La farsa è in onda: la disfida per la leadership del PD

Disfide, feticci, antichi detti - di Mimmo Bua

Disfida di Burletta o di Bullitta?

lunedì 3 settembre 2007 di miali

Alla fine vincerà chi saprà convincere gli elettori di avere più potere. Così sostiene Andrea Pubusa, su un intervento apparso in Altravoce, libero giornale on line, non affiliato a nessuna cosca. Ci si chiede: è perché anche il popolo sardo si è venduto il cervello o perché qualcuno è convinto che così sia?

 

Due antichi modi di dire del sardo popolare mi ronzano nelle orecchie quando incappo in domande fatidiche, come quella che si pone Andrea Pubusa al termine del suo intervento a proposito della sfida isolana per il primato del futuro partito di centro che guarda "a sinistra", soprattutto per distanziarsene e distinguersene. Una sfida che chiamerei, salvo il rispetto per le persone che è sempre d’obbligo, la Disfida di Burletta. O de sa bullitta, con riferimento alla scarpa chiodata (detta appunto bullittada) un tempo in uso da parte di pastori e contadini: c’entra solo perché poter disporre di bottes bullittados - in tempi di penuria - era una questione di status e quindi anche un connotato del potere. Anche quando in palio è uno scettro, per conquistarlo occorre ostentare un certo prestigio: quello della scarpa chiodata, contrapposta al sandalo, alla pantofola o al nudo piede scalzo.
La scontata previsione di Andrea Pubusa è che, ancora una volta, "i sardi lasceranno padrone della situazione quello che sembra il più potente" (ovvero si piegheranno, se si passa la metafora, a quello che sarà in grado di esibire la scarpa chiodata più robusta). E alla fine si chiede: ma è perché i sardi si sono bevuti il cervfello o perchè qualcuno è convinto che così sia?

Gli antichi modi di dire che continuano a ronzarmi nelle orecchie riguardano l’ardua risposta che bisognerebbe pur dare alla domanda.
Nell’immaginario isolano espresso nella lingua sarda, nelle sue principali varianti, l’espressione "bersi il cervello" non esiste.
Di uno che è disorientato, sperduto, che ignora le circostanze, il "mondo" in cui vive o sta, si dice: no ischit mancu in cale mundhu est, non sa neppure in che mondo sta (o vive). Di uno che, per via del disorientamento, non è in grado di pensare e agire coerentemente si dice: no istudat mancu sa candhela a colpu ’e saccu , non riesce neppure a spegnere la candela a colpi di sacco.
Dunque per rispondere esaurientemente alla domanda (i sardi si sono bevuti il cervello?) bisognerebbe riuscire ad appurare se la maggioranza dei sardi non sa o non sa più in che mondo vive e se, di conseguenza, non riesce più a spegnere la candela nemmeno a colpi di sacco.
Dubito che si possa fare coi moderni mezzi delle inchieste sociologiche o dei sondaggi campionati: nessun esperto oserebbe proporre, su un questionario, la domanda: lei si rende conto in che mondo vive? e la successiva: lei è in grado di spegnere una candela a colpi di sacco? Nè potrebbe aspettarsi, qualora osasse porla, una risposta plausibile o attendibile in proposito.
Tanto meno se il quesito prevedesse le solite risposte pre-stampate: Si, No, Non so. C’è da prevedere che i "non so" sarebbero di gran lunga prevalenti. E questo per il semplice fatto che anche in Sardegna, come in Italia, la fonte di informazione di gran lunga prevalente (90% secondo gli esperti) è la televisione che - per definizione ormai corrente e acquisita - è la "fabbrica delle menzogne", dello stravolgimento e l’occultamento della realtà (il mondo) mediante la sostituzione di un’apparenza che viene spacciata o scambiata per realtà: fino all’estrema pretesa che ciò che non appare dentro la "scatola" non esista. Com’è noto la televisione non informa; pubblicizza dei prodotti. E nelle disfide politiche il "candidato" viene trattato mediaticamente come un mero prodotto da "promuovere", cioè da vendere. Per questo ogni disfida elettorale ha ormai il rancido sapore della farsa.
Come dire: il gioco non vale mai la candela. Un modo di dire che ci riporta al nostro detto del non sapere più come spegnere la candela a colpi di sacco. Forse perché l’una e l’altro sono stati smarriti, sostituiti da altre apparenze.
Tuttavia dovrebbe mantenere ancora il suo senso un altro detto che torna alla memoria: pro andhare in semidas bi cheret bottes bene bullittados, per procedere lungo i sentieri ci vogliono scarpe ben chiodate. Il che confermerebbe la metafora, proposta all’inizio, della "disfida de sa bullitta". Nella quale è scontato che vincerà chi, meglio degli altri concorrenti, riuscirà a "bersi" il cervello degli elettori, dopo averlo ben tritato, centrifugato e sciaccherato.
Ed è probabile che, ancora per un lungo periodo, dovremo continuare a portarci dietro la fastidiosa sensazione di non sapere più in che mondo viviamo. Ammesso che ancora siamo in grado, se non altro, di riuscire a spegnere una candela a colpi di sacco.

L’intervento di Anfrea Pubusa è apparso su l’AltraVoce del 30.8.07 col titolo "Un belò dibattito, ma a che serve?" La vignetta in apertura di questo articolo è di Bruno Pittau, Broken art, Cagliari