Lo spiedo rosola carne di maialetto profumata, due mani esperte e forti controllano la brace. In silenzio osservo quel rituale a cui sono abituata ormai da tempo. La famiglia si appresta a consumare con l’ospite il pasto della sera con vivacità e brio.
Ricevo ogni genere di attenzioni, la padrona di casa indaffarata nasconde il suo imbarazzo con premure esagerate. Mi sforzo di mantenere un atteggiamento disponibile e accetto con gratitudine il vino prelibato che qualcuno mi offre come aperitivo. Il mio sguardo però è attratto da quelle braccia che trafficano con la brace. Un uomo a metà, senza gambe, seduto sul tappetino di fronte al caminetto, mi sorride con complicità.
Conosco Mario e la sua storia, ne apprezzo il coraggio e la sua volontà di vivere. Una malattia devastante lo ha privato prima di una gamba e poi dell’altra lasciandogli solo due braccia possenti che sembrano aver sostituito in tutto, quello che gli arti inferiori non possono più consentirgli.
Si muove sul pavimento facendosi forza con le braccia e spostandosi con salti scimmieschi sulle sedie; l’agilità con cui si muove fa sembrare naturale ogni suo movimento. Nascondo l’orrore che provo, cercando di fissare lo sguardo in quegli occhi piccoli e aguzzi che con sfrontatezza guardano i miei, consci del mio sgomento.
Tutti parlano in sardo, nessuno sembra accorgersi che quanto è detto spesso sfugge alla mia comprensione. Risolini e battute rilevano le mie espressioni interrogative e coloriscono l’eloquio di notazioni quasi comiche.
“Parlare in sardo” mi dice Mario, con un sorriso cortese, “è una scelta precisa della famiglia” che così tiene stretto quel legame con la tradizione dei padri carica di vita e di cultura.
“Cocoeddus” e “civraxus”,, verdure fresche e vino rosso di famiglia, troneggiano sulla mensa apparecchiata; finalmente quando tutti hanno svolto le loro faccende domestiche, il pasto ha inizio. Mario ha il compito di tagliare le carni infuocate e di distribuirne le parti; a me vengono offerte le costolette, considerate le più saporite del maialetto arrosto. Mangio con golosità quel piatto tipico e mi complimento con chi lo ha cucinato. Leggo negli occhi acuti di Mario una gioiosità sincera; le sue mani agili ripercorrono i piatti con grossi pezzi rosolati, sollecitando tutti a mangiarne a volontà.
Il maialetto arrosto, ancora una volta, esaltando i suoi commensali, determina in loro una sorta di ridefinizione d’identità antica e aver partecipato al rito mi dà un riconoscimento d’accettazione nel clan familiare che sento come sancito e definito.
Dopo il pasto, lungo e silenzioso, mi siedo sul piccolo scanno vicino al caminetto con Mario che si mostra impaziente di parlare con me. Le sue gambe, il suo corpo sano e atletico di giovane sportivo, che percorreva lunghi tratti di strada in corsa, le passeggiate nel bosco alla ricerca di funghi prelibati, la sua passione per la caccia, gli occhi appassionati di ragazze che indugiano sul suo corpo possente riappaiono nei suoi discorsi come un fiume in piena. Parole marcate con un forte accento metallico traducono in lingua italiana il suo pensiero in sardo, rendendo chiaro e comprensibile al mio sentire quanto mi risulta oscuro. Sono affascinata dal suo dire, lo sollecito a raccontare, finché una nota di nostalgia ammorbidisce le sue parole che si rompono in commozione.
Il ricordo della donna amata da giovane si palesa con forza, quando il suo corpo sano e virile progettava un futuro ricco di umane passioni e desideri.
“Sa sposa…pagu bella…” - dice rapito, parlando con se stesso con gli occhi bassi. Capisco che l’immagine della donna che ha amato gli appare fresca e amorevole…
… “sa prus bella fiat” - dice - “dolce e silenziosa, amava ascoltare i miei progetti per il futuro, allora si, che la vita mi appariva come una vetta facile da conquistare”
“insieme correvamo sui terreni scoscesi della montagna alla ricerca di bacche rosse di corbezzolo che mangiavamo con golosità”
“Ah, is cambas mias, fortis e totu mùsculus…e is suas…fiat lestra che una crabita… i suoi occhi profondi che promettevano felicità…”
cerco di interromperlo, non voglio rinnovare in lui un dolore non ancora sopito, ma lui continua… capisco che non di dolore si tratta ma di ricordi d’amore teneri e appassionati che addolciscono la sua vita spezzata.
Una domanda implicita nel mio sguardo lo spinge a raccontare la storia di un amore finito inesorabilmente. È’ il momento in cui il racconto si fa vivace, la voce si carica di toni cupi di rabbia “la malattia mi colse all’improvviso…
le dita di un piede cominciarono ad annerirsi … incancrenirsi orribilmente”
“la prima operazione mi privò di un piede”.
Ero diventato un invalido.
ma non persi la fiducia in me stesso, lottavo con tutte le mie forze, non credevo che tutto fosse finito lì, conservavo la mia virilità, potevo ancora essere un uomo che spera…
” ma lei no, non volevo che provasse pietà per me, che divenisse la sposa di un malato e di un invalido…
la costrinsi a lasciarmi…
issa prangiat, naràt ca boliat abarrai cun mei po totu sa vida, ma deu non dda bolia sa piedadi cosa sua…e tenia arrexoni, puita ca a pustis sa maladia est torrada prus lègia de innantis…
…in pochi anni persi la gamba destra, poi la sinistra, lasciandomi un corpo monco e mostruoso…incapace di procreare…”
Un breve silenzio cala tra noi, sono ammutolita, non ho parole per commentare il suo grido represso.
Ho davanti a me un uomo con un cuore e un cervello.
“Un uomo non è mai a metà” - penso- guardando senza timore quei moncherini straziati, finché il suo cuore trabocca di sentimenti e il suo cervello si scioglie in parole cariche di umanità.
Lascio la casa con la promessa di ritornare, donne e bambini mi salutano con sorrisi larghi e compiaciuti, Mario, giù sul pavimento, attizza la brace che va spegnendosi con grossi pezzi di legno e rami di frasca fronzuta.
giovanna casapollo
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