I SENTIERI DI SONKOSI

di Manuel Furru

martedì 7 agosto 2007 di miali

Può uno scarno aneddoto casualmente letto su un vecchio numero di una popolare rivista di enigmistica ossessionare per settimane, forse mesi? Lo si riporta qui sommariamente perché ognuno possa giudicare da sé: “Nel 1824 Sonkosi, un potente capo degli Zulu, venne condannato a morte dal re Chaka. Questi però lo fece improvvisamente liberare per affidargli una delicata missione in un vicino regno, che soltanto lui avrebbe potuto portare a termine. Sonkosi non approfittò dell’occasione per fuggire: dopo aver assolto brillantemente l’incarico tornò in patria, dove lo attendeva il carnefice”.

Nelle diverse enciclopedie consultate dal relatore e negli indici analitici di una Storia dell’Africa Nera in 24 tomi compilata da un olandese dal nome difficile non c’è un nome che assomigli vagamente a quello del protagonista, né un evento che lo evochi riferibile al 1824 o ad anni contigui; né si sono trovate, nascoste fra le righe, notizie che potessero chiarire la meccanica dei moventi o fornire maggiori appigli alle ipotesi di seguito formulate.

La prima questione da chiarire sarebbero i motivi della condanna a morte di Sonkosi. Costui non era, o non poteva essere, uno dei tanti capi-tribù di Chaka: sembra escluderlo l’aggettivo “potente” e lo conferma la straordinaria nobiltà del suo animo, che gli impedì di approfittare dell’occasione per fuggire e lo fece tornare in patria, a testa alta, a farsela mozzare dal boia. La sua abilità diplomatica doveva essere pari alla sua saggezza e non inferiore alla sua assoluta lealtà, dal momento che l’aneddoto assicura che solo lui era in grado di portare a termine la delicata missione affidatagli. La condanna a morte dovette perciò avere a che fare con la potenza sicuramente derivatagli dal prestigio raggiunto nelle province da lui direttamente amministrate. Si sa che, ovunque, il potere derivante da un non immeritato prestigio attira l’invidia e la preoccupazione di altri potenti: il re Chaka non doveva esserne immune, e, del resto, i cattivi consiglieri allignano in tutte le corti. Qualcuno dovette suggerire al preoccupato monarca che Sonkosi minacciava l’unità del regno preparando una congiura o una sanguinosa secessione. Sonkosi fu chiamato a discolparsi e arrivò praticamente solo, senza dignitari, accompagnato da due servi e da un portatore d’acqua, giusto per non correre rischi eccessivi nel corso del lungo viaggio. Rispose con garbo e deferenza alle domande del re, con arguzia e misura alla maligna inquisizione dei dignitari suoi nemici, rendendoli ancor più invidiosi e furenti con la linearità e la trasparenza del suo comportamento.

Il re decide di restituirgli intatta la sua fiducia e lo invita a trattenersi qualche giorno al suo fianco, non più come indagato ma come consigliere; gli confida le sue preoccupazioni per ciò che accade nel vicino regno dove un lontano cugino briga veramente per armare le tribù contro di lui, rompendo un’antica alleanza, con la pretesa di unificare i due regni sotto un’unica egemonia.

Sonkosi suggerisce una trattativa tesa a ristabilire la pace e rafforzare i rapporti di buon vicinato con qualche concessione ai sudditi del vicino regno. Ma a corte non pochi sono favorevoli a uno scontro aperto e decisivo, qualcuno trama a favore dell’altro re e si aspetta da questo ricompense e avanzamenti di grado, non ultimo l’ambito governatorato delle province saggiamente rette da Sonkosi. Nelle corti basta talvolta un’inezia a mettere in moto meccanismi perversi e i re sono quasi sempre persone molto influenzabili: Chaka lo era al punto da convincersi che Sonkosi fosse un traditore che cercava di accaparrarsi la sua fiducia solo per dar tempo al nemico di potenziare le forze e infliggergli un colpo fatale. Il saggio capo-tribù viene condannato a morte, stavolta senza possibilità di appello, appeso a un enorme albero del pane dentro una gabbia per la cattura dei leoncini e sottoposto a tortura in attesa dell’esecuzione.

Gli avvenimenti precipitano: il re nemico attacca in forze invadendo per prima una delle province amministrate da Sonkosi, il che sembra in un primo momento rafforzare il buon gioco dei suoi avversari nel dimostrare a Chaka che, visto il fallimento del tentativo di guadagnar tempo, il nemico attacca avvalendosi della collaborazione delle tribù del condannato a morte. Ma le tribù di Sonkosi resistono eroicamente anche a prezzo di perdite sanguinose ed è proprio la loro strenua resistenza che permette a Chaka di riorganizzare le fila del proprio esercito e di infliggere al nemico una sconfitta decisiva che lo ricaccerà per sempre oltre i confini del regno.

A quel punto chi meglio di Sonkosi sarebbe stato in grado di portare a termine la delicata missione di riallacciare le trattative e ripristinare l’antica alleanza?

Ma il re Zulu non può rimangiarsi una decisione ufficialmente presa: il suo stesso potere assoluto ne risulterebbe messo in discussione. La condanna può essere solo sospesa, ma Chaka lascia intuire allo sfortunato amico che il buon esito della missione potrebbe essere la prova decisiva della sua lealtà e rendere vitalizia la sospensione della pena.

Sonkosi non poteva intravedere nessun vantaggio possibile nel tradimento della parola data: per questo non approfitta dell’occasione per fuggire, assolve brillantemente l’incarico e torna a corte sperando che il carnefice lo attenda inutilmente. Ma a questo punto la sua popolarità è talmente grande da far brillare la sua magnanimità come un sole che minaccia di oscurare per sempre quello di Chaka. E ciò riabilita agli occhi del re le insinuazione dei cattivi consiglieri. La condanna a morte viene eseguita e Sonkosi trapassa come suddito fedele ma sfortunato. La forma della legge è comunque salva.

A questo punto anche la febbre ossessiva provocata dall’aneddoto avrebbe dovuto finalmente essere fugata; senonché il tarlo del dubbio, risvegliatosi poco dopo, ha finito con l’invischiare l’umile scrivente in un’altra storia:

Sonkosi era veramente colpevole: la sua potenza, l’abilità di capo, il riconoscimento da parte di altri capi-tribù, l’immenso prestigio conquistato presso i sudditi dell’intero regno, avevano trasformato la sua saggezza in pericolosa sicumera. Egli aveva finito per ribellarsi a Chaka dichiarando aperta-mente di aspirare al comando di tutte le tribù Zulu.

Sconfitto non poteva che pagare con la vita la follia del suo gesto. la clemenza del re non poteva andare oltre la sospensione della pena e l’applicazione di un sottile contrappasso: mandarlo nel vicino regno a dissuadere un altro re dal fare ciò che aveva procurato a lui stesso l’estrema rovina.

Sonkosi non poteva non ammettere la piena vittoria di Chaka e portare a termine la missione era l’unico modo di riconoscere la propria colpa e riscattare la propria dignità. Per questo tornò, rifiutò la grazia e porse fieramente la testa al boia.

Anche la seconda ipotesi sembrava reggersi ed essere dotata, rispetto alla prima, di non minore tensione drammatica. Ciò non toglie che la verità possa essere un’altra: Sonkosi non era del tutto colpevole, quanto vittima di una serie di circostanze sfortunate. Se colpa c’era non era comunque tale da meritargli la pena capitale. Volle perciò dimostrare al suo re la propria lealtà impegnandosi nel portare a termine la missione nel migliore dei modi, ma non si sentì abbastanza sicuro che il re avrebbe apprezzato la cosa fino a rimangiarsi la grave decisione. D’altra parte, la fuga avrebbe confermato, aggravandola, la sua colpevolezza, definitivamente screditandolo non solo agli occhi del re ma anche di fronte alla sua stessa gente.

In casi simili che cosa resta al saggio se non ritirarsi a vivere in solitudine? Sonkosi trovò un sosia disposto a correre il rischio di presentarsi al suo posto in cambio di doni e con l’assicurazione dell’immancabile grazia reale. Fu invece giustiziato. Oppure fu lo stesso Chaka a costringere un suddito a farsi giustiziare al posto del capo-tribù riabilitato. Sonkosi decise comunque di appartarsi con la sola compagnia di una delle tre concubine preferite a coltivare un campicello, magari con la segreta speranza di essere un giorno richiamato a corte.

Questa terza ipotesi sembrava, in un primo momento, più soddisfacente rispetto alle altre due, ma ben presto altri dubbi sono sopravvenuti, annunciati da un caratteristico pulsare delle tempie. Per cui la si è dovuta sacrificare.

Quando l’esatta individuazione di un fatto o di una circostanza diventa difficile o alquanto dubbia, come lei stesso ebbe modo di insegnarmi, egregio maestro, è bene tentar di procedere per comparazioni. In questo caso si tratterebbe di partir da Chaka per arrivare a Sonkosi. La storia del grande re Zulu è stata infatti ben documentata e fatta conoscere anche in Europa, sia dal diario di un suo coevo, Henry Francis Fynn, che dalla più moderna biografia dedicatagli da E. A. Ritter, stampata a Londra nella seconda metà di questo secolo.

Tanto che la vicenda personale di Chaka ha colpito anche la sensibile ma occupatissima attenzione di Elias Canetti che in lui ha scorto una delle più significative incarnazioni del senso estremo del potere. L’ossessione dominante di Chaka pare fosse quella di avere un figlio maschio, accompa-gnata però dall’angosciosa predizione che un giorno sarebbe morto per mano sua. Per questo aveva rigidamente proibito alle donne del suo harem di restare incinte, preferiva considerare “sorelle” le milleduecento mogli obbligando i sudditi a rivolgersi ad esse con quel titolo ufficiale: Canetti riporta che esse venivano controllate in modo molto severo e se qualcuna si fosse fatta cogliere incinta sarebbe stata punita con la morte. Pare d’altra parte che Chaka fosse molto orgoglioso della sua abilità erotica e delle sue assolute capacità di autocontrollo, al punto da essere convinto che nessuna delle sue donne potesse essere ingravidata da lui.

L’inflessibilità di questo grande condottiero che qualcuno ha paragonato al primo Napoleone non arretrava neanche di fronte alle preghiere insistenti dell’unico essere per il quale nutriva un vero e profondo rispetto, sua madre, che si sarebbe accontentata di diventare nonna foss’anche di un solo nipote. Così che quando una delle mogli-sorelle rimase incinta la buona donna la nascose presso di sé, aiutandola a partorire il bambino e poi a proteggerlo, in segreto, per alcuni anni. Finché Chaka, recatosi da lei, non la sorprese a giocare col bambino, intuendo che dovesse essere suo figlio e uccidendolo sotto gli occhi di lei con le sue stesse mani. E’ questa crudele determinazione che conferma a Canetti come “raramente si sia dato il caso di un uomo che più di lui fosse crudamente e semplicemente un potente”.

Il potere assoluto di vita e di morte come prerogativa essenziale di tutti i re africani è confermato da Westermann nella sua fondamentale “Storia d’Africa”: una delle formule con cui si consacrava l’insediamento al trono di un nuovo re concludeva con le parole: “Uccidi chiunque parli: vuol dire che non ti teme”. Ed è ancora Canetti a sottolineare come il re potesse uccidere chi voleva “senza doverne dichiarare i motivi”. Cioè era sufficiente che ne avesse voglia e non doveva renderne conto a nessuno.

Chaka, per di più, aveva un motivo assai preciso: la paura ossessiva di dover perire per mano di suo figlio. E perciò evitò accuratamente di dover temere per un figlio prossimo a diventare adulto.

Chaka sarebbe stato ucciso a quarantun anni per mano di due suoi fratelli. Lo conferma la più accurata biografia romanzata su Chaka, quella scritta da Thomas Mofolo, che offre diversi spunti alle ulteriori ipotesi su cui articolare la nostra storia:

a) Sonkosi era uno dei due fratelli che il re credeva di aver già eliminato?

b) Sonkosi era il fratello che i due giustizieri avevano deciso di vendicare?

Una terza ipotesi, forse ancora più affascinante, potrebbe essere:

c) Sonkosi era il figlio sfuggito al controllo e divenuto adulto, in grado quindi di realizzare la profezia che Chaka temeva più di ogni altra?

Chiunque voglia sviluppare autonomamente le relative storie può naturalmente farlo di sua mano. A noi corre l’obbligo di attenerci alla lettera dell’aneddoto che presenta Sonkosi come un suddito che, per quanto eminente, doveva a Chaka obbedienza incondizionata, allo stesso modo in cui gli animali più deboli devono sottostare alle minacce incessanti del leone.

Quello di “leone degli Zulu”, la belva selvaggia e senza paura, era del resto l’appellativo che Chaka mostrava di preferire, assieme a quello di “inviato di Nkulunkulu”, il dio supremo degli Zulu. Mofolo, in quello che è considerato il primo romanzo storico della letteratura sotho, non cita mai il nome di Sonkosi: egli assicura di aver scritto “ciò che effettivamente avvenne. ma con molte aggiunte e con molte omissioni, per cui molto è stato escluso e molto che non è realmente avvenuto è stato inserito”.

Se Canetti cita Chaka come uno dei simboli della solitudine paranoica del potere, Mofolo ne fa un eroe archetipico, una sorta di angelo caduto, che partecipa di una doppia natura, umana ed extra-umana. La crescente solitudine di un’infanzia difficile, durante la quale subisce il ripudio del padre e l’emarginazione dei coetanei, si trasforma in desiderio insaziabile di vendetta e di potere, che diventerà pienamente consapevole dopo l’incontro con lo stregone Isanusi, figura mefistofelica che ispira e sorregge il successivo destino di Chaka fino al suo inevitabile compimento. Il saggio re Dingiswayo, che seppe reggere il bellicoso popolo Zulu con moderazione e grande senso di umanità, iniziò Chaka al potere avendo individuato in lui i pregi e le virtù del giovane nobile e retto e non sospettando la sua successiva trasformazione in un tiranno assetato di sangue, pronto ad uccidere le persone più care pur di soddisfare le proprie ambizioni; compresa la dolce Noliwa, sorella prediletta di Dingiswayo, modello d’amore e di bellezza e per di più incinta al momento della morte. L’uccisione di Noliwa precede di poco il matricidio di Nandi, colpevole di aver voluto salvare almeno uno dei figli del re.

Mofolo descrive minuziosamente la “spaventosa trasformazione” avvenuta in Chaka dopo la morte di Noliwa: si spense in lui “l’ultima scintilla di umanità rimastagli” e la capacità di distinguere tra la guerra e l’assassinio; se prima la sua crudeltà era soltanto un “difetto della sua natura umana” ora egli perde la stessa natura umana, mentre una “natura bestiale si impadronì di lui”, al punto da considerare il sangue dei sudditi alla stessa stregua di quello degli animali da macellare senza scrupoli.

La natura bestiale del Chaka ormai prossimo al compiersi del suo destino, che la ricomparsa di Isanusi oscuramente gli annuncia, si sfoga nel cosiddetto “massacro dei codardi”, cioè il massacro di tutti i giovani guerrieri messi alla prova nell’infausto attacco contro i territori di Buthelezi e di Qwabe. Chaka fece sterminare tutti coloro che nel corso della guerra erano fuggiti dalla mischia, o avevano perso la loro lancia, o l’avevano scagliata contro i nemici anziché usarla nei corpo a corpo: insomma egli decise di far uccidere tutti quelli che non erano morti in battaglia risparmiando soltanto pochissimi sopravvissuti; come quel Mzilikazi, il giovane guerriero che gli ricordava se stesso per l’abitudine di colpire l’avversario dal basso verso l’alto piuttosto che al contrario, e che elevò al rango di comandante con la possibilità di scegliersi cento capi di bestiame dalle mandrie reali. In una sola giornata furono uccisi decine di migliaia di guerrieri: in quel modo “la vigliaccheria fu bandita dall’impero Zulu” e i sopravvissuti compresero appieno il detto: “Un figlio maschio è come un bue dato in pasto agli avvoltoi”.

Come si diceva, il nome di Sonkosi non ricorre mai in nessuno degli episodi che caratterizzano l’ultima fase della vita di Chaka: ma le storie di Mzilikazi e del fedelissimo Nongogo gettano qualche sprazzo di luce sul suo probabile destino.

Dopo il massacro dei codardi Chaka decise di lanciare una spedizione militare contro il Sud, attaccando i Mafuze, i Bathembu e i Machunu, facendo strage di quei popoli, bruciando villaggi e raccolti. Ormai bastava menzionare il suo nome perché gli uomini abbandonassero i villaggi e si dessero alla fuga. distruggendo a loro volta i popoli più deboli che incontravano lungo la strada. Chaka soleva infatti sterminare donne, vecchi e bambini, cioè tutti coloro che riteneva incapaci di diventare dei veri Zulu; risparmiava i giovani che riteneva in grado di dimenticare le proprie origini e le ragazze che venivano rese schiave e messe a disposizione della truppa.

Fu in quel periodo, quando i cani inselvatichivano e le iene seguivano in folti branchi l’esercito, che per la fame gli uomini cominciarono a darsi la caccia e a mangiarsi a vicenda come animali. I campi diventavano sterili e la desolazione era completa. Quando Chaka tornò dal Sud nel Weld non si riusciva più a vedere un essere umano: egli intraprese l’ultima guerra alla quale partecipò perso-nalmente contro le popolazioni che abitavano le pendici dei monti Maloti; dopodiché decise di attaccare a Nord, ma affidando le truppe ai suoi generali.

“Fu proprio Mzilikazi - precisa Mofolo - a guidare le truppe in molte spedizioni verso il nord”, ogni volta riportando al re l’intero bottino e ottenendone buona parte in ricompensa. Tuttavia Mzilikazi non amava sottomettersi a una volontà che non fosse la sua né combattere per qualcun altro che non fosse se stesso: e questo segna la differenza fondamentale del suo carattere e dei suoi atteggiamenti rispetto a Sonkosi. Mentre Sonkosi aveva scelto la lealtà a tutti i costi verso il suo re (ma non sappiamo se prima o dopo che questi avesse totalmente smarrito la sua natura umana) Mzilikazi osò sollevare i guerrieri contro Chaka, proponendo loro di tornare in patria a procurarsi mogli Zulu e ricordando che Chaka non era né un prodigio né una divinità, ma un essere umano come gli altri, per cui quello che faceva lui anch’essi potevano farlo. Il re venne a sapere della congiura e mandò un gran numero di guerrieri, al comando di un altro capo fedele, Manukuza, con l’ordine di sterminare Mzilikazi e il suo esercito. Ma lo stesso Manukuza approfittò dell’occasione per fuggire oltre lo Zambesi, in una terra dove fonderà il regno di Machakana, mentre Mzilikazi riuscì a sfuggire all’inseguimento, portandosi dietro le coetanee che avevano accettato con entusiasmo la sua proposta di fuga, attraversò i monti Maloti, distruggendo tutto ciò che incontrava lungo la strada, bruciando villaggi e raccolti e “persino l’erba dei prati in cui si accampava per la notte”, così che fra lui e gli eserciti di Chaka non restasse assolutamente niente che si potesse mangiare. Andò avanti finché raggiunse Kudumane, in Botswana, facendo divampare verso oriente l’incendio appiccato da Chaka, distruggendo i popoli che si trovavano al centro e bruciacchiando appena quelli d’occidente che seppure a stento riuscirono a resistere al fuoco.

“Quando scoppia un incendio di quella portata - avverte Mofolo - non c’è niente che lo possa fermare e fu così che morirono sia i Mokone che i Mosotho, sia i buoi che i leoni”.

Chaka, quando vide tornare i guerrieri senza la testa di Mzilikazi e apprese che anche Manukuza aveva disertato, si infuriò al punto da ordinare che fossero tutti bruciati vivi sul rogo.

Questa serie impressionante di eventi, anche se non ci aiuta a precisare la vera storia di Sonkosi chiarisce meglio il contesto nel quale essa si consumò. Un ultimo elemento comparativo può essere fornito dalla storia di Nongogo, un guerriero eccezionalmente coraggioso che potrebbe essere uno degli alter ego di Sonkosi: anch’egli infatti, come ci informa Mofolo, combatteva per Chaka con tutta l’anima e senza cattive intenzioni e tutte le truppe che servivano il re gli volevano molto bene. Proprio per il fatto che tutti lo amavano Chaka fu assalito dall’invidia, lo convocò al suo cospetto e gli ordinò di prendere duecento guerrieri e recarsi in un regno sconosciuto dove si diceva ci fosse un minerale ferroso per fare lance particolarmente facile da ottenere e da lavorare. L’ordine era di riportare indietro alcune di quelle pietre, assieme al metodo per estrarle e fonderle.

Nongogo intuì subito che il re lo stava mandando a morire: ma accettò i pochi uomini che gli erano stati assegnati e si avviò verso il paese sconosciuto. Dovette subire molti attacchi e molte perdite assieme al rifiuto di ottenere dei rinforzi, ma continuò a marciare finché non trovò quello che cercava. Durante il viaggio di ritorno dovette sostenere una tremenda battaglia che lo lasciò in vita con solo dieci superstiti, dovette attraversare zone desertiche che decimarono i compagni di sventura, giunse infine, piagato e indebolito dalla fame e dalla sete, assieme a un solo guerriero, davanti a Mgungundhovu, la capitale dell’impero di Chaka. Ammesso alla presenza del re questi lo riconosce a stento: il sangue che spillava dalle ferite e dai piedi consumati dal viaggio -precisa Mofolo- avevano lasciato una scia dall’ingresso al luogo dove se ne stava vacillante di fronte a lui. Del resto del racconto vale la pena riportare almeno il dialogo: potrebbe essere stato non molto dissimile da quello che aveva segnato la condanna confermata a Sonkosi al suo ritorno dalla delicata missione felicemente compiuta.

Chaka: “Nongogo! Sei tu Nongogo?”

Nongogo: “Sì, sono io, il tuo servo, o re!”

Chaka: “Dove sono i tuoi uomini?”

Nongogo, riesce a mormorare: “Ho cercato di portare a termine il compito che mi avevi affidato, o mio sovrano”, e gli racconta per sommi capi il viaggio, dal principio alla fine.

Chaka non gli crede e lo accusa di aver ucciso i suoi uomini e di essere tornato a mani vuote: “Portate via questo cane e distruggetelo!”

Nongogo, riesce a dire, senza nemmeno chiamarlo re: “Chaka, molta gente è convinta che tu non sia un essere umano come gli altri ed oggi anch’io ne ho la prova”.

Sempre più infuriato Chaka fa uccidere uno dei carnefici perché aveva esitato ad eseguire il suo ordine. Gli altri, impauriti, afferrano Nongogo e lo trascinano verso il luogo dell’esecuzione, ma come un peso ormai morto.

Così, commenta Mofolo, finì dunque la missione segreta di Nongogo.

Se Chaka è uno dei miti portanti della popolazione nera sudafricana Sonkosi non può essere soltanto una delle innumerevoli vittime incolpevoli del suo furore: nessuno avrebbe mai fornito notizie tali da giustificare un aneddoto da pubblicare su un settimanale ad altissima tiratura se Sonkosi non fosse stato importante almeno quanto i guerrieri Nongogo o Mzilikazi. Questa annotazione dovrebbe essere sufficiente a giustificare altre ipotetiche ramificazioni del suo destino.

Abbiamo visto come il re africano mandasse la sua gente ovunque voleva, consentendo la vita ai sudditi solo finché restava convinto che gli obbedissero. L’invio in un paese ostile o sconosciuto potrebbe essere connesso al rituale del “capro espiatorio”, che faceva parte delle reiterate cerimonie di “accrescimento” delle energie del re. Non si uccideva solo per rendere manifesto che il re aveva assunto la sua sovranità, ma anche perché egli continuasse sempre a sopravvivere. Nonostante gli anni di vita del sovrano fossero inesorabilmente segnati (come era anche nel caso di Chaka), il re “traeva potere” dal processo stesso del sopravvivere agli altri. Una delle cerimonie di “accresci-mento” consisteva appunto nel condurre dinanzi al re due uomini con gli occhi bendati. Il re ne feriva uno lievemente con una freccia e lo inviava in un paese ostile; l’altro veniva nominato sovrintendente e guardiano delle mogli.

Sonkosi potrebbe essere stato segnato con la freccia, ma niente esclude che gli sia toccata, invece, la seconda incombenza e che, in cambio della sua comprovata fedeltà, un altro sia stato inviato al suo posto.

Un’altra ipotesi da non trascurare è che Sonkosi sia rimasto vittima della convinzione dell’acquistare potere sopravvivendo, che a un certo punto dell’epopea Zulu determinò, fra l’altro, l’istituzione stabile di sacrifici umani. E non dobbiamo in nessun caso trascurare il fatto che un uomo capace di uccidere l’unico figlio accertato strappandolo alle braccia della nonna non poteva avere il minimo scrupolo ad uccidere anche il migliore dei suoi sudditi: bastava, del resto, “che ne avesse voglia”. Come non si può escludere che il diverbio fra il re e Sonkosi sia stato simulato perché la sorte di quest’ultimo era già segnata e messa in conto nella prassi, non meno diffusa, dell’ eliminazione sistematica di tutti i rivali, anche quelli soltanto potenziali. Sappiamo quanto Chaka fosse sensibile e attento nella caccia preventiva al rivale che lo avrebbe ucciso. Infine, il re era, per definizione, il Sopravvissuto. In particolare Rascoe riferisce, a proposito di un altro re, Kabarega, che “egli doveva sopravvivere a un fanciullo che era suo fratello” . Chaka doveva sopravvivere a un fanciullo che sarebbe potuto essere suo figlio, ma perì in realtà per mano di un fratello (o due).

Tenendo conto del fatto che, prima di perdere definitivamente la natura umana e assumere quella della bestia, egli considerava i suoi sudditi migliori “fratelli di sangue”, Chaka potrebbe aver intuito di dover sopravvivere a Sonkosi, forse il migliore dei suoi sudditi, proprio quando era sicuro di aver impedito la nascita di altri figli e dopo che aveva eliminato l’unico sopravvissuto grazie alla pietà di sua madre. Chaka potrebbe aver fatto sopprimere Sonkosi dopo aver concentrato su di lui tutti i caratteri e le funzioni magiche del capro espiatorio: quindi dopo averlo nominato, per un certo periodo, non solo sovrintendente e guardiano delle sue “sorelle”, ma anche “re da burla”.

Tale consuetudine è presa in esame da Olberg, autore di un notevole studio sul regno Ankole, a proposito della successione. Ad essa era destinato, presso gli stati Hima di cui il regno Ankole faceva parte, “il più forte dei molti figli del re”. Ma durante l’inevitabile guerra di successione il regno non poteva rimanere ufficialmente senza re. Così venivano costretti ad affrontarsi in una lotta mortale due poveracci e il vincitore veniva proclamato “re da burla”.

Nel frattempo i principi combattevano gli uni contro gli altri ricorrendo ad ogni subdola astuzia, come l’uccisione dell’avversario nel sonno, l’avvelenamento dei cibi, il ricorso a pratiche magiche e ad aiuti stranieri. Questa guerra di successione poteva durare molti mesi. Alla fine rimaneva uno solo dei contendenti, destinato non a regnare ma a misurarsi col figlio prediletto già prescelto dal re defunto e a venirne, di solito, ucciso, poiché quest’ultimo “aveva dalla sua parte gli stregoni più potenti e il maggior numero di seguaci”. A questo punto il sopravvissuto si recava a corte con i tam-buri reali, accompagnato dalla madre e dalle sorelle. Prima di essere proclamato re faceva uccidere il re da burla.

Fra le tante manie del suo stato bestiale poteva essere sopraggiunta a Chaka quella detta della “anticipazione”: cioè della previsione sistematica, ossessiva, di tutte le vicende possibili della lotta per la sua successione. Nel suo tardo delirio d’immortalità egli doveva essere convinto che, soprav-vivendo alla successione, poteva considerarsi re - vale a dire il Sopravvissuto per antonomasia - per sempre. Poiché aveva accuratamente eliminato i figli naturali chi meglio di Sonkosi, il più fedele dei sudditi, poteva assommare in sé i caratteri (e i rischi connessi) di fratello, figlio, successore e antagonista?

Eliminato lui, eliminati tutti. Così deve aver ragionato Chaka. Ma neppure così riuscì ad eludere il destino che temeva. Riassumendo per il lettore alcune delle cose già dette, come fa Mofolo preparandolo al racconto della fine di Chaka, gli eventi disseminati lungo il suo sentiero (il suo karma - marga , come direbbero gli indù) furono impressionanti proprio perché “tanto numerosi e tremendi”: Mofolo ritiene che erano come i grandi misteri che sorpassano la comprensione della gente. La fama e l’impero che egli conquistò derivavano da un conferimento magico: la lancia corta che lo stregone Isanusi gli aveva donato. Bastava che Chaka la sollevasse verso l’alto per seminare morte e distruzione: il numero della gente uccisa, calcola il suo biografo, era pari al numero di tutti i Basotho, donne, uomini e bambini, moltiplicati per tre o quattro volte”. Ma proprio nel momento in cui Chaka avrebbe dovuto godere maggiormente dell’enorme potere accumulato cominciò a soffrire di un’indicibile angoscia e di una pena amarissima.

Nel tentativo di lenire il suo profondo senso di scontentezza prese a organizzare grandi festeggiamenti: in apparenza per far divertire la sua gente, in realtà per trovare nuove occasioni per spegnere la sua inesausta sete di annientamento. Il parossismo del suo delirio di onnipotenza è raggiunto quando obbliga la gente a piangere per i lutti da lui stesso inflitti e la condanna a morte perché piangono i suoi guerrieri e non “me che sono la vera meraviglia”.. Al termine di una grande festa Chaka obbliga i guerrieri a trucidare tutti i convenuti: la scusa è che avevano tentato di ordire una congiura ai suoi danni. Ripeté queste azioni molte volte, precisa Mofolo, ma senza riuscire a placare il fuoco che lo divorava dall’interno.

La fine del suo sentiero coincide con un periodo di sogni angoscianti, inaugurati da un incubo le cui ricorrenze simboliche sono l’ululato dello sciacallo in mezzo alla prateria, l’urlo della iena nelle tenebre e il latrato di un cane che lacera il cielo. Una incredibile paura si impossessò di lui, piangendo lacrime amare egli cominciò a invocare il più fedele dei suoi servi, Malunga. Era questo il vero nome di Sonkosi? Dalle ultime drammatiche pagine del libro di Mofolo non è possibile inferirlo. Quel che è certo è che anche i servi più fedeli lo avevano ormai abbandonato, allontanandosi senza chiedere permesso. Chaka cominciò a sentire come un furioso bollire di liquidi nel suo stomaco, prese a vagare senza meta, come un cavallo reso folle da una febbre viscerale che lo costringe a strapparsi a brani la sua stessa carne. Anche i fratelli minori, Dingana e Mhlangana, ai quali aveva affidato l’ultima spedizione nei regni del nord, abbandonarono l’impresa, adducendo futili scuse. I due fratelli si erano ormai accorti che la gente non tollerava più il suo modo di governare e avevano deciso di assassinarlo appena si fosse presentata l’opportunità.

L’ultimo incubo di Chaka, molto lungo e continuo, si compie nel luogo dove aveva consumato gran parte dei suoi stermini: la gola di Tatiyana. Qui si attardano gli spiriti che non erano riusciti a raggiungere la dimora celeste degli Zulu. E qui ora si affollano davanti ai suoi occhi bruciati dall’orrore delle sue colpe per ricordargliele tutte, una dopo l’altra, perché assistesse di nuovo alla morte di tutti coloro che aveva spento e i popoli che aveva disperso costringendoli a mangiarsi l’un l’altro durante la fuga.

Anche se Mofolo lo comprende nelle sue omissioni lo spirito di Sonkosi non poteva non essere fra quelli che fanno capire a Chaka come l’ora della sua morte sia ormai vicina. A ricordarglielo espressamente è Isanusi che giunge con i suoi demoniaci assistenti a chiedergli la ricompensa per i poteri che gli ha conferito.

Quando dopo l’ultimo incubo il sole si levò i guerrieri che gli erano nonostante tutto rimasti fedeli si resero conto che egli aveva subito la definitiva metamorfosi: il “leone degli Zulu”, la belva selvaggia e senza paura, era ormai prosciugato di ogni sua forza e non riusciva neppure a scuotere la criniera. La morte che Chaka credeva di aver seppellito nel fondo della gola di Tatiyana ora veniva a ghermirlo, senza che lui potesse sottrarsi alla sua presa. L’ultimo perverso stratagemma del re è quello di mettere i suoi reggimenti uno contro l’altro, l’uno all’insaputa dell’altro: così il reggimento migliore, quello dei Dukuza, svanì nella notte e solo una piccola parte dei Ma Chaka era sopravvissuta, assieme ai Dinotshi. Chaka disse ai sopravvissuti di scegliersi cinquanta capi di bestiame da ognuna delle mandrie che aveva separato secondo il colore del mantello. E mentre erano intenti alla cernita ordinò agli ultimi giovani guerrieri che gli restavano fedeli di caricarli e ucciderli. Aveva detto loro che erano stati quelli a stregarlo e che ora, senza aspettare la sua morte, si stavano impossessando delle sue mandrie.

L’ultimo fantasma che apparve a Chaka prima di venir trafitto dalle lance dei suoi fratelli fu quello della dolce Noliwa, seguito da quello della madre Nandi. Mentre Isanusi e i suoi assistenti ricom-paiono in lontananza, la folla sterminata degli spiriti senza pace grida la condanna del re assassino del suo stesso sangue.

Ma la colpa fondamentale di Chaka era quella di essersi fino all’ultimo rifiutato di uccidere il suo ego. Sicuramente egli aveva a tal punto esasperato i sudditi da indurli a strangolarlo. Per quanto assoluto fosse il suo potere, come quello degli altri re, la pratica di eliminarlo o addirittura di predeterminare artificialmente la sua morte, per poi procedere per acclamazione alla nomina di un altro re, era molto diffusa, non solo in Africa, e anche se in forme apparentemente meno cruente ancora così si svolge, un po’ dappertutto.

E Sonkosi? mi chiedono le bambine, alla fine di questa storia.

Sonkosi era stato prescelto con intempestivo anticipo; prima cioè che Chaka morisse realmente e questo determinò la sua stessa fine. Oppure fu ancora una volta il perfido re a simulare il tutto, nel tentativo impossibile di esorcizzare anche l’ultima possibilità: che un altro fosse acclamato al suo posto e considerato, lui stesso, un nuovo Chaka. Chaka decise di sacrificare il suo ultimo alter ego nell’assurdo tentativo di poter sopravvivere a se stesso.

In questo senso, ma solo in questo senso, non è così azzardato sostenere che Chaka e Sonkosi sono, o sono stati, la stessa persona. Come i due uccelli delle Upanishad, l’uno cercò sconsideratamente, anche a costo di perdersi, di conservarla; l’altro si accontentò di riconoscerla, e finì sicuramente per ritrovarsi.

di Manuel Furru

pubblicato originariamente su Megachip