Il parroco di Arasolè Il Dio Petrolio
Tutti sanno cos’è un’eclisse totale di sole. Un prevedibile avvenimento astronomico e, precisamente, la luna che va a mettersi tra la terra ed il sole, ad ogni determinato numero di anni. Una manifestazione della natura, dunque, proprio come questa cui sto assistendo, dall’alto del campanile di Sarrok, oggi, mercoledì delle ceneri dell’anno del Signore millenovecentosessantuno.
Eppure, il mio occhio colpito da una anormale luce, il mio orecchio sommerso da un innaturale silenzio, la mia epidermide ferita dal freddo di un insolito crepuscolo, tutte queste inconsuete sensazioni fisiche si vanno traducendo in uno stato di disagio mentale, in un interiore malessere, come una spina che ti fa male, non per il dolore della puntura ma per il timore che ti abbia inoculato un veleno sconosciuto.
Il bianco corpo della luna, fra le rosse braccia del sole, sembra una vergine nuda che va a coricarsi, per la prima volta, col suo legittimo marito, spegnendo, con mano pudica, il paralume acceso sul vasto letto matrimoniale del cielo; oppure, se è lecito mettere in fila una metafora dietro l’altra, il sole e la luna, padre e figlia, amanti incestuosi, accoppiati in una impudica congiunzione cosmica, in un unico mostruoso essere androgino.
Pensare è come fare, per un prete. A causa delle mie riprovevoli metafore, ora, sono costretto a prendere in considerazione il sospetto che non sia soltanto il freddo improvviso dell’eclisse a farmi rabbrividire, ma che ci sia, anche, qualche relazione tra l’oscurità che va lentamente coprendo la terra e le ombre della mia anima. C’è, insomma, il veleno della paura che aumenta mano a mano che aumenta il buio dell’eclisse.
Comunque, poggiando bene i piedi sul pavimento della cella campanaria, dico forte a me stesso: – È una chiesa nuova, un campanile nuovo, niente paura, Don Adamo!
(Fra parentesi, mi corre l’obbligo di confessare che da un po’ di tempo in qua e precisamente da quando, per volontà del mio vescovo, sono stato costretto ad abbandonare l’antica parrocchia contadina di Arasolè per la nuova parrocchia industriale di Sarrok, mi capita, spesso, troppo spesso, di parlarmi addosso.
Inoltre, contravvenendo ad una precisa regola di analisi logica, in questi miei interminabili soliloqui, quasi sempre, uso la terza persona, insomma, mi do del Lei. Probabilmente, un rifiuto di identità, una denegazione dell’io ma, a pensarci bene, potrebbe trattarsi di narcisismo, una forma di onanismo cerebrale, una specie di perversione linguistica, un modo di comunicare simile, molto simile, al vizio di far l’amore con se stesso.
Sia lecita un’altra ipotesi: forse, è una maniera di punirsi, simile, molto simile, alle autoflagellazioni medievali. Durante questi lunghissimi caroselli mentali, il mio cervello, la res cogitans, non volendo pensare se stesso, s’inventa un interlocutore, un antagonista, un alter ego.
La prima e la terza persona, l’Io e il Lui, armati di lunghi scudisci, come due ascetici crociati, si affrontano nel deserto della solitudine sacerdotale: la flagellazione, si sa, è più godibile quando è fatta di frustate che si alternano.
Infine, per chiudere questa parentesi, vorrei assicurare i miei sette lettori, che, qui, non si tratta di alcun sdoppiamento di personalità e, perciò, questo non è il diario di uno schizofrenico ma vuol essere soltanto la trasmissione, in presa diretta, di un’eclisse totale di sole.)
Don Adamo, dunque, sta qui, in cima al campanile, infreddolito, chiuso dentro la lunga nera tunica del suo monotono abito talare: attraverso un pezzo di vetro affumicato, osserva la faccia del sole, già metà rossa e metà nera, come la mammella di una bella donna, tonda e rosata, divorata a metà da un cancro nero.
Il giovane parroco di Sarrok, ancora una volta trascinato nel gorgo delle sue biforcute similitudini, è costretto a fermare il suo pensiero davanti alle inconsce fantasie poetiche come si ferma il piede davanti alla testa di una vipera sbucata improvvisamente in mezzo all’erba.
Non c’è scampo. La solitudine trasforma l’angelo in verme.
Il pensiero che pensa se stesso è un cane che morde la propria coda. Ogni altro uomo sa come fuggire la solitudine. Un prete, no.
Ogni altro uomo sa come deve fare: va e cerca il rimedio di una donna. In fondo, il sesso è l’unico autentico mezzo di comunicazione, l’unica autentica salvezza contro la solitudine. Ma un prete, un prete cattolico, dico, deve essere solo, non può
non essere solo.
È il suo ineluttabile itinerarium mentis in deum, il suo fatale cammino verso la santità. In seminario, un vecchio insegnante di teologia, nel segreto del confessionale, carezzandogli i capelli con mani grasse ed ambigue, lo aveva paternamente avvertito: – Adamo, stai attento, guai a chi è solo! Tutto ti può capitare! Tu, con i tuoi capelli color foglia d’autunno, con i tuoi occhi viola, con la tua faccia di passero spaventato, tu sei proprio il pretino disponibile a colmare il deserto del cuore, quello delle contadine della tua parrocchia ed anche il tuo.
Certamente, il vecchio insegnante di teologia non poteva sospettare che sarei andato a finire in mezzo alle operaie petrolchimiche della Raffineria di Sarrok. Qui, nonostante il parere contrario del mio Vescovo, la Chiesa è una contraddizione in termini, se è vero, come è vero, che ecclesia vuol dire riunione, adunanza, gente riunita intorno al proprio parroco. Per quanto mi riguarda, vivo in perfetta solitudine, disgregato in mezzo agli altri disgregati del nuovo polo di sviluppo industriale.
Vivo contro natura, in contrasto col più profondo istinto dell’uomo, l’istinto sessuale, cioè l’amore.
La mia chiesa è, veramente, una cattedrale nel deserto e io ci vivo dentro come un fanciullo chiuso in una stanza buia e vuota, alle prese con i mostri che crescono nell’oscurità. In fondo, la mia, non è solo paura della solitudine, horror vacui, ma è paura di dover riempire quel vuoto con presenze mentali pericolose, ambigue, inammissibili, peccaminose.
Una paura, occorre dirlo, mista ad un orgasmo sicuramente fisico, dal momento che combatto la solitudine in compagnia di una donna inventata, sempre la stessa donna, una giovane donna senza volto, un simulacro mentale, un feticcio sessuale: immergo il mio volto nelle sue ampie e gonfie mammelle fino a farmi mancare il respiro e, come un povero cristo deposto dalla croce, mi abbandono fra le sue braccia, senza mai riuscire a sapere se il mio orgasmo, infinitamente ripetuto, sia una naturale congiunzione oppure un incesto.
In sostanza, addipanare e sdipanare gomitoli di pensieri è il succo della mia esistenza: fino a quando la matassa si avviluppa e si sviluppa senza nodi, la mia vita va avanti, se non felice almeno mansueta, ma quando si aggrovigliano i nodi di vipere della precaria condizione di uomo e di sacerdote, allora il filo s’intrica, si attorciglia, si riempie di nocchi, si spezza e sono costretto ad urlare in silenzio, come un negro gonfio di terrori, solo, in mezzo ad un villaggio di razzisti bianchi.
Così, in questa cattedrale nel deserto, i miei pensieri vanno per conto loro, senza freno, in compagnia di inafferrabili miraggi, dietro immagini dove ha termine la purezza del cuore ma dove, almeno, è possibile immergere la mia malinconia di uomo solo: è come franare dentro una voragine morbida e calda, scivolare nudo lungo un muro di velluto, fino ad un giardino proibito, con una emozione fisica che scioglie tutte le mie midolla.
Dall’alto del campanile, Don Adamo scruta l’oscena congiunzione. Il sole e la luna perfettamente combaciano, come un unico, mostruoso ermafrodito. La protuberanza della cromosfera sembra il rosso bubbone di una cosmica malattia venerea.
Il giovane sacerdote è solo, desolatamente solo, al centro dell’universo spento. Il suo cuore, cieco come una talpa, rintocca aritmico come una campana pazza. Non riceve aiuto né dalla fede, né dalla speranza, né dalla carità. Non spuntano, in lui, le ali della preghiera.
La lingua di fuoco, che scarica i gas della Raffineria, getta una luce diabolica sul campanile. Il vescovo (un vecchietto secco e rugoso, con la barbetta caprina e la voce stridula) ha voluto un campanile in stile moderno, un’architettura tale da non sfigurare di fronte all’iperrealismo tecnologico della Fiaccola.
D’altronde il campanile è brutto, proprio brutto, freddo, astratto, disumano, senza campane: assomiglia ad una garitta militare, un lungo parallelepipedo conficcato nel cielo.
Don Adamo, nonostante i suoi guai, non è uomo da rinunciare ad una metafora sul campanile: - Sembra il dito di Sua Eccellenza, un dito lungo e secco, puntato contro il cielo, come per dire “Tu, Dio, stattene lì dove sei, sconosciuto e misterioso, alle cose di qui ci penso io”.
Ed è giusto, proprio giusto che, nel nuovo nucleo industriale, anche la chiesa sia conforme alla nuova realtà: in fondo un lungo, tecnologico campanile, è un sicuro rimedio contro i veleni che la Fiaccola rovescia ininterrottamente nel cielo e nel mare del lunato Golfo degli Angeli.
Ed è giusto, infine, che anche il parroco si aggiorni, che diventi petrolchimico, anche lui.
Così, proprio così, secondo il Vescovo, deve essere un sacerdote industriale: eclissato il tempo di Arasolè, l’antica azzurra chiesetta contadina, la religione contadina, che dico!, la superstizione contadina, i suoi riti, i suoi miti, i suoi feticci, i suoi tabù, il suo folclore, insomma.
Forse è necessario dire che, per convincere Don Adamo a lasciare la parrocchia contadina e ad accettare di buon grado la parrocchia industriale, Sua Eccellenza, con grande enfasi gli aveva detto: – Parroco a Sarrok! Nel polo petrolchimico! Una Chiesa Nuova! Un campanile nuovo!
In effetti, Sua Eccellenza è un fallo pieno di petrolio, un’oloturia gonfia di catrame, in conclusione, un coglione. [...]
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Titolo: Il parroco di Arasolè : Il Dio petrolio
Autore: Masala Francesco
Editore: Edizioni Il Maestrale
Data di pubblicazione: 200
Luogo di pubblicazione: Nuoro
Tipologia: narrativa
Argomento: Letteratura
Lingua: italiano
Francesco Masala (1916-2007), scrittore bilingue e illustre portavoce dello spirito identitario sardo, ha pubblicato libri di poesia, narrativa, teatro e saggistica, in sardo e in italiano.
Le molteplici traduzioni in lingue straniere sono testimonianza dell’universalità del messaggio delle sue opere. "Il parroco di Arasolé" racconta del nuovo parroco di Sarroch che porta dentro di sè il suo piccolo paesetto, legato alle antiche tradizioni sarde.
Questi due mondi si scontrano, le ritmate e povere ore di Arasolè cozzano contro la velocità appagante e obliatrice dellla modernità, legata ad un solo signore: il petrolio. Riflessioni e intensità di uno scrittore che rappresenta una tappa importante della cultura sarda.
exeo
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