Massa, potere e il senso delle favole

Dialettica e allegoria del potere - di Mimmo Bua

Nel libro di favole più antico del mondo il canovaccio delle fole post-moderne

giovedì 30 agosto 2007 di miali

L’asino travestito da pantera fu scoperto non appena si scoprì, prendendo per un’asina il mantello grigio del guardiano.

L’asino senza cuore e senza orecchie si lasciò ingannare dalle false promesse dello sciacallo

Uomini-pantera, uomini-leone, uomini-sciacallo, a volte travestiti da volpi o da lupi, continuano a insidiare gli asini, per divorargli cuore, cervello e orecchie. Così da millenni procede ripetendosi la dialettica del potere: imitazione-simulazione.metamorfosi.

La dialettica del potere secondo Canetti.

l Il libro considerato da molti il suo capolavoro, "Massa e potere" , Elias Canetti (premio Nobel 1981 per la letteratura) lo ha pubblicato ad Amburgo, dopo lunghissima gestazione, nel 1960. Dopo circa mezzo secolo è una lettura ancora attuale: soprattutto per chi, aspirando a praticare o esercitando di fatto un qualche potere, ne voglia penetrare le pieghe più recondite e il segreto più profondo.

Due delle caratteristiche essenziali del potere sono, secondo Canetti, l’imitazione e la metamorfosi. Della prima, l’imitazione, conta soprattutto l’atteggiamento interno di chi imita. Ad esempio, le scimmie e i pappagalli sono animali considerati imitatori per eccellenza. Ma imitando, essi non mutano affatto se stessi, non sanno cosa sia. ciò che imitano, dato che non lo hanno mai sperimentato interiormente. Quindi, nell’imitazione possono saltare da un oggetto all’altro, senza che la sequenza abbia per loro la minima importanza.

L’imitazione, secondo Canetti, è solo un primissimo passo verso la metamorfosi. Una forma intermedia, che si arresta volutamente a mezza via tra l’imitazione e la metamorfosi, è la simulazione . Ad esempio: il farsi avanti come amico, ma con intenzioni ostili, che è presente in tutte le forme avanzate di potere. Nella simulazione è essenziale che l’interno resti molto bene occultato verso l’esterno. All’esterno sta infatti l’elemento amichevole-inoffensivo; all’interno sta quello ostile e mortale.

E’ importante afferrare bene il concetto: la componente mortale si tradisce solo nell’atto definitivo.
Con l’intento di intendere la simulazione nel suo significato più genuino, Canetti richiama un antico racconto indiano, quello del lavandaio che aveva un asino capace di portare carichi straordinari. E’ uno dei racconti della meravigliosa raccolta del Panchatantra. (I cinque Libri di favole forse più antiche del mondo, a cui hanno attinto un po’ tutti, da Esopo a Fedro, da Babrius a La Fontaine, da Giovanni da Capua agli Andersen).

Per nutrire l’asino il lavandaio lo rivestiva nottetempo con una pelle di tigre e lo mandava a pascolare così travestito nei campi di grano altrui. Nessuno, credendolo un animale predatore, osava avvicinarsi all’asino e scacciarlo, così lui poteva brucare quanto voleva. Una volta però un guardiano si mise addosso un mantello grigio e si nascose in agguato, pronto con l’arco e la freccia incoccata. Quando l’asino lo scorse lo scambiò per un’asina e provando per lui un irresistibile motto d’amore prese a ragliare e corse verso l’uomo. Il guardiano del campo riconobbe l’asino dal raglio e lo uccise.

Secondo Canetti, questo racconto indiano, intitolato appunto L’asino nella pelle di tigre, riassume in poche frasi un piccolo trattato sulla simulazione. Perciò egli ne fa una minuziosa analisi che prende diverse pagine del capitolo dedicato alle due caratteristiche essenziali del potere: l’imitazione e la simulazione..

Vale la pena riportarne qui almeno alcune considerazioni:
"L’amenità della storia sta nel fatto che l’asino, dopo aver mangiato, si sente solo". E non appena scorge da lontano qualcosa che gli ricorda un suo simile, vorrebbe che fosse un’asina. Dunque raglia e si dirige decisamente verso di lei. Ma col suo raglio rivela di essere quello che è, un asino, e viene ucciso dal guardiano del campo.
Insomma anziché l’amore, o il premio desiderato, l’asino trova la morte, o la fine che dir si voglia, che è anche la fine della favola.
Canetti fa notare come il racconto sia costruito come una vera e propria "sequenza di inganni". E commenta:"Simulando di essere una creatura che in realtà non si è, si cerca di ingannare altre creature. Accade però che le simulazioni ottengano risultati completamente diversi da quelli previsti."
Canetti tuttavia sottolinea come solo l’uomo ricorra abitualmente alla simulazione, può mascherare se stesso come fa il guardiano della favola e come fa anche il lavandaio padrone dell’asino. L’animale invece può essere soltanto vittima passiva della simulazione.
Nel racconto la separazione fra uomo e animale è perfetta. Esso sembra indicare il definitivo superamento dei tempi mitici in cui uomo e animale non si potevano distinguere l’uno dall’altro. Ma è proprio attraverso le sue esperienze mitiche che l’uomo ha imparato ad usare come più gli conviene quasi tutti gli animali.
E allo stesso modo l’uomo che aspira al potere e lo conquista in qualche modo cerca di trattare alla stessa stregua gli altri uomini.
E’ così che le sue metamorfosi sono diventate vere e proprie simulazioni.

"La simulazione - avverte Canetti - aspetto limitato della metamorfosi, è l’unico che sia rimasto familiare al potente fino ai giorni nostri."
E fin qui l’insegnamento potrebbe anche essere considerato un po’ scontato. Ma le osservazioni più l’interessanti sono proprio alla fine del capitolo: quando Canetti afferma che "il potente non può più trasformarsi ulteriormente". Per il fatto che egli è irrimediabilmente consapevole del suo "atteggiamento ostile interiore"
Per mantenere intatto questo suo nucleo interno, la sua immagine autentica, egli deve perciò limitarsi alle metamorfosi esteriori. Ad esempio, può talvolta considerare vantaggioso tener nascosta la paura o il terrore che promana dal suo vero volto, ma a tale scopo dovrà necessariamente servirsi di maschere.

Anche queste maschere egli le assumerà soltanto e sempre in modo temporaneo, poiché esse non modificheranno mai minimamente il suo volto interiore, la sua natura .
Si dirà: quella di Canetti non è certo una lettura o rilettura da consigliare ad agosto.
Ma leggendo alcune anticipazioni delle battaglie politiche (si fa per dire) o di trincea già cominciate fra i nostri "potenti" in vista delle primazìe (o le primarie) da conquistare ad ottobre, mi pare che una lettura approfondita di alcuni capitoli di "Massa e potere" - se non proprio alle masse spaparanzate sulle spiagge - potrebbe tornare utile sia agli uomini cosiddetti di potere, sia agli entomologi che ne studiano le mosse.

Per una più precisa messa a punto del contendere si potrebbe abbinare la lettura di questo libro a quella di un’altro "classico" di Gore Vidal, L’età dell’oro , dove si traccia una inedita e spregiudicata analisi dei giochi di potere del "secolo americano", visto dall’interno dell’impero, e da un osservatorio decisamente privilegiato, quello dei luoghi in cui segretamente i giochi si preparano e si dirigono. Dove, degli Stati uniti americani si dice ad esempio: "La nostra non è mai stata una democrazia. E’ sempre stata - come recita la costituzione - una repubblica federale. Una repubblica guidata da un partito unico con due ali. Entrambe ali destre". Visto che il modello da imitare è noto, non è che, al di là di tutte le simulazioni, sia proprio questo, anche qui, o in quello che un tempo si diceva "il bel paese", - con gli inevitabili riflessi nell’isola anticamente detta felice - l’obiettivo delle metamorfosi in corso ?.

Metafore‭ ‬e rappresentazioni del potere:‭ ‬ favole,‭ ‬vignette e canovacci.

Nella rilettura di ferragosto di‭ "‬Massa e potere‭" ‬di Elias Canetti,‭ ‬la dialettica del potere viene sintetizzata in tre movimenti:‭ ‬iimitazione-simulazione-metamorfosi.‭ ‬Ad illustrarla Canetti evoca uno dei più noti e diffusi racconti del‭ ‬Panchatantra,‭ ‬quello dell’asino camuffato da tigre e del guardiano coperto da un mantello grigio che finisce per costringere l’asino a scoprirsi.

E‭’ ‬probabile che nella sua redazione originale,‭ ‬la favola non alludesse alla dinamica del potere.‭ ‬E tuttavia in questa chiave essa è stata reinterpretata nelle numerose versioni che ne sono state redatte in varie lingue:‭ ‬E anche allo scopo di avvalorare l’interpretazione metaforica,‭ ‬nelle differenti versioni cambia la pelle dell’asino.‭ ‬Nella versione originale in sanscrito la pelle che ricopre l’asino è una pelle di pantera,‭ ‬e per tale lo scambia il guardiano.‭ ‬Nella versione in‭ ‬pali,‭ ‬nota come‭ ‬Jataka‬,‭ ‬la pelle è quella di un leone e l’asino è attaccato da molti uomini che lo scambiano appunto per il re dei predatori.‭ ‬Anche nelle versioni rifatte in greco e in latino,‭ ‬da Luciano,‭ ‬Babrius ed Esopo,‭ ‬la pelle di cui l’asino è ricoperto resta quella del re della foresta,‭ ‬simbolo palese del potere temporale nell’antichità.‭ ‬Un’altra favola,‭ ‬tratta dal IV libro del‭ ‬Panchatantra,‭ ‬che alcuni traduttori moderni,‭ ‬come Franklin Edgerton,‭ ‬considerano una variante della prima,‭ ‬parla di un asino senza cuore e senza orecchie.‭ ‬Il leone ammalato chiede al suo assistente,‭ ‬che di volta in volta è uno sciacallo oppure una volpe,‭ ‬di procurargli del cibo.‭ ‬L’assistente incontra l’asino e lo convince a presentarsi dinanzi al leone che‭ ‬-‭ ‬ormai in punto di morte‭ ‬-‭ ‬lo avrebbe nominato suo successore nel ruolo di re degli animali..

In un primo tempo,‭ ‬l’asino si avvicina guardingo e al primo ruggito del leone affamato scappa.
Allora lo sciacallo‭ (‬o la volpe‭) ‬istruisce l’asino che dovrà avvicinare l’orecchio alle fauci del leone,‭ ‬dato che gli resta soltanto un filo di voce,‭ ‬per raccogliere le sue istruzioni.‭ ‬L’asino stavolta esegue alla lettera.‭ ‬Il leone gli balza addosso e lo uccide.‭ ‬Poi va a farsi un bagno e nel frattempo lo sciacallo o la volpe‭ (‬anch’essa affamata,‭ ‬dato che il leone aveva smesso di cacciare da un bel pezzo‭) ‬approfitta dell’assenza del re per mangiuarsi le orecchie e il cuore dell’asino.‭ ‬Quando il leone torna dal bagno vede che mancano dei pezzi alla carcassa e ne chiede la ragione.‭ ‬La volpe‭ (‬o lo sciacallo‭) ‬risponde sfrontatamente che quell’asino era senza cuore‭ (‬che sta anche per cervello‭) ‬e senza orecchie:‭ ‬altrimenti come sarebbe stato tanto stupido da avvicinarsi al leone,‭ ‬senza prevedere che sarebbe stato sbranato‭?

Se anche questa favola,‭ ‬come variante dell’altra,‭ ‬rientra nella metafora della dialettica del potere,‭ ‬ci può fornire un utile canovaccio‭ ‬-‭ ‬in chiave simbolica o allegorica,‭ ‬ovviamente‭ ‬-‭ ‬per afferrare meglio la rappresentazione del potere con cui,‭ ‬dietro le quinte metaforiche,‭ ‬l’ala che intende collocarsi a sinistra della destra,‭ ‬cioè al centro,‭ ‬magari guardando‭ (‬con sospetto e riluttanza‭) ‬a una‭ ‬sinistra già bollata come‭ "‬regressiva‭" (‬cioè a sua volta riluttante agli stravolgimenti passati per innovazioni‭) ‬per qualche mese,‭ ‬a partire da adesso,‭ ‬ci assorderà le orecchie e tenterà di lavarci il cervello.

Naturalmente,‭ ‬perché il riferimento degli animali ai personaggi della rappresentazione possa funzionare,‭ ‬occorrerà procedere ad alcune ulteriori trasformazioni o metamorfosi.‭

 

duelloPrendiamo ad esempio lo scenario isolano, come efficacemente sintetizzato in una vignetta di Ruggero Soru:apparsa su L’Altra Voce:i tre personaggi in primo piano sono i duellanti; travestito da napoleoncino il governatore-zùighe, detto anche o Rey, Renato Soru; da cardinale in tonaca rossa con risvolti rosa, lo sfidante Antonello Cabras; al centro, in veste papale.l’arbitro, quello che - ovviamente - sta a Roma. Sullo sfondo, sotto la quercia, c’è un personaggio non immediatamente riconoscibile:dovrebbe essere l’immncabile terzo escluso Potrebbe chiedersi a chi dovrebbe attribuirsi la parte dell’asino travestito o di quello senza cuore-cervello e senza orecchie e a chi quella del guardiano che gli fa la posta o dello sciacallo (o della volpe) che riuscì a fregare l’asino.

Dato che ne ha sicuramente l’aria, Il personaggio in secondo piano appoggiato al tronco dell’albero potrebbe rappresentare adeguatamente anche quello che sta a guardare, lo "spettatore" - di volta in volta classificato anche come "elettore" o "consumatore". Ma dato che, dalla sua prospettiva, l’arbitro papale lo vede solo dal di dietro e del profilo degli altri due può scorgere solo un quarto, egli fa sicuramente fatica a raccapezzarsi. E la sola certezza che può darsi è che dinanzi a lui, a braccia conserte, si sta solo consumando una finzione. Che - se prendiamo per buone le favole e i loro significati più riposti - ha radici molto antiche e da migliaia di anni rispetta lo stesso canovaccio.

Al finale manca dunque solo un’incognita: a chi toccherà la parte dell’asino della favola primigenia?

Allo stato attuale della commedia, si può scommettere su uno qualsiasi dei personaggi della vignetta di Ruggero: uno dei duellanti, sicuramente, ma potrebbe toccare anche all’arbitro.L’unico che può essere certo della sua parte di mera comparsa è lui, l’anonimo testimone appoggiato al tronco della quercia.

Da www.megachip.info e www.altravoce.net

 

 

La prima parte di questo articolo è uscita su Megachip- Democrazia nella comunicaziopne (www.megachip.info), nella rubrica Riletture d’agosto".

La seconda parte su L’Altra Voce on line, libero quotidiano di Sardegna diretto da Giorgio Melis, il 28 agosto 2007, col titolo: "La pelle del leone, l’asino e lo sciacallo nella lotta per il comando del nuovo Pd"