricevuto dalla vena? gli ribadiva Giacinto. Dunque poteva anche succedere che lui, a furia di mangiare pane duro, avrebbe potuto togliere all’altro il ruolo e la palma. Per ora si sarebbe limitato a cambiare la rima per argomentare un’altra ottava. Che non si offendesse se non l’avrebbe apprezzata, dato che gliela porgeva come il pan bagnato e lui avrebbe potuto sempre limarla un po’. Compensando così il poco gusto preso alla sfida. Alla quale lui aveva volentieri rinunciato per tornarsene al monte, a tentare una corsa con i cervi. Che non se la prendesse più di tanto, ma se si fosse impegnato lo avrebbe anche potuto mettere a terra, ponendo così fine alla disfida e allo scialo. Che la proseguisse pure con altri, tanto sarebbe rimasto sempre un presuntuoso.

Ovvio che delle tre ottave di risposta di Giacinto Demonte nessuno serba memoria, neppure Antoni Monzu, la cui memoria dei versi avrebbe stupito e spaventato l’impareggiabile Funès eternato da Borges.

Non sono un improvvisatore e da qualche parte le due ottave devono essermi arrivate, proprio quando, dopo aver seguito l’ultimo concerto jazz sul versante a occidente del Monte Acuto, ascoltato e raccolto i fogli dai quali Joan Minguell aveva recitato i versi del poeta catalano, attraversavo il rocciaio dove un tempo Giacinto aveva abitato e fatto pascolare il suo gregge: con quel verso che continuava a risuonarmi nell’orecchio:

Guaita la lluna, el teatre del mòn sota el vels de l’eclipsi !

Quel verso, mentre continuavo il viaggio in direzione dei mitici colli di Aglientu, si è trasformato da solo in una terzina, una pesada da sviluppare in trintases : nove quartine retrogradate che inducono la terzina a ruotare, esponendo ogni volta la parola-rima accoppiata.

Arrivato a destinazione, prima di mettere mano alla chitarra e rinverdire le ballate che piacciono a compare Nello, non ho potuto fare a meno di trascriverlo, proprio come fece Giacinto, prima che la risposta a Cubeddu se la portasse il vento.

Semidas de Aglientu (18. 08. 07)

Falche de luna mi faghet cumpanzìa // Una falce di luna mi accompagna
Pighendheche a sas semidas de Aglientu // mentre risalgo ai sentieri di Aglientu
A chilcare unu cantu ilmentigadu // per ritrovare un canto dimenticato

1.
Su cantu fit restadu appasigadu // Il canto se ne stava tranquillo
In calchi pigia secreta ‘e su coro // in qualche piega segreta del cuore
Sa olta chi falendhe a su Taloro // quella volta che scendendo al Taloro
De sos roccalzos miremus s’ispantu // guardavamo l’incanto delle rocce
Ilmentigadu a chilcare unu cantu // Dimenticato per cercare un canto

2.
Mudu e chietu che fiore ‘e cagarantu // Zitto e quieto come un fiore d’oro
Fit aispettendhe a ndhe ogare su sonu // Aspettava di tirar fuori il suono
Chi sa natura l’aiat cuntzessu in donu // Che la natura gli aveva dato in dono
Pro lu variare e poi a lu cungiobare // per variarlo e poi legarlo ad altri
Ilmentigadu unu cantu a chilcare // Dimenticato canto da cercare

3.
Ma onzi olta chi proaiat a l’intonar // Ma ogni volta che provava ad intonarlo
Notas istranzas falsaian su cuncoldu // Note estranee falsavano il raccordo
Pro cantu chilchet no agattat s’accoldu // Mai ne veniva fuori il giusto accordo
E no li dat cunfoltu s’istrumentu // senza il conforto di uno strumento
A sas semidas pighendheche de Aglientu // Risalendo ai sentieri di Aglientu

4.
Pasidu istat aispettendhe su mamentu // Se ne sta lì calmo, aspettando il momento
De rinnoconnoscher su sonu accoppiadu // di riconoscere il suono accoppiato
Chi in sa promissa antiga fit istadu // che nell’antica promessa era stato
Aunìdu a filu de prata in sas trèmidas // unito a un filo d’argento di sussulti
De Aglientu pighendheche a sas sèmidas // Di Aglientu risalendo ai sentieri

5.
S’accherat solu in sas areas nèdas // S’affaccia solo nei cieli puliti
De s’addhe chi a su mare dat sas palas // della valle che al mare dà le spalle
E a sa corrionca illutzigat sas alas // e alla cornacchia fa splendere le ali
A l’ammentare sos òs chi est giochendhe // per ricordarle le uova che va covando
A sas sèmidas de Aglientu pighendeche // Ai sentieri di Aglientu risalendo

6.
Pasidu cantu chi paret bessendhe // Un canto lento che sembra stia uscendo
Dae s’alchimissa aumbrada in sos suelzos // dalla lavanda all’ombra delle querce
Comente chi movèren sos istelzos // come se rimuovessero stoviglie
Manos chi como che sun foravia // mani che adesso sono lontane
Mi faghet falche ‘e luna cumpanzìa // Falce di luna mi fa compagnia

7.
E candho at a fiorire s’ischirìa // E quando rifiorirà l’asfodelo
Già as a torrare columba istimada // ritornerai, mia colomba amata
A mi torrare in s’ispigiu ‘e s’ogiada // a ridirmi nello specchio di uno sguardo
Promissas chi a su coro torran paghe // promesse che al cuore danno pace
Falche de luna cumpanzia mi faghet // Falce di luna compagnia mi fa

8.
Sero su gridu de sa pidiaghe // Avverto il grido della pavoncella
Chi at peldidu sinnale ‘e sa funtana // che ha perso il segno della sorgente
Restadu so’ cun custa filunzana // e resto con questa filastrocca
Che ‘e noe torradas bi ndhe mancat una // che a nove strofe ne manca ancora una
Cumpanzìa già mi faghet falche ‘e luna // Mi accompagna una falce di luna.

9.
Si ‘e l’agattare tepp’aer sa fortuna // Se di trovarla avrò la fortuna
Bi l’appo a azzungher candho torro a domo // l’aggiungerò appena torno a casa
Ca’ a serrare su cantu no est pro como // chiudere il canto non è cosa immediata
S’idet chi no fit bene incoldioladu . // dato che ad arte non era congegnato
Chilchendhe ancora cantu ilmentigadu // Ancora cerco il canto dimenticato

 

 

Dedicato ad Antoni Sini Monzu che sempre mi richiama un’eco di poesia e a tutti gli amici di sempre.

Portfolio


Testo del trintases "Semidas de Aglientu"