IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS IN ARGENTINA

RICORDANDO MASTINU E MARRAS E LE MADRI DI PLAZA DE MAYO

martedì 4 dicembre 2007 di exeo

«Signora, ma perché continuate a preoccuparvi per vostra figlia? Fate finta che sia andata in vacanza. Una lunga vacanza…» I generali argentini rispondevano spesso così, magari accompagnando le parole con un sorriso gentile e beffardo, alle madri che, disperate, chiedevano che fine avessero fatto i propri figli, scomparsi da giorni, da mesi. Da anni. In Argentina oltre 30mila uomini e donne, durante la dittatura militare (1976-1983), furono arrestati e fatti letteralmente sparire nel nulla. Volatilizzati. Desaparecidos.

Si trattava per lo più di giovani e giovanissimi animati dalla volontà di ribellarsi al regime instaurato dopo la caduta di Peron: studenti che si riunivano per contestare i provvedimenti sempre più restrittivi messi in atto dalla giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla. Molte delle vittime erano figli di europei emigrati in Argentina alla ricerca di lavoro e fortuna. Il 24 marzo 1976 in Argentina scoppia il golpe dei generali, alcuni giorni dopo, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Videla si proclama trentottesimo presidente della Repubblica argentina. Da quel momento inizia per l’Argentina l’epoca più triste di tutta la sua storia. Quella che venne definita la “guerra sucia” (la guerra sporca) e venne diretta contro gli oppositori di sinistra. Questa repressione venne diretta non soltanto contro gli argentini ma anche contro spagnoli, francesi, italiani...

Tra loro due nostri conterranei Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras emigrati in Argentina con i propri genitori da Tresnuraghes e li cresciuti. Martino Mastinu entrò ancora ragazzo a lavorare nei cantieri navali di Tigre e ben presto diventò un capace leader sindacale e con la vita pagò questa sua attività, infatti venne sequestrato per ben due volte e la seconda non fece più ritorno a casa in quanto fu gettato vivo nell’Oceano da un aereo. Non meno dolorosa la vicenda di Mario Bonarino Marras che di Mastinu era cognato e che venne ammazzato proprio durante una retata da parte dei militari che erano venuti per cercare Martino. Dopo il colpo di stato, i generali saliti al potere si posero come unico obiettivo quello di organizzare un potente apparato in grado di creare uno stato di terrore in tutta la popolazione e lo fecero ricorrendo a strumenti di tortura mentali, fisica e psicologica, diretti verso tutti coloro che potevano rappresentare dei potenziali pericoli per la sopravvivenza del regime: intellettuali, studenti, docenti universitari, sindacalisti.

Tutti, indistintamente senza limiti di età vennero incarcerati, torturati e uccisi, avendo come unica colpa quella di “combattere” per il ripristino della democrazia e della giustizia. La maggioranza delle persone, sia in Argentina che fuori, ignoravano ciò che stava succedendo in quanto il potente apparato burocratico militare a cui era stato dato vita, faceva in modo di creare negli individui uno stato in cui sembrava che tutto andasse bene, si cercava in un certo senso di chiudere gli occhi alla gente in modo che questi non si rendessero conto di ciò che stava accadendo. Soltanto con la ripresa della democrazia, nel 1983, e dopo la guerra delle Malvine, si poté in un certo senso riaprire gli occhi e vedere ciò che era accaduto, ma soprattutto l’orrore a cui questo regime aveva portato.

Oggi, finalmente, dopo anni dalla fine della dittatura è stata resa giustizia agli italiani che durante questo regime vennero torturati e uccisi, se ne contano oltre cinquecento, ma soltanto per otto di essi sono stati riconosciuti i presupposti per avviare un processo. La sentenza che ha portato alla condanna all’ergastolo dei Generali, Guillermo Carlos Suarez Mason e Omar Santiago Riveros, nonché a ventiquattro anni di reclusione per gli altri cinque imputati è del 6 dicembre 2000. Tale sentenza è di portata storica in quanto apre nuove strade nel campo del diritto internazionale quando si tratta di giudicare crimini contro l’umanità. Giustizia è stata resa alla memoria dei trentamila desaparecidos anche se molto probabilmente nessuno degli imputati finirà in carcere.

L’emblema delle Madri di Plaza de Mayo dipinto sulla pavimentazione della celebre piazza di Buenos Aires. L’associazione della Madri di Plaza de Mayo è una organizzazione argentina dedita all’attivismo nel campo dei diritti civili composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. Il loro emblema, un fazzoletto bianco annodato sulla testa, è il loro simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati. Le madri di Plaza de Mayo sono diventate ormai un’istituzione, un esempio, un simbolo. Sono l’emblema dell’amore materno che vince ogni ostacolo, non si placa, non si arrende. Sono la forza, la costanza, la pazienza di lottare, combattere, chiedere giustizia. Sono le mamme dei desaparecidos, di quella moltitudine di ragazzi scomparsi nelle fauci della dittatura, sequestrati, arrestati, mai processati, svaniti. Nel nulla. Quel che è certo è comunque che non sono scomparsi dalla vita di tutte quelle madri che da decenni pretendono la verità, vogliono giustizia, chiedono la fine dell’impunità. E lo fanno urlando al mondo il loro dramma, mostrando instancabili le foto dei loro figli, gridando in faccia a tutti che i desaparecidos hanno un volto, un nome, una dignità che va loro restituita.

Sono tante, unite, organizzate. E andranno avanti. Ormai sono un’istituzione, dunque, con un proprio peso sociale e per molti versi anche politico, ma la loro storia è una parabola da non dimenticare. Quando nel 76 si instaura la dittatura in Argentina erano già iniziate le desapariciones. Sporadicamente, in due anni, erano spariti già 600 uomini. E 600 madri già piangevano, attendendo fiduciose che tornassero a casa, prima o poi. Ma con la dittatura i desaparecidos centuplicarono in poco tempo. Specialmente a Buenos Aires. E le madri non rimasero più in casa ad aspettare. Iniziò dunque un pellegrinaggio spontaneo agli uffici di polizia, nelle carceri, al ministero degli Interni, nelle chiese. Donne determinate chiedevano notizie dei propri figli, ogni giorno. Ogni giorno le stesse donne incrociavano i loro sguardi, si riconoscevano, si confortavano.

A qualcuna venne in mente di trasferire quel loro pellegrinaggio in una della piazze principali, la più in vista, quella che ospita la Casa Rosada e la Cattedrale, quella dei poteri forti. Ci andarono un giovedì. Era maggio. E là sentirono di essere nel posto giusto, e là restarono. Negli altri luoghi del potere c’erano sempre scrivanie che impedivano il contatto diretto con l’interlocutore, c’era sempre la burocrazia che complicava tutto. In piazza invece no. In piazza tutte eravano uguali. A tutte avevano sequestrato il figlio, tutte stavamo passando lo stesso dramma, tutte eravamo andate negli stessi luoghi. Fu come se nessuna distanza e nessuna differenza le diversificasse. E da lì, porta a porta, le madri andarono in cerca di altre madri. E il gruppo crebbe, si rafforzò. E nacquero le prime azioni congiunte, inizialmente del tutto spontanee, poi sempre più programmate, mirate. Iniziarono le marce. Marce sul posto, da non scambiare con le ronde. E da quel giovedì di maggio di trent’anni fa, la voce delle madri non ha mai cessato.

Massimiliano Perlato