Emigrazione sarda | Un conto aperto

di Francesco Vacca - fonte: Oghe Nostra 10/2005

giovedì 11 settembre 2008 di exeo

L’emigrazione sarda è una questione rimasta sospesa.
Dopo oltre cinquant’anni dall’inizio del massiccio esodo, la Regione ha un conto in sospeso non solo con una diaspora dispersasi in ogni parte del mondo, ma anche con tutti i sardi.

Il fatto è che la fuga in massa dai paesi dell’isola, sebbene imposta dalla fame di lavoro e, dunque, dalla necessità di vivere, non ha mai centrato l’obiettivo del rientro, altrettanto consistente, di professionisti, operai e manovalanza esperta in grado di contribuire a sottrarre l’isola alle secche di un’atavica, inconcludente rassegnazione.

Nessuno, è vero, ha mai indicato tale obiettivo, argomento forte per la politica che può così escludere il tradimento. Senonché è altrettanto inconfutabile il fatto che quanti erano costretti a prendere la via del mare e gli stessi governanti in cuor loro hanno pensato che il rientro doveva essere un epilogo cui, prima o poi, giungere. Il tradimento sta, dunque, nel non essere stati capaci, o aver scientemente escluso, di preparare le condizioni per il ritorno.

Gli anniversari e le ricorrenze in genere servono per festeggiare, ma anche per stilare bilanci ed enunciare nuovi programmi. Bene. A me sembra che i 28 e i 38 anni di vita, rispettivamente, dei circoli di Bodio e Zurigo siano un’occasione propizia per riflettere senza isterismi su un avvenimento che, lo si riconosca o no, pesa sulle coscienze. Perché credo di avere qualche titolo per parlare di emigrazione, molto per esperienza sia pure riflessa, un po’ grazie alla mia professione che per una quarantina di anni mi ha consentito di seguirne il passo.

Emigrato è stato mio cognato Mario (Bernardo) Schintu e, una volta sposata, mia sorella Maddalena che per tanti anni mi sono recato a trovare a Zurigo. Voglio qui ricordare Mario non perché è mio cognato, ma in quanto ha speso non poche energie per il mondo nel quale si è trovato invischiato e che del circolo di Zurigo è stato uno dei fondatori oltre che primo vice presidente e dirigente per lungo tempo.

Detto questo, chiarisco il mio pensiero sul conto ancora aperto.
L’esodo brutale dei sardi è coinciso con l’arrivo dell’industria nell’isola. La Saras di Moratti nel Cagliaritano e la Sir di Rovelli nel Sassarese gettavano le basi dei loro mega impianti chimici su siti molto significativi del mare sardo: moderne calamite che attraevano irresistibilmente una società pastorale demotivata e ormai stanca di transumanze ma non solo.

La chimica ha fatto da esca per i sardi come il polline per le api, solo che le api producono un nettare ghiotto e salutare, mentre la chimica ha causato danni e lasciato il deserto dietro di sé.

Porto Torres si è vista sottrarre un tratto di mare, la Marinella, a chiara vocazione turistica per vedersela invasa da impianti e pontili a beneficio di una fantomatica lunga stagione industriale vagheggiata dai politici quale carta determinante per la rinascita dell’isola ma durata, al contrario, il tempo di un sospiro.

La Sir ha inghiottito valanghe di soldi pubblici in cambio di occupazione, che c’è stata, ma l’abbuffata di lavoro non ha funzionato da incentivo per far rientrare (o arrestarne l’esodo) gli emigrati. Ha persino stipato il suo sito di persone con l’esclusivo compito di sorvegliare lo stabilimento in sella a biciclette.

La storia è stata sempre impietosa con i perdenti e non ha fatto eccezione nel caso dell’industria in Sardegna. Che ha visto sorgere cattedrali nel deserto, come a Ottana, e, nella sciagurata stagione che ha accompagnato la meteora, i sardi sfoderare le unghie per difendere uno straccio di occupazione che è svanita perché era chiaro sin dal principio che non avrebbe potuto durare. Come si è potuto vedere, è costata più la salsa che non il pesce. Inevitabile sfacelo dovuto alla miopia della classe politica regionale (con le dovute, ma scarse, eccezioni).

E non si può dire neppure che non esistessero alternative.
Guarda caso, proprio mentre la Regione foraggiava l’impero di carta di Rovelli, in Gallura l’Aga Khan dimostrava che l’isola disponeva di ben altra carta su cui puntare: quella del turismo, sino ad allora rimasto un fantasma errante lungo le coste e nella mente della classe dirigente.

Non gli hanno dato retta, al principe degli ismailiti, e non hanno neppure tentato di sottrargli un’esclusiva che soltanto in un secondo tempo i politici hanno rivendicato con lacci e laccioli che hanno finito, ma molto tempo dopo, per mortificare persino le loro stesse iniziative.

Certo che l’industria in Sardegna poteva e doveva arrivare, ma doveva essere quella turistica giunta a rafforzare l’agricoltura e la pastorizia, tradizionali attività e struttura portante dell’economia isolana colpevolmente ignorate nella loro indispensabile condizione di crescere perché ridotte in vergognosa subalternità alle esigenze politiche. A quel consistente serbatoio di voti hanno sempre attinto i candidati regionali certi di ottenere i consensi necessari per essere eletti e spesso riconfermati anche per lungo tempo.

Epidemie negli allevamenti e condizioni meteorologiche avverse alle campagne hanno sempre costituito leve utili al potere per tenere sulla corda gli addetti ai lavori. Sino a quando anche agricoltori e allevatori sono cresciuti nella consapevolezza di essere una forza, ma purtroppo si sono scoperti tigri di carta all’interno degli scenari mutati dell’Europa unita.

Il tradimento della classe dirigente sta proprio nell’aver volutamente abbandonato una strada che avrebbe portato difi lato a un’economia forte e di salute duratura con allevamenti e agricoltura moderna, ben strutturata nelle produzioni, con filiere complete dalla produzione alla conservazione: l’industria agro-alimentare come pietra angolare della nostra offerta turistica.

Soltanto quando l’Europa ha messo tutti sul filo di partenza della libera concorrenza e la globalizzazione ha subissato le nostre esistenze, la Sardegna si è scoperta in grosso affanno ed è costretta a correre e ad arrabattarsi per colmare un gap non solo con i Paesi della Ue, ma addirittura con l’Italia stessa, alla ricerca di un corridoio che le permetta di sopravvivere.

Povera isola senza industria e con le campagne spopolate dalla chimera industriale, avvitata in se stessa senza sapere dove andare. Si accontenta di importare tonnellate di derrate agro-alimentari costringendo i suoi produttori a distruggere i loro prodotti e di mettere a disposizione di un flusso turistico sempre più caotico e disorientato la ricchezza di cui la natura l’ha dotata non solo lungo le coste. Se questa è vita…

Sarà pure una mia fissazione, ma continuo a pensare che se gli emigrati potessero (e, a questo punto, volessero) rientrare in massa con il bagaglio di esperienza accumulato all’estero la Sardegna sarebbe diversa.

Fonte: Oghe Nostra 10/2005

Francesco Vacca