Don Oreste, il santo della porta accanto

Don Oreste, il santo della porta accanto ostinato costruttore di pace e impegnato ad accogliere gli ultimi

domenica 4 novembre 2007 di exeo

«Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio». Era il commento a un brano di Giobbe, che don Oreste Benzi aveva preparato per la ricorrenza del 2 novembre, giornata di commemorazione dei defunti per la chiesa cattolica. Ma non ha avuto il tempo per leggerlo. Nella stessa giornata il cuore dell’ottantaduenne sacerdote romagnolo ha smesso di battere.

Un sacerdote di strada, non uno di quelli che si chiudono in sacrestie blindate o in lussuosi palazzi del potere. Uno che aveva messo la sua vita a disposizione degli ultimi, don Benzi. Fondatore dell’associazione intitolata a Papa Giovanni XXIII, che da oltre trent’anni accoglie emarginati di ogni tipo, poveri, immigrati, donne vittime della tratta, orfani, disabili, e che ha aperto 200 case famiglia per accogliere le persone in difficoltà, le ultime due inaugurate pochi giorni fa dal sacerdote proprio in Sardegna. «Io non ho fondato niente. Sono stati i poveri che ci hanno rincorso, che ci hanno impedito di addormentarci», rispondeva a quanti gli chiedevano perché avesse fondato l’associazione.

Don Benzi era contro gli istituti, gli orfanotrofi, le grandi strutture di accoglienza spersonalizzanti. Le voleva chiuse, una volta per tutte. Per capire appieno lo spirito del religioso basta leggere alcuni stralci della carta costitutiva della sua associazione. presente ormai in altri 16 paesi del mondo: «Mossi dallo Spirito a seguire Gesù povero e servo, i membri della Comunità Papa Giovanni XXIII, per vocazione specifica, si impegnano a condividere direttamente la vita degli ultimi mettendo la propria vita con la loro vita, facendosi carico della loro situazione, mettendo la propria spalla sotto la loro croce, accettando di farsi liberare dal Signore attraverso loro».

L’impegno di Don Benzi e di quelli che ne hanno condiviso le esperienze non si è fermato all’accoglienza, ma ha operato per l’integrazione e il riscatto sociale. La sua attività ha portato alla costituzione di 15 cooperative sociali che gestiscono sia attività educative che imprese produttive integrate, nelle quali lavorano persone svantaggiate. Non solo teoria e belle prediche, dunque, ma anche pratica e azioni concreti. Fare fronte all’emergenza del momento ma anche costruire qualcosa perché le emergenze non si verifichino più, rimuovendo le cause che producono l’emarginazione. «L’amore ai fratelli poveri di cui si condivide la vita deve spingersi fino a cercare di togliere le cause che provocano il bisogno, e quindi porta la Comunità ad impegnarsi seriamente nel sociale, con un’azione non violenta, per un mondo più giusto ed essere voce di chi non ha voce».

BenziUna vita dedicata ad ascoltare gli altri e a farsi carico dei loro bisogni. Il suo modo di agire è sempre stato diretto e immediato, fatto di azioni concrete, come scendere in piazza coi senza casa, o incontrare i giovani in discoteca: importantissimo per dob Benzi era essere presente tra i giovani e gli adolescenti, nell’età in cui si formano i metri di misura definitivi dei valori di vita. Riteneva fondamentale favorire un «incontro simpatico con Cristo». Ma era solito anche andare a cercare le prostitute nel loro luogo di lavoro, la strada. A proposito delle donne sfruttate dal racket della prostituzione diceva: «Se non ci fosse la domanda, non ci sarebbe l’offerta. Se gli italiani non chiedessero prestazioni sessuali a pagamento, non ci sarebbe la tratta delle donne che vengono schiavizzate e forzate, da criminali singoli o associati, a dare le prestazioni sessuali richieste. Questa ingente quantità di persone colpite dalla schiavitù, dalla disoccupazione, dalla fame, dalla guerra, sono le vittime di una società disumana, di una società in cui l’uomo è una cosa accanto alle altre».

Nonviolenza e pace erano altri due motivi di vita di don Benzi. Fervido sostenitore dell’obiezione di coscienza, era andato oltre: a lui si deve la creazione di Operazione Colomba, un progetto nato come alternativa al servizio militare ma ora aperto anche ai giovani che vogliono prestare servizio civile. Dopo un’adeguata formazione alla nonviolenza, è infatti possibile far parte dei “corpi civili di pace”. Persone che decidono di spendere un anno in zone di guerra, cercando di «gettare ponti e lenire le ferite», anziché distruggere e ferire. Un prete pacifista nei fatti e non solo nelle parole.

Il giorno prima della sua morte aveva rilasciato alcune dichiarazione sul gravissimo fatto della donna morta a Roma dopo una brutale aggresione di cui è accusato un giovane rumeno. «Chi non rimane sconvolto, addolorato, sdegnato venendo a conoscere ciò che il giovane rumeno ha fatto alla povera Giovanna Reggiani a Roma? Al di là dell’emozione bisogna però usare la ragione», aveva ammonito don Benzi. «Un altro errore gravissimo si sta compiendo oggi: lo sgombero dei campi nomadi senza avere prima preparato loro il posto dove collocarli. Così aumenta il disagio e si accresce la criminalità».

«È stato sorridente fino alla fine, ci ha lasciato col sorriso», ha detto Giampiero Cofano, della segreteria dell’associazione. Parafrasando un suo libro, don Benzi può essere considerato un “santo della porta accanto”. Chissà se la Congregazione delle cause dei santi se ne accorgerà in tempo.

di Elvira Corona - Fonte: l’altravoce