Il Requiem di Verdi incanta il Lirico di Cagliari
venerdì 23 marzo 2007 di Antonio Valentini
E proprio così potremmo definire, poetica e colossale, l’esecuzione del Requiem Verdiano offerta da Anthony Bramall al pubblico del Teatro Lirico il 16 e il 17 marzo scorsi – nell’atteso doppio appuntamento con un capolavoro che mancava a Cagliari ormai da parecchi anni. Volendo dunque riportare, in questa breve nota, le sensazioni provocate e scatenate dalla vibrante performance della compagine sinfonico-corale Cagliaritana, risulta inevitabile partire proprio da una valutazione del ruolo assunto, nell’esecuzione, dalla carismatica direzione di Anthony Bramall: si può forse fare a meno, ci chiediamo infatti, di notare a quali livelli di qualità e coinvolgimento esecutivi possano arrivare il Coro e l’Orchestra del Teatro Lirico quando opportunamente stimolati? e v’è forse dubbio alcuno, alla prova dei fatti, che l’incontro con Bramall sia stato uno dei più felici e proficui degli ultimi anni? Non è un caso, crediamo, che siano in tanti a sperare in un duraturo rinnovo del sodalizio artistico fra il direttore inglese e l’Orchestra del Teatro Lirico; ed è un auspicio, questo, al quale ci sentiamo di aderire senza riserve.
L’incipit del Requiem Verdiano è tutt’altro che spettacolare, come ben sanno i frequentatori della celebre partitura del Maestro di Busseto; sono ben poche note, ma non possono certamente essere suonate senza un’espressività, un’intima forza che si faccia carico dell’aspettativa di tutto ciò che dovrà accadere nelle successive sezioni del lavoro: è un breve inciso – per così dire – che deve lasciar intendere molte cose. E l’Orchestra del Lirico coglie nel segno sin dal principio, affidandosi al gesto sicuro di Bramall e con esso interagendo, dimostrando un’attenzione, una reattività e un partecipe interesse all’esecuzione che sono spesso merce rara – ahimè – tra i leggii di tanti complessi sinfonici. Medesime considerazioni, nondimeno, possono valere per la compagine corale, cui il Requiem richiede peraltro un particolare impegno fisico oltre che mentale, tanto da rendere l’esecuzione dal vivo della partitura Verdiana una straordinaria prova di forza oltre che di abilità.
Avendo finora taciuto della compagnia di solisti intervenuta nell’esecuzione, cogliamo l’occasione per riferire di come l’entrata di Massimo Giordano nel Kyrie Eleison (bella voce tenorile, potente pur se non ricca di sfumature) possa essere descritta come uno di quegli episodi che anche da soli – se preparati e proposti nel giusto modo – possono rendere indimenticabile, a chi ascolta, un’intera serata di musica. Una perfetta consequenzialità di intenti e di effetto, d’altronde, assumevano i successivi ingressi del resto del quartetto vocale: il basso Giacomo Prestia, voce piena e intensa, accompagnata da un vibrato forse un po’ lasco; il soprano Norma Fantini, dotato di grande teatralità e di un timbro capace di impreziosirsi sulla lunga distanza; il mezzosoprano Ildiko Komlosi, unica non italiana del quartetto (origini e formazione musicale ungheresi), capace di una potenza vocale ben commisurata alle proporzioni del fisico, e peraltro necessaria a tener testa al volume sonoro sviluppato dalla musica del Requiem.
Dell’esecuzione del Dies Irae, spentasi la sonorità del Requiem-Kyrie introduttivo, rimangono alla mente la straordinaria pulizia tecnica, la perfetta fusione fra le parti, la coerenza e la tellurica incisività timbrica dell’insieme; Bramall sembra qui chiamare per nome ciascuna delle sezioni, ne guida gli incastri con fiera e trasparente autorità, firmando una delle più belle e intense pagine esecutive della compagine sinfonico-corale Cagliaritana. Pretende molto, Bramall; pretende anche che nel Tuba Mirum le trombe del Giudizio si facciano eco dalla parziale invisibilità della seconda loggia del Lirico: quale sorpresa allora – quale felice sorpresa! – nell’assistere allo spettacolo di una tanto formidabile e ben congegnata macchina sonora, grandiosamente proiettata nell’intero volume del Teatro, in un complessivo effetto di Caos organizzato e turbinante drammaticità, capace di risolversi nel pubblico in un intenso e ammutolito coinvolgimento emotivo, che chi scrive sente ancora vivo nella memoria...
Fra le tante altre cose che si potrebbero dire sul resto dell’esecuzione, scegliamo di ricordare l’ottima prestazione degli ottoni nel Rex Tremendae, questa volta impegnati nella resa dei sommessi accordi in pianissimo che accompagnano le parole del Coro; il Sanctus e il Libera Me finale assai ben concertati, la bellezza timbrica del Basso e dei legni nel Lux aeterna. E ancora, l’ottimo duetto (Soprano e Mezzosoprano) nel Recordare, il bel quartetto vocale nel Domine Jesu; Domine Jesu in cui i violoncelli, alle prese con un impervio arpeggio ascendente di non facile intonazione, sembrano peraltro riuscire – quantomeno! – a limitare i danni. Unico vero rammarico, allora, rimane forse la resa eccessivamente operistica di quella mirabile pagina solistica che è l’Ingemisco, affidato ad un Massimo Giordano in vena di esibire, in quest’occasione, una vocalità tenorile forse troppo esuberante.
Si è così detto almeno qualcosa su tutti i protagonisti dell’esecuzione, e ci rendiamo conto che non è certo possibile stendere in questa sede un resoconto della serata che possa realmente dirsi esauriente. Un evento del quale il pubblico Cagliaritano non può che andare orgoglioso; un’esecuzione della quale, siamo sicuri, in tanti serberanno a lungo un ricordo semplicemente, intimamente appassionato.
Antonio Valentini
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