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"Glottokit" di Vincenzo Raimondo Porru

di Marinella Lőrinczi, Università di Cagliari

mercoledì 30 aprile 2008 di exeo

apparso in: Villanovafranca. Storia, cultura e tradizioni, a cura di Porru Matteo, Porru Piero, Editore: Nuove Grafiche Puddu, 2004, ISBN: 8889061103.

Nella storia della linguistica sarda Vincenzo Raimondo Porru è un personaggio anomalo. Per essere più precisi, lo si può considerare un vero e proprio outsider.

Se si riflette sul modo in cui è stata impostata, dal punto di vista ideologico, la storiografia dominante e diciamo pure ufficiale della lingua sarda tra i secoli XVIII-XX, diventa più che evidente la ricorrente insistenza sui cosiddetti caratteri arcaici di questa lingua. Arcaico inteso sostanzialmente come sinonimo di "fossile linguistico" rintracciabile soprattutto, se non esclusivamente, nei dialetti centrali. In fondo, la linguistica sarda è in qualche modo dominata da quest’idea divenuta stereotipo culturale celebrativo, accompagnata inoltre dalla convinzione che esista un criterio linguistico oggettivo, scientifico, per la dimostrazione e il calcolo senza residui di tale "arcaicità".

Persino in università di lontane contrade, dove le molteplici conoscenze linguistico-filologiche di cui oggi disponiamo sul sardo giungono inevitabilmente in maniera rarefatta, il dogma della "arcaicità" è noto e viene continuamente ribadito. Ebbene, il Porru non appartiene incondizionatamente alla scuola di pensiero "anticheggiante" che nella generazione a lui successiva, per quanto riguarda la lingua, avrebbe ricevuto un impulso forte, se non addirittura decisivo, anche dalle contraffazioni arborensi.

Pagato il doveroso tributo di elogi formali rivolti alla "antica vibrazione della pronunzia pretta Latina" sopravvissuta, secondo il luogo comune già ricordato, nelle zone centrali della Sardegna, egli rivolge la sua attenzione alle parlate meridionali, in cui "si scorge una maggior dolcezza, ed armonia nella pronunzia" (Saggio di gramatica sul dialetto sardo meridionale, 1811, proemio).

Le valutazioni estetiche positive sono da correlare sempre alle sensazioni di familiarità e di agio che la propria lingua suscita nel parlante. Tuttavia, nel caso esaminato c’è di più . Il contesto linguistico in cui nasce, studia e in seguito opera, induce il Porru a valutare la variante meridionale (campidanese, cagliaritana ecc.), come un idioma aperto, vitale e produttivo, e perciò adatto alle esigenze comunicative della società coeva.

Egli ne aveva, infatti, una competenza fluente ed una conoscenza variegata ed approfondita, come dimostra la gran mole di materiale linguistico raccolta e classificata nella sua opera maggiore, il Nou Dizionariu universali sardu-italianu (1832-1834). Invece nelle dichiarazioni riguardanti l’importanza delle varietà meridionali, e più specificamente del cagliaritano, sul territorio isolano, la sua consapevolezza sociolinguistica diventa manifesta. Ritiene che il cagliaritano abbia acquisito nell’isola il ruolo di "lingua dominante" (Saggio di gramatica cit., proemio).

E’ altrettanto esplicito l’autore di un’altra grammatica "de su sardu meridionali" (1842), il dottor Giuanni Rossi, il quale sostiene che "presentemente (vale a dire a metà dell’Ottocento) il dialetto cagliaritano (...) si parla dalla gente colta e dalla buona società"; la sua grammatica, conseguentemente, è stata redatta nella varietà che è anche l’oggetto della disamina grammaticale. Detto più semplicemente, s’incominciava a scrivere del sardo in sardo, e le prove documentali, oggettive (come appunto i testi del Porru o del Rossi), sono per noi assai più convincenti delle opinioni che potrebbero peccare di soggettività.

Il Porru svolge, quindi, la sua attività di docente e di filologo in un momento particolare e felice nell’evoluzione del sardo. Pur assimilando una quantità importante di italianismi che costituiscono però anche un indizio importante di un processo di ammodernamento in atto ("il dialetto Cagliaritano oggidì altro quasi non rassembra, che l’idioma italiano sardizzato"; Saggio di gramatica cit., p.78), la lingua sarda stava affinando le funzioni proprie dei registri linguistici alti.

Vivere tale dinamica esaltante e parteciparvi rendeva inutile, per un parlante competente e consapevole quale il Porru, l’enfatizzazione della arcaicità e quindi della staticità. Ma da lì a qualche decennio il processo di elaborazione linguistica si sarebbe arrestato e le varietà autoctone sarebbero nuovamente arretrate, sotto la crescente pressione e il dominio della lingua italiana.

Nel terzo volume del Dizionario biografico di Pasquale Tola (1838, p. 124 - 128), la densa monografia che l’erudito sassarese dedicò al Porru esprime tutta la stima che i maggiori intellettuali italiani dell’epoca, sardi e peninsulari, avevano nutrito non soltanto verso il "distinto gramatico" qual era diventato in età matura, ma in primo luogo verso l’insuperabile insegnante interamente dedito alla "difficile arte di ammaestrare i giovinetti nei primi elementi del sapere". La sua fama di pedagogo e di esperto insegnante di latino, viva nella generazione coeva ma che chiaramente col trascorrere degli anni sarebbe sbiadita, non fu adeguatamente controbilanciata da una più robusta notorietà in campo filologico, di cui tuttavia egli sarebbe stato pienamente meritevole.

Il valore delle sue opere filologiche, pur unanimemente riconosciuto dagli studiosi di linguistica sarda, è messo in ombra a causa della posizione inevitabilmente scomoda che il Porru occupò e continua ad occupare tra due personalità quali Matteo Madao e Giovanni Spano. Max Leopold Wagner nella prefazione al suo Dizionario Etimologico Sardo così lo elogia: "Non esito a dire che il dizionario del Porru è uno dei migliori che si siano pubblicati su una parlata dialettale romanza. Disgraziatamente esso è stato trascurato dai linguisti."

All’affidabilità e alla bontà del dizionario del Porru diedero ampio riconoscimento i suoi primi recensori esperti: il Tola nel già menzionato articolo e, ancor prima di lui, nel 1836, Francesco Cherubini (1789-1851), uno degli illustri pionieri della dialettologia italiana. Vanno altresì ricordate le osservazioni del Siotto-Pintor, consultabili nel terzo volume della sua Storia letteraria di Sardegna (1844, pp. 438-443).

Da tali scritti è possibile ricavare una serie d’informazioni preziose sulla maniera in cui il lettore colto ed esperto coevo si accostava al dizionario, sulle sue conoscenze pregresse, sulle aspettative, sui criteri, insomma, che avrebbero in media guidato la ricezione e il giudizio. Apprendiamo tra l’altro che il Porru avrebbe avuto l’intenzione di pubblicare successivamente un dizionario italiano-sardo, progetto che sfortunatamente non poté portare a compimento.

L’esemplare rendiconto del Cherubini, oggigiorno dimenticato, che per la completezza e l’equilibrio espositivi sarebbe riduttivo etichettare come "recensione", è una rassegna di una serie di problematiche generali d’inquadramento, e più specifiche, di approfondimento. Possiamo affidarci a lui per enumerare alcuni dati identificativi dell’opera, come ad esempio la dimensione di 641 pagine, formato "in 4.° grande", il prezzo non affatto indifferente per l’epoca di 5 scudi sardi, il ricco lemmario di 36mila vocaboli.

Viene spiegato dal Cherubini il senso esatto del titolo dell’opera: "universale" va inteso in contrapposizione a "domestico", in quanto il Porru aveva condotto la raccolta del materiale anche oltre i limiti di una parlata strettamente locale ("domestica"), coinvolgendo e concedendo ampio spazio a quanto oggi verrebbe indicata come variazione diastratica (dipendente dal ceto sociale di provenienza) e linguaggi disciplinari o settoriali (dei mestieri e delle professioni). Per questo il dizionario è nou, costituisce cioè una novità, è il primo nel suo genere, in ambito sardo.

Il Cherubini sottolinea che la pubblicazione di ogni vocabolario "vernacolo" come quello del Porru è la dimostrazione del fatto che "la lingua illustre della nazione", cioè l’italiano, non era (ancora) in uso in ogni parte d’Italia, intendendo qui per "uso" certamente la capillare diffusione a livello dell’oralità. La Sardegna condivideva dunque oramai, con Torino, Milano, Venezia, la nota situazione diglossica e dimesica della coesistenza dell’italiano - idioma specializzato per la scrittura prestigiosa - con le varietà locali, specializzate invece per la comunicazione orale o comunque di minor prestigio.

In questo senso il Porru stesso diventa un testimone prezioso, anche se il suo identikit linguistico, il suo glottokit, lo dobbiamo ricostruire partendo da indizi parzialmente indiretti e ragionando, quindi, anche sulla base di ipotesi (il termine glottokit, coniato da S. Gensini e M. Vedovelli nel 1987, indica originariamente la definizione di uno standard linguistico posto come obiettivo di un percorso didattico e di apprendimento, che si concluda anche con la certificazione delle abilità linguistiche maturate; qui lo usiamo piuttosto nel senso di "carta d’identità linguistica").

Dall’uso ampio che il Porru fa del sardo campidanese (che era la sua prima lingua), come metalingua lessicografica cioè come lingua della descrizione, si possono desumere non soltanto e semplicemente la buona qualità di una competenza generica, cui si è già accennato, ma soprattutto una sorprendente scioltezza e disinvoltura (la cosiddetta fluency inglese) lungo l’asse della variazione diafasica, cioè nei vari registri e stili. Detto diversamente, si nota un impiego fluido e rigoglioso del sardo nella descrizione, nella definizione e nella presentazione di qualsiasi categoria di oggetti od argomenti.

La scelta della lingua sarda come metalinguaggio, vale a dire come lingua per descrivere, sta a indicare, di nuovo, che l’utenza potenziale del dizionario è sardoparlante o comunque competente del sardo. Paragonando le scelte metalinguistiche operate dal Porru con quelle dello Spano in ambito lessicografico, osserviamo che lo studioso ploaghese nell’elaborazione del vocabolario sardo- italiano opta invece per l’italiano, mentre usa il sardo, con minor esuberanza rispetto al Porru, nel vocabolario italiano-sardo.

Alcuni articoli, nel dizionario del Porru, raggiungono le dimensioni di piccole ed eccellenti monografie linguistiche, redatte nello stile essenziale caratteristico dei dizionari. Per esemplificare, si possono segnalare i belli e ricchi articoli che si sviluppano a partire dai lemmi andai, cuaddu, ogu, raccomandandone anche la lettura ad alta per assaporarne pienamente tutte le sfumature anche fonetiche.

Ampi articoli come questi permetterebbero, inoltre, una puntuale analisi di carattere testuale, dato che secondo i principi della metalessicografia più avanzata anche un dizionario va inteso come una forma specifica di organizzazione del discorso da analizzare secondo le categorie proprie della testualità. Riguardo alla competenza dell’italiano dimostrata dal Porru, il discorso potrebbe svilupparsi in più direzioni, di cui scegliamo quella più immediatamente attraente, forse, anche per il lettore moderno: l’ortografia.

L’uso oscillante delle consonanti semplici e doppie (o scempie e geminate), come già rilevato da Giulio Paulis per lo Spano, caratterizza occasionalmente anche il Porru, che si tratti dell’italiano o del sardo. Precisiamo che abbiamo in vista il cosiddetto italiano regionale sardo.
Dicendo questo abbiamo anche alluso al fatto che la fonte degli ’errori’ ortografici ricorrenti nei vocaboli italiani, se visti alla luce dell’ortografia standard odierna, la dobbiamo individuare prevalentemente nel sardo, com’è noto, ossia nei fenomeni di trasferimento di regole fonetiche/ fonologiche dal sardo all’italiano, i cui risultati si riflettono poi nell’ortografia.

Sottolineiamo che per il linguista, che non dovrebbe assumere atteggiamenti prescrittivi o proscrittivi, queste oscillazioni o incertezze non sono in realtà errori, ma interessanti spie di processi linguistici consolidati o in atto. Ma la questione degli ’errori’ ortografici assume nel Porru anche altre valenze.

Individuiamo anzitutto nel corpo del dizionario due modalità principali d’uso della lingua italiana. La prima modalità è per elaborare testi di una certa dimensione, come la prefazione, gli "avvertimenti" che occorrono alle volte al cambio di lettera iniziale, oppure alcune note interne lasciate negli articoli stessi. In questi casi l’italiano funge, con intermittenza, da metalingua.

La seconda modalità è quella dell’italiano usato ed inteso come lingua d’arrivo, cioè come la lingua in cui si danno gli equivalenti lessicali, semantici, fraseali e fraseologici delle espressioni e soprattutto dei vocaboli sardi. In questo caso l’italiano non si presenta sotto forma di testi, che si scrivono e si sviluppano in una sequenza coesa, ma sotto forma d’inventari o di cataloghi. Ebbene, l’indistinzione fonologica tra scempia e doppia, caratteristica nel sistema consonantico dell’italiano regionale sardo (non per tutte le consonanti), vale a dire - sul piano grafico - la resa ortografica oscillante di tale indistinzione si verifica nell’italiano fungente da lingua d’arrivo. A ciò è dovuta la sporadica compresenza, persino a distanza ravvicinata, di due varianti grafiche per la stessa parola.

Riformulando la questione, può essersi verificato che una prima registrazione scritta della parola italiana sia avvenuta in un modo, la seconda registrazione, certamente distanziata nel tempo, in un modo diverso, e che nel rifondere il materiale le incongruenze ortografiche non siano state né osservate né sciolte.

Altre volte la parola grafica non conforme alle norme ortografiche attuali (ad esempio allibbire contro l’odierno allibire) può invece testimoniare delle norme coeve dell’italiano letterario come registrato anche nei dizionari ottocenteschi. Lo stesso tipo di variazione ortografica è riscontrabile nella trascrizione del sardo.

Proseguendo nella ricognizione delle competenze linguistiche del Porru sul piano delle lingue moderne, è opportuno spendere qualche parola a proposito delle lingue iberiche che il lessicografo cagliaritano implica nelle indicazioni di carattere etimologico: lo spagnolo e il catalano. Si deve però affrontare la questione da un’angolatura più ampia. L’influsso sul sardo delle lingue iberiche, in special modo dello spagnolo, era in quell’epoca un argomento delicatissimo, non affatto neutro, valutato dagli studiosi (e certamente dalle persone colte in genere) con passione culturale e politica.

L’idea che il sardo fosse una lingua risultante da una commistione tra spagnolo, italiano ed eventualmente altro, innestati su un troncone antico (greco- latino, fenicio, ecc.), inizia a diffondersi nel secolo XVI.
Nella catena di trasmissione di questa teoria basata sul concetto di miscidanza linguistica occupano un posto di rilievo, ma con punti di vista contrastanti, il naturalista Francesco Cetti e l’erudito Matteo Madao, entrambi appartenenti alla generazione dei maestri del Porru.

I nomi e le opere di questi due studiosi hanno infatti nella prima metà dell’Ottocento una diffusione internazionale. Nella prefazione alla sua Storia naturale il Cetti ammette senza reticenze l’esistenza nella lingua sarda di una componente spagnola (o meglio ispaneggiante), sebbene il suo procedimento dimostrativo per noi non sia più accettabile. In altri punti dell’opera accenna anche alla questione dei prestiti lessicali di origine spagnola, come ad esempio a proposito del campidanese mangoni "fenicottero" che egli fa derivare - erroneamente anche questa volta - dallo spagnolo flamenco.

L’indignata, ma non per questo corretta replica del Madao è piuttosto un condensato delle proprie convinzioni (1792, p.113): esprime anzitutto un politically correct antiispanismo; in secondo luogo enfatizza la tesi antiquaria del consistente apporto greco antico alla costituzione del lessico sardo, già enunciata nel Ripulimento (1782, pp. 5 sgg., 70 - 71): "che ha da fare il sardo vocabolo Mangone collo spagnuolo flamenco? Mangone per mio avviso è un pezzo di greca antichità " e prosegue con una prolissa argomentazione, non valida dal nostro punto di vista. Rispetto a queste due maniere contrapposte di considerare l’influsso linguistico iberico, il Porru assume nel dizionario un prudente atteggiamento di compromesso, determinato forse anche dalle sue effettive conoscenze linguistiche, dunque dalla sua esperienza personale.

La ricezione e la conciliazione di entrambi i punti di vista consiste nel fatto che mentre nella prefazione, come pure nel corpo del dizionario, viene fatto proprio il filellenismo del Madao, nel dizionario ricorre ad ampi confronti, aventi implicazioni etimologiche, con voci spagnole e catalane.

Se valorizziamo nuovamente la testimonianza del Cherubini sull’uso effettivo che dello spagnolo e del catalano si faceva ancora nelle comunità isolane di monache, sapendo inoltre che ancora agli inizi dell’Ottocento "i vecchi sudditi di Spagna continuarono ad amare e usare la antica lingua e ne trasmettevano l’amore ai figli" e che una varietà catalana era viva, come lo è ancora oggi, ad Alghero, ipotizziamo che quest’insieme di circostanze abbiano risvegliato nel Porru l’interesse verso il problema dei prestiti spagnoli e catalani nella lingua sarda.

Del resto il lessicografo si era procurato anche alcuni strumenti fondamentali di verifica quali il Dizionario italiano-spagnuolo del Franziosini e il dizionario catalano-latino di Pere Torra (I ed. 1640). Si potrebbe fondatamente sospettare, a nostro avviso, che il Porru stesso avesse certe precise competenze di spagnolo e di catalano, messe quindi a frutto negli accostamenti o suggerimenti etimologici. L’aver ripetutamente indicato nel dizionario il catalano come fonte di imprestiti lessicali va comunque considerato come un apporto innovativo del Porru alla storiografia linguistica della Sardegna.

Due altre lingue moderne compaiono menzionate nel dizionario: il francese e l’inglese.
Mentre il francese è in relazione alla registrazione dei francesismi accolti nelle varietà urbane del sardo, in primo luogo in quella della "capitale" dell’isola, cioè di Cagliari, l’inglese viene sfruttato con frequenza per suggerire la pronuncia di un suono tipico del sardo, della d cacuminale o retroflessa resa ortograficamente con < dd > (si osservi, ad esempio, accanto a pagheddu, pagheddeddu e alle altre numerosissime forme diminutive registrate nel dizionario la menzione "dd pron[uncia] inglese.

Il Porru individua giustamente nella d inglese dei tratti fonetici, articolatori ed acustici, vicini a quelli della cacuminale sonora sarda, che noi siamo in grado di precisare meglio segnalando che l’articolazione della d inglese, come quella della corrispondente sorda t, si realizza, a differenza dell’italiano, non nella zona dentale ma in quella alveolare. Le grammatiche del latino e del toscano sono invece i modelli adottati dal Porru per progettare e realizzare la prima vera grammatica del sardo (1811).

Tra i suoi molteplici pregi, questa grammatica offre, in contrasto col vocalismo del toscano letterario, la prima analisi del sistema eptavolico del sardo meridionale, nel quale cioè la e e la o, accentuate, aperte e chiuse, hanno il valore di fonema (béni, verbo, si oppone a bèni nome e avverbio; óru "orlo" a òru "oro", per usare alcuni degli esempi forniti dallo stesso Porru). Vi è inoltre un primo tentativo di fissare in norme il funzionamento della metafonia della e e dell’o, vale a dire dell’apertura o della chiusura delle due vocali in funzione delle vocali successive. Vengono correttamente descritte, tra l’altro, le regole di comparsa della vocale paragogica.

Per queste ed altre ragioni, la grammatica redatta dal Porru merita un rinnovato interesse da parte dei linguisti. La lingua sarda andrebbe riascoltata anche attraverso il fine udito dello studioso di Villanovafranca.

RIFERIMENTI
Cetti Francesco, 1774-1777, Storia naturale della Sardegna, Sassari, Piattoli, 3 voll.; riedito a cura di A. Mattone, P. Sanna, Nuoro, Ilisso, 2000.

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Madao Matteo, 1782, Saggio d’un’opera, intitolata "Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle matrici lingue, la greca, e la latina", Cagliari, Bernardo Titard. idem, 1792, Dissertazioni storiche apologetiche critiche delle sarde antichità, Cagliari, Reale Stamperia.

Marrocu Luciano (a cura di), 1997, Le Carte d’Arborea. Falsi e Falsari nella Sardegna del XIX secolo, Cagliari, AM&D Edizioni.

Porru Vincenzo Raimondo [=Vissentu], 1811, Saggio di gramatica sul dialetto sardo meridionale [...], Cagliari; ristampa anastatica, Sassari, Dessì, 1975.

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Siotto-Pintor Giovanni, 1843-1844, Storia letteraria di Sardegna, Cagliari, Timon, 3 voll.; ristampa anastatica Bologna, Forni, 1966, 4 voll.

Spano Giovanni, 1851, Vocabolariu Sardu-Italianu, Cagliari, Tipografia Nazionale; edizione a cura di G. Paulis, Nuoro, Ilisso, 1998, 2 voll. idem , 1852,

Vocabolario Italiano-Sardo, Cagliari, Tipografia Nazionale; edizione a cura di G. Paulis, Nuoro, Ilisso, 1998, 2 voll. Tola Pasquale, 1837-1838,

Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna ossia Storia della vita pubblica e privata di tutti i Sardi che si distinsero per opere, azioni, talenti, virtù e delitti, Torino, Tipografia Chirio e Mina, 3 voll.; edizione a cura di M. Brigaglia, Nuoro, Ilisso, 2001, 3 voll.

Wagner Max Leopold, 1960-1964, Dizionario Etimologico Sardo, Heidelberg, Carl Winter, 3 voll.; ristampa, Cagliari, Trois, 1989, 3 voll.; ried. a cura di G. Paulis, Nuoro, Ilisso, 2003.

di Marinella Lőrinczi, Università di Cagliari

 

Vedi anche l’articolo sul Porru in Lingua Sarda: Vissentu Remunnu Porru


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