I Crociati della LSC

Quanto arroganti i crociati della Lsc protetti dalla Mongiu in clausura

giovedì 10 luglio 2008 di exeo

Hanno anche plagiato Renato Soru? 
di Giorgio Melis

Quanto sono arroganti, tracotanti, gonfi non casualmente di sicumera.
Magari è l’effetto della consonanza con l’assessora Mongiu, che fa il pesce in barile, snobba e neanche si cura dei saggi e degli scritti sulla lingua sarda di Marinella Lorinczi, come prima di Anna Oppo, Giulio Angioni e altri: ai quali non è neanche degna di sciogliere i lacci dei sandali del sapere in materia.

Se così fosse come sembra, l’assessora logudoresa sarà nominata in pubblico rito patrona dei crociati della Limba sarda comuna (Lsc), che non è affatto comuna, anzi estranea al 99,9 per cento dei sardi e dei sardofoni di ogni variante.

Un’invenzione a tavolino, una faccenda inutile e costosa, un ridicolo, oneroso esperanto sardo - come è accaduto di scrivere più volte dal 2007 - che non va e non andrà mai oltre la cerchia della “bottega” che se l’è inventata, e ci marcia alla grande dentro e fuori la Regione: con soldi che potrebbero essere ben altrimenti spesi.

Sembrano aver plagiato - facendo leva sulla sua profonda sardità interiore stavolta maldestramente interpretata e brandita - anche Renato Soru sulla necessità che la Regione si dovesse dare una lingua sarda tanto ufficiale quanto fasulla perché incomprensibile a tutti tranne a chi se l’è sognata e ci sguazza.

Nel silenzio dei cosiddetti intellettuali: muti come pesci, specie se notoriamente in dissenso. Il solito coraggio dei chierici, tremolanti per opportunismo quando si tratta di prendere le distanze dal gruppo di potere di turno.

 I crociati di questa stenterella creatura abortiva pseudo-linguistica, che mai sarebbe arrivata alla deambulazione autonoma senza le stampelle dei diktat e dei soldi regionali, sono arroganti per abitudine e altro.

Di solito è delegato alle sortite e repliche aggressive Roberto Bolognesi. Al quale - dopo parecchi articoli pubblicati - non ho deliberatamente e convintamene dato accesso al giornale per la pesantezza, anche volgarità e supponenza arbitraria, di un non recente doppia replica a Marinella Lorinczi e in precedenza ad Anna Oppo, Giulio Angioni e altri.

La buttano sempre sul personale. Pesantemente, con un’albagia che non possono consentirsi nel confronto con i titoli e l’attività scientifica degli intellettuali presi di mira. Fino a far sospettare che non sia tanto la passione per la LSC ad animarli ma anche altre, più concrete e operative ragioni: per cui occorre insultare, irridere, sminuire chi la pensa diverso.

Come quando, delicatamente, Bolognesi, replicava che le argomentazioni di Marinella Lorinczi “anti segau is patatas”.
Senza che l’assessora femminista Mongiu intervenisse: forse era in clausura per un dibattito iniziatico nel chiostro, ovvero nell’accademia della Lsc.

Ora è banalmente frusto, scontato, sciatto e non spiritoso l’ incipit di Diana “questa di Marinella è la storia vera”. Ma che originale! Tutto qui, uno stanco, ovvio richiamo da una abusata canzone di De André quel che (non) riesce a inventare un creativo della Limba sarda comuna, comunissima, col tracciato piatto quanto a idee e capacità di tradurle in un’espressione efficace ed elegante?

 Se questo è il livello medio-alto, allora la Lsc contribuirà in modo determinante all’evoluzione dell’intellettualità isolana e alle sue magnifiche sorti e progressive nell’egemonia sulla cultura mondiale.

Non conosco personalmente la professoressa Lorinczi, non ha certo bisogno di difensori (infatti sto solo contestando, come faccio da due anni) i pasdaran di questa pietra non filosofale tranne per gli aspetti materiali della linguistica istituzionalizzata.

Ma per quel che ho letto e saputo da fonti di alta qualificazione, la studiosa - oltre scrivere in un italiano che i contraddittori se lo sognano pur frequentando altre sei li ngue - merita tutta l’attenzione di tutti: inclusa (non casualmente?) la silente, non oracolare assessora. Qualunque comune (nell’accezione alta: non quella della Lsc) cittadino di media cultura non può che convenire con le sue rigorose argomentazioni infinitamente più convincenti delle norme autoritative, violente, con le quali si sta imponendo questa Lsc.

 Non sono un linguista ma ho l’età e la memoria necessarie per ricordare benissimo le ben altre elevatezza e finalità che innervavano la rivendicazione politica per la lingua sarda partita da Giovanni Lilliu e altri padri nobili. Non per certo per buttarla in vacca inventandosi uno sgorbio di dialetto incomprensibile a tre quinti dei sardi ed estraneo, pur comprendendolo meglio, al resto.

La Francia o la Germania, non meno che la Spagna e l’Inghilterra, avrebbero adottato come lingua ufficiale scritta una variante clandestina e minimale, assolutamente da non parlare anche perché nessuno la capirebbe?
Un’idea così balzana, antistorica e antidemocratica poteva nascere solo in un’isola di mentecatti come la nostra. Oltretutto in danno della maggioranza che parla e capisce il campidanese: eppure mai si è sognata di invocare il numero per imporla sulle altri varianti.

Ricordo una straordinaria trasmissione di due ore in tv con Tullio De Mauro, forse un filino più qualificato di Bolognesi, Diana e altri, che sottolineava come le lingue minori, in tutte le loro varianti, debbano essere rispettate senza eccezioni: senza egemonia pur comprensibile di quelle più diffuse ed elaborate perché insieme costituivano un patrimonio eccezionale per un popolo.
Figurarsi imporre il primato abusivo di una variante residuale e ignota ai più, a parte pochissimi privilegiati che si riuniscono in una cabina telefonica per disquisirne.

De Mauro stramazzerebbe a terra dalle risate se sapesse che qui si sta imponendo nell’ufficialità istituzionale una variante balbettante, nota solo a pochi adepti non disinteressati. Altro che “Le lingua tagliate” del famoso libro-guida di Cesare Salvi. In Sardegna ci stiamo cucinando la lingua salmistrata in versione imperativa, violenta e pure autocoloniale.

 Sarà forse perché si conserva l’immagine persistente di persone conosciute da vicino in anni lontani, ma non riesco a ricordare - benché lo vedessi e ci parlassi quasi ogni giorno - una statura da creatore di nuove lingue e tanto meno un livello scientifico significativo in questo Giuseppe Corongiu che per diversi anni avevo applicato come corrispondente de “La Nuova Sardegna” per Quartu.

Poi era stato assunto come addetto stampa del sindaco Graziano Milia (non senza passaggi burrascosi nei loro rapporti) e infine si era creato l’ ”ofitziu” per sa limba che ha riciclato con la Regione. Assolutamente niente di personale.

È che mi pare una cosa assolutamente poco seria, anzi ridicola, estrapolare una microvariante dei Barigadu (chiedete a un sardo sotto i settant’anni cosa sia. I più fantasiosi vi risponderanno che forse è un paesino pugliese, magari di etnia albanese…) per farne ope legis la lingua scritta ufficiale dell’istituzione Regione e imporla a tutti pur essendo nota a 44 gatti in fila per sei col resto di due.

Traducendo i discorsi in campidanese di Soru, quelli sennoresi di Cicito Morittu, le sortite nuoresi di Dadea e quelle aostane di Nerina Dirindin, le disposizioni antincendio e le norme anti-lingua blu pensate e scritte in italiano in questo idioma che i posteri attribuiranno a una tribù in piena fase involutiva.

 Immaginate il sindaco di Badesi, Alghero, Carloforte, Tratalias che riceve l’ordinanza antincendio in Lsc e, per patriottismo, non ne legge la versione italiana. Che fa? Invia un messo a Cagliari a “s’ofitziu” Lsc di Corongiu per la traduzione pro-veritate previa consultazione via piccione viaggiatore con un centenario sordo del Barigadu addormentato sotto una quercia secolare a 800 metri di altezza.

Si può buttare sul ridere ma è una faccenda seria. Con una conclusione esplicitata in italiano, giusto per nobilitare “is patatas” del fine dicitore Bolognesi.

Ne facciamo tutti, di coglionate. Questa della Lsc è sesquipedale. Da ammettere senza alcuna esitazione, correggere e festa finita. Anche, anzi soprattutto nel silenzio dell’assessora che fa il pesce in barile (Lorinczi, Oppo, Angioni chi?) e specie dei temerari intellettuali da contratto e consulenza che ne pensano e dicono riservatamente tutto il male possibile ma tacciono, timorosi di dire una parola per non rischiare prebende e favori attuali e futuri.

Persistere non è diabolico: è un raddoppio di coglioneria. Al quadrato: presto al cubo.

di Giorgio Melis - Fonte: L’AltraVoce
 
www.altravoce.net/2008/07/08/crociati.html