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È morto Bruno Trentin.

Articoli di Manuela Cartosio e Paolo Andruccioli - Fonte: il manifesto

lunedì 27 agosto 2007 di exeo

È stato partigiano prima in Francia e poi in Italia, segretario generale dei metalmeccanici nella loro stagione più intensa, leader della Cgil negli anni tremendi della rottura dell’unità sindacale e dell’accordo che mise fine alla scala mobile. Oltre 45 anni spesi, da sinistra, nel più grande sindacato italiano. Prima che le ragioni dei mercati diventassero il pensiero dominante, anzi l’unico

Il protagonista dell’Italia operaia
Addio a Bruno Trentin, segretario della Cgil dal 1988 al 1994. È morto all’età di 81 anni dopo una lunga malattia seguita al trauma cranico di un anno fa
di Paolo Andruccioli

Bruno Trentin, grande protagonista della storia sindacale italiana e della politica, ha firmato alcune delle tappe più importanti del sindacalismo e della riflessione teorica sul conflitto in Italia e in particolare sul conflitto operaio. Uno dei suoi testi teorici forse oggi dimenticati è stato la relazione al convegno organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962, intitolato Tendenze del capitalismo italiano. Una relazione che al tempo venne letta come una critica dell’analisi stereotipata della sinistra italiana, Pci compreso, che immaginava una imminente caduta rovinosa del capitalismo. Trentin al contrario aveva intuito (in sintonia con Vittorio Foa) le «tendenze» più moderne di un sistema che stava diventando «neocapitalistico».

Nato nel 1926 in Francia, Bruno Trentin è stato partigiano, segretario generale della Fiom nella stagione forse più bella, quella della Flm unitaria degli anni sessanta, poi segretario generale della Cgil. Trentin era un sindacalista-intellettuale, con una formazione importante alle spalle e un’attitudine continua allo studio.

Laureatosi in giurisprudenza a Pavia, era andato a studiare all’università di Harvard, per poi tornare in Francia nel 1941, dove combatté contro la Repubblica di Vichy. Nella resistenza italiana scelse il gruppo Giustizia e Libertà, di cui fu tra i fondatori. La sua successiva esperienza politica, dopo gli incarichi sindacali si sviluppò all’interno del Partito Comunista, del Pds e dei Democratici di sinistra poi. Ma la sua vera storia politica è stata la Cgil, la Confederazione generale del lavoro alla quale si iscrisse subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1949. L’anno dopo prese la tessera del Pci. Fino al ’46 aveva militato nella fila del Partito d’Azione.

Nella Cgil la storia politica di Bruno Trentin è stata molto articolata. In molte delle ricostruzioni storiche più accreditate viene infatti ricordato come uno degli esponenti più di spicco della sinistra sindacale che nel corso degli anni sessanta e settanta era diventata un importante riferimento nel movimento operaio e del lavoro italiano ed era stata in grado di avvicinare, su posizioni critiche di sinistra, aree sindacali anche molto lontane tra loro. Trentin era diventato il riferimento sindacale e teorico di esponenti della Cgil, ma anche di sindacalisti della Cisl e della Uil. Diventò segretario generale della Cgil, in seguito a una serie di vicissitudini complicate dopo Antonio Pizzinato. Si potrebbe ricordare anche che Trentin era stato il candidato naturale alla successione di Luciano Lama, insieme a Sergio Garavini. Ma Lama scelse Pizzinato perché - si disse - non era sicuro né di Trentin, né di Garavini.

La poltrona di segretario generale del più grande sindacato italiano era comunque destinata a Trentin, che la diresse dal 1988 al 1994. Cambiando ruolo, nonostante la sua marcata matrice di sinistra e di ex capo dei metalmeccanici, Trentin dovette affrontare negli anni novanta, il periodo più difficile per il sindacato italiano, quelle svolte e quegli accordi che portarono alla rottura dell’unità sindacale già dalla metà degli anni ottanta (con il taglio della scala mobile del governo presieduto da Bettino Craxi). Da allora Trentin si schierò però sempre in difesa della linea ufficiale del sindacato, mettendosi così spesso contro alla sua stessa sinistra sindacale che lo aveva eletto capo e punto di riferimento.

Nel 1993 firmò con Cisl e Uil lo storico accordo sulla politica dei redditi che è stato il primo passo per il superamento della scala mobile.
La politica dei redditi, il taglio e poi il superamento del sistema della contingenza e del punto unico (che era stato voluto da Pierre Carniti negli anni settanta), sono stati il banco di prova più difficile per Trentin, che dovette firmare accordi anche contro le sue convinzioni. Almeno contro il suo modo di interpretare lo scontro politico e sindacale che era maturato negli anni sessanta. Storica la sua decisione di firmare uno dei tanti accordi sulla politica dei redditi e poi rilasciare subito le sue dimissioni.

Nel 1994, quando scese in «campo» Silvio Berlusconi, Trentin lasciò la Cgil nelle mani di Sergio Cofferati (1994-2002). Trentin lasciava la sua Cgil dopo 45 anni di militanza. Ha pubblicato Lavoro e libertà (1994); Il coraggio dell’utopia (1994) e La città del lavoro (1997), che aveva l’ambizione di scavare e di rispondere alle tante teorizzazioni sulla fine del lavoro.

 

«L’uomo dei consigli di fabbrica e dell’Flm. Nel cuore dei meccanici»

Autorevole e, solo in apparenza, chiuso. Uno stile da rimpiangere. Accettava di andare in minoranza. Successe tre volte di seguito sugli aumenti uguali per tutti, a cui era contrario. Il rapporto «complicato» con il Pci. Sull’accordo del ’92 sbagliò a firmare, ma la politica dei redditi e la concertazione erano già cominciate prima
di Manuela Cartosio

La notizia della morte di Bruno Trentin raggiunge il segretario della Fiom Gianni Rinaldini in vacanza a Rodi.

Cosa è stato per te Trentin?
Quello che è stato per tutti i metalmeccanici: l’uomo dell’Flm, cioè di una grande stagione unitaria. Quello che è stato per tutti i lavoratori: l’uomo dei consigli di fabbrica, cioé della democrazia e del protagonismo dei delegati. Poi si potrebbero aggiungere tante altre cose sul piano personale. Ma lui era un tipo riservato e io lo sono quasi quanto lui.

Tocchi subito un tratto salienta del carattere di Trentin. Riservato, secondo alcuni, fino a sembrare chiuso, un po’ troppo aristocratico per fare il sindacalista.
Era sobrio, asciutto. Ma quello era lo stile della politica e del sindacato della generazione di Trentin. Uno stile che mi è sempre piaciuto e che rimpiango assai. Basta guardarsi attorno per misurare quanto siamo scesi in basso.

Prima d’entrare nel Pci Trentin era stato nel Partito d’azione. Cosa gli era rimasto dell’azionista?
Forse un po’ di solitidine. Sicuramente un fortissimo rigore morale. Ma attenzione a non far diventare Trentin uno che se ne stava in una torre d’avorio. Si muoveva tra la gente, aveva la capacità di coglierne gli umori. Andava nelle assemblee e nei momenti difficili non se la dava a gambe. Quando andava in minoranza, accettava e, dal giorno dopo, portava avanti non con svogliatezza ma con convinzione la posizione della maggioranza.

Gli è capitato spesso d’andare in minoranza?

Il conto adesso qui su due piedi non lo saprei fare. Ricordo bene che sugli aumenti uguali per tutti, lui è sempre stato contrario, andò sotto tre volte. E i contratti furono rinnovati con gli aumenti uguali per tutti. Questa è democrazia.

Hai citato subito la stagione dell’Flm. Diciamo che Trentin è stato anche fortunato. Quella era un’Italia diversa, fare allora il segretario della Fiom era sicuramente più facile.
Sì, d’accordo. Però lui ci ha messo del suo e ha lasciato la sua impronta nei passaggi fondamentali della storia del sindacato e di questo paese. Dagli anni Cinquanta in poi ci si imbatte sempre in Trentin.

Come è stato il rapporto di Trentin con il Pci?
Piuttosto complicato. Ricordo il convegno dell’Istito Gramsci del 1972: Giorgio Amendola sosteneva che il capitalismo italiano era irrimediabilmente straccione e quindi bisognava fargli qualche sconto. Trentin, invece, vedeva il nuovo e batteva sul conflitto a partire dall’organizzazione del lavoro. Poi non va dimenticato che con Trentin segretario sono finite le correnti di partito nella Cgil. Il Pci non la prese bene. Ricordo a Reggio Emilia, allora ero segretario della Camera del lavoro, un momento di grossa frizione sui rapporti tra Cgil e Lega delle cooperative. Venne Trentin e diede totalmente ragione a noi che criticavamo lo scadimento delle cooperative a imprese qualsiasi, da trattare quindi come controparti. Adesso sembra una cosa banale, ma allora il Pci a Reggio aveva il 50% dei voti. E Trentin lo criticò duramente.

Da segretario generale della Fiom ti sei sentito osservato e giudicato da Trentin?
Quando chiudemmo l’ultimo rinnovo dei meccanici, finalmente unitario, fu Trentin il primo a telefonarmi. Era contento, disse che quello era un vero contratto Fiom perché si era salvata la contrattazione articolata, non cedendo sull’orario di lavoro.

Veniamo al fatidico accordo del 31 luglio 1992, quello che aboliva del tutto la scala mobile. Trentin firmò, per salvare l’unità sindacale e della Cgil, e poi rimise il mandato. A distanza d’anni che giudizio dai del comportamento di Trentin?
Continuo a pensare che abbia sbagliato. Se un accordo è sbagliato, e Trentin pensava che lo fosse, non va firmato. Detto questo, non sono d’accordo con chi imputa a quell’accordo, e quindi a Trentin, tutto quel che di negativo è venuto dopo. Politica dei redditi e concertazione erano già decollate alla fine degli anni Ottanta. Direi che Trentin ebbe la possibilità di provare a fermare quella deriva. E decise di non coglierla.

Incontri pubblici più recenti?
Un dibattito a Bergamo, prima della caduta sulle sue amate montagne. Lì vidi un Trentin pessimista, crucciato perché nella politica della sinistra il lavoro è scomparso.

Trentin è stato un radicale o un riformista?
E’ stato un sindacalista, legato profondamente alle condizioni di lavoro. Voleva trasformarle e questo oggi basterebbe per essere definiti radicali, ma è un termine che lui non avrebbe mai usato.

 

Gli articoli sono tratti da "il manifesto"


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