I sardi nel mondo | Renato Soru agli emigrati: insieme siamo un solo popolo

di Umberto Aime - Fonte: La Nuova Sardegna

lunedì 28 aprile 2008 di exeo

Renato Soru è stato l’ultimo a salire sul palco della Conferenza internazionale «I sardi nel mondo». Parlerà a braccio, per mezz’ora: «Ho pochi appunti», l’esordio.

Il resto lo prenderà dal cuore: «È zeppo delle emozioni che voi mi avete consegnato in questi tre giorni, con i vostri occhi lucidi, le foto ricordo, il vostro diario di viaggio. Voi che amate la Sardegna con dedizione ma vivete lontano, siete ritornati a casa vostra non per chiedere ma desiderosi di aiutare l’isola a essere più bella e più forte. Volete che sia di nuovo vincente. Noi abbiamo sentito il dovere di ascoltarvi e i vostri suggerimenti non rimarranno inascoltati».

Con un esordio pressappoco così, non poteva che accadere una cosa sola: settanta secondi di applausi a scena aperta. Con un discorso tutto sulle corde forti della passione, il presidente della Regione ha conquistato la platea. La platea degli emigrati: i quattrocento delegati di quei settecentomila che sono andati via negli anni.

L’ultima giornata della Conferenza internazionale sull’emigrazione è stata quella delle conclusioni e dei saluti, la più difficile. Il ritorno in Argentina, Australia e Canada sarà molto più lungo del solito, per chi dopo diciannove anni di silenzio s’è risentito considerato, capito e ascoltato, come ha detto l’assessore regionale al Lavoro, Romina Congera.

Renato Soru ha seguito la traccia, non s’è discostato molto dall’icona degli emigrati: «Anch’io sono stato uno di voi», è stato il suo primo ricordo. Gli studi a Milano, la laurea alla Bocconi e poi il viaggio di ritorno fino ai giorni nostri: Tiscali prima, la Regione poi.

Nello sfogliare l’album personale, il governatore ha tirato fuori quello che c’è di meglio nelle pagine di ieri e oggi: lo spirito d’appartenenza del popolo sardo, per i problemi ci sono tutti gli altri giorni, nel suo ufficio di presidenza. «La vostra non è più una storia cristallizzata, con gli anni è diventata globale — ha detto — ed è una storia in cui ci riconosciamo. Ecco perché insieme oggi possiamo dire che ognuno di noi e di voi può continuare a ripetere con orgoglio: ho una patria».

Interrotto dagli applausi, il presidente con la voce rotta dall’emozione ha continuato: «Ascoltandovi sono rimasto sorpreso dalla vivacità e dalla modernità dei vostri interventi. Ho sentito un torrente di idee arrivare da ogni angolo del pianeta e a tutti voi devo riconoscere una forza inaspettata: volete essere protagonisti, volete contribuire al bene comune».

Il bene comune ha un solo nome: la Sardegna. «Dobbiamo lavorare insieme, ve lo chiediamo noi per primi, lasciandoci alle spalle le incomprensioni e anche la burocrazia che può aver rallentato la giusta esuberanza culturale dei circoli.
Dobbiamo confrontarci ancora e sempre perché la nuova legge sull’emigrazione risponda alle vostre esigenze che sono poi le nostre: far riemergere la Sardegna della cultura e della lingua», ha detto ancora Soru senza però accennare all’altra grande questione sollevata dagli emigrati, il diritto invocato di votare per il Consiglio regionale.

Si vedrà, è necessaria una riforma, nel frattempo Soru s’è caricato altri doveri: «Noi sardi dobbiamo garantire a voi sardi che c’impegneremo a mantenere inalterato e più vivo ancora il meglio della nostra patria: l’ambiente, l’identità, le diversità. E per farlo dovremo essere coraggiosi e ostinati nei prossimi anni, per farvi poi dire dappertutto che siete nati in un’isola strana, dove c’è un alto livello culturale, dove si vive bene, dove c’è il lavoro. Questo non è il mio sogno, è il sogno del popolo sardo».

Applausi e foto di gruppo. Inevitabili.

di Umberto Aime - Fonte: La Nuova Sardegna