Feminas, il vestito della Luna

lunedì 3 marzo 2008 di exeo

Tra le attività del Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” di Biella, la “Festa della Donna” riveste un’importanza particolarissima in quanto la storia della nostra emigrazione è segnata dal ruolo fondamentale assunto dalle donne.

Alcune, poco più che adolescenti, hanno abbandonato l’Isola per andare a servizio nelle case o a fare le infermiere negli ospedali; altre, poi, sono partite e, assunte come operaie nelle piccole e grandi fabbriche, hanno lavorato a fianco dei tanti Italiani provenienti dalle diverse regioni della Penisola.

Quest’anno, l’appuntamento Feminas 2008, nello scandagliare il territorio di adozione, scopre interessanti assonanze con le donne di Piemonte e ferma l’attenzione sul sistema vestimentario delle donne piemontesi che all’inizio del terzo Millennio indossano quotidianamente gli abiti della tradizione.

Sabato 8 marzo, alle ore 21, con il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna, della Regione Piemonte, della Provincia di Biella e della Città di Biella verrà inaugurata la mostra “Feminas, il vestito della Luna” e presentato il catalogo che la correda.
Durante la serata verranno donate le mimose alle donne presenti e tagliata la grande torta “a forma di Sardegna”, realizzata dalla pasticceria Brusa di Biella.

In Piemonte, nella regione del Cusio, poco distante dalle rive del lago di Orta, è curioso constatare come, all’inizio del Terzo Millennio, sulle pendici delle Alpi piemontesi, circa duecento donne indossino ancora tutti i giorni gli abiti tradizionali. Una quarantina lo portano abitualmente nella sola frazione di Luzzogno, un altro centinaio nei vicini villaggi di Inuggio, Marmo, Massiola, Piana di Fornero, Sambughetto e Strona.

A Luzzogno, per esempio, durante la festa triennale della Madonna della Colletta, tutte le donne, giovani e anziane lo portano almeno quel giorno. Fino a pochi decenni addietro, le bambine lo indossavano a partire dai sei anni di età.

Le generazioni più giovani non lo portano pressoché più, ma quasi tutte le donne, bambine comprese, ne conservano almeno uno, riposto con cura negli armadi. Abitualmente portati nei giorni della festa, e in particolari occasioni dell’anno, gli abiti tradizionali policromi, tagliati e cuciti con una tale varietà di fogge, richiamano ancor oggi la nostra attenzione sul valore sociale, storico e artistico dell’apparire ancor prima che dell’essere.

Nel mondo disincantato della postmodernità, nonostante il continuo variare delle mode, i vestiti indossati nei momenti più significativi della vita sono segnati dal cromatismo bianco/nero, colori propri del rito di passaggio, simbolo della nascita e della morte. Fino ad un recente passato, l’abito del matrimonio tradizionale era di colore nero, bianche le camicie di entrambi gli sposi, candido il velo della sposa.

Il bianco è stato da sempre associato al Sole, alla nascita, al candore verginale; il nero alla Luna nuova fertile e al lutto, al mondo sotterraneo e alla terra in cui il seme viene deposto per morire e rinascere grazie ai raggi del Sole. Nel catalogo della mostra “Feminas 2008” si analizzano le analogie di questi simbolismi cromatici, e si forniscono i primi risultati del lavoro di indagine condotta sul campo da cui sembrerebbe confermata la funzione simbolica del colore.

La varietà di colorazione dei vestiti quotidiani si uniforma nel colore nero degli abiti cerimoniali del matrimonio. Così è quello della sposa della Valle Cervo (Biella), simile a quelli delle popolazioni walser di Macugnaga e dei paesi della Valle Anzasca. Lo stesso colore si ritrova negli abiti delle donne della Valle del Saas del versante svizzero del Monte Rosa, arricchiti a volte da alcuni accessori colorati in sfumature di rosso come le binde, e i leghem (nomi diversi per indicare nastri di fili policromi intrecciati), i grembiuli e gli scialli, sovente enfatizzati nelle neo-ricostruzioni operate da gruppi folclororistici.

Un ulteriore riscontro alla funzione simbolica del colore presente negli abiti popolari parrebbe provenire dall’uso di paramenti liturgici neri e bianchi indossati durante le quattro più importanti feste mariane in cui l’immagine della Madonna - prima tra tutte le donne - sembra sovrapporsi a quella della Luna da cui eredita gli attributi di verginità e maternità, quale identificazione con il candido astro che riflette i raggi del Sole.

Dei quattro importanti santuari biellesi, due venerano Madonne nere: a Graglia, la Madonna di Loreto; ad Oropa, Santa Maria del Monte. La statua attualmente venerata ad Oropa condividerebbe alcune caratteristiche vestimentarie con la Vergine di Boccioleto (Valsesia), che rimandano al costume tradizionale walser. Secondo lo studioso Gaetano Perusini, accanto agli elementi derivati da un’iconografia oramai fissata per la Vergine (manto, corona, capelli sciolti, ecc.), “la fitta increspatura in cintura, la fascia in vita ornata da disegni geometrici o floreali, sono tratti che richiamano immediatamente i pernigà dei grembiuli dell’alta val Mastellone”, in alta Valsesia e quelli delle donne di Mittelberg, altra località walser ai confini tra Austria e Germania

Battista Saiu - Presidente di Su Nuraghe