Io vivo al campo

sabato 31 maggio 2008 di exeo

«Quando i nazisti vennero a prendere i comunisti, non dissi niente, non ero mica comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, non dissi niente, non ero mica socialdemocratico.
Quando vennero a prender i sindacalisti, non dissi nienti, non ero mica sindacalista.
Quando vennero a prendere gli ebrei, non ho protestato; non ero mica ebreo.
Quando vennero a prendere me, non c’era rimasto più nessuno a protestare».
Martin Niemoeller

Io vivo al campo
Torino, 18 giugno 2007

Forse molti gagè pensano che il campo nomadi, come lo chiamano, sia il solaio di Torino, o il ripostiglio, e infatti l’hanno messo tra il canile e la discarica, dove si butta via l’immondizia.

Invece per me è la mia casa, e ve la voglio descrivere. Innanzitutto devo dire che ci siamo trasferiti qui in via Germagnano nel 2003, quattro anni fa. Prima vivevamo all’Arrivore. All’Arrivore si stava meglio che qui, si stava più larghi e c’era più libertà.

Il campo era vicino a una vecchia miniera, che noi chiamavamo la Kula, e che era il simbolo degli zingari di Torino. L’Arrivore era comodo, ci si arrivava facilmente a piedi e in macchina, ed era nel verde, come in un parco. Là era tutto molto gagliardo!

Poi ci siamo spostati qui, ed è stato molto triste perché là eravamo nati e i nostri genitori e i nostri nonni erano invecchiati là. I miei nonni sono arrivati dalla Bosnia nel 1968. A quell’epoca non c’erano campi a Torino, si girava e ci si spostava di continuo, due giorni qui, dieci giorni là, e così sempre.

Comunque il giorno del trasloco è stato molto triste, come dicevo. Ogni famiglia ha caricato le sue cose su un furgoncino e siamo venuti qui in via Germagnano.

Il campo è composto da 30 case, più alcune roulotte. La prima cosa che voglio dire è che le case sono troppo piccole: ci vivono famiglie con molti bambini, e le case all’interno hanno una sola camera per dormire, cucinare e fare tutto. È pericoloso questo, e infatti d’estate appena è possibile apriamo degli ombrelloni e spostiamo la cucina fuori, all’aperto.

E poi le case sono tutte troppo attaccate, non c’è spazio tra una e l’altra. Secondo me dentro dovrebbero esserci almeno tre stanze, e qualche finestra. Quelli che vivono nelle roulotte comunque stanno peggio, perché d’inverno fa molto freddo.

Quando siamo arrivati era tutto nuovo, bello e pulito. Ma adesso è rovinato.
Comunque la vita al campo è molto tranquilla: la mattina mi alzo, mi lavo e faccio le pulizie di casa, poi al pomeriggio vado a lavorare, faccio la giardiniera.

I ragazzi più piccoli e i bambini invece alla mattina vanno a scuola, per loro c’è un pulmino che li porta, o vanno a piedi. Gli adulti invece da qui si spostano in modo diverso… le donne vanno con il pullman 51 a chiedere l’elemosina, gli uomini vanno con i furgoni a vendere nelle fabbriche e a recuperare i rottami di ferro.
 
La domenica spesso si fa la grigliata tutti insieme e si lavano i vestiti.
Ogni famiglia qui ha degli animali. Noi ad esempio abbiamo un gallo, 3 galline, 6 pulcini, un coniglio e 2 papere… anzi, adesso una sola, perché l’altra è scappata.

In casa ho lo stereo e la televisione, che mi piace molto e la guardo sempre. Poi una cosa importante è l’armadio dei vestiti: da una parte ho i vestiti da rom, dall’altra quelli da gagè.Quando vado a lavorare come giardiniera o quando devo incontrare dei gagè mi vesto da gagè, con i pantaloni, i jeans, le magliette.

Quando invece sto al campo mi vergogno a vestirmi così, e allora sto con la gonna e gli altri vestiti rom. Anche quando il sabato mattina vado con mio nonno a vendere i vestiti al Balon mi vesto da zingara, perché là è meglio così, con la gonna.

A me piace lavorare. Da quando ho 11 anni aiuto mio nonno a vendere, e da quando ne ho 16 faccio la giardiniera. È un mestiere molto gagliardo!
La cosa che invece proprio non mi piace qui è che tutto il campo è circondato da una rete, come una prigione. Una settimana fa è entrato qui un signore che credeva che fosse il canile!

Un altro problema è che ci sono troppi piccioni morti. Girano vicino alla discarica e poi cadono morti dentro il campo e portano le malattie.

Per finire c’è ancora una cosa che vi voglio raccontare: quando viene buio, e scende la notte, qui al campo c’è una sola luce accesa. È il grande riflettore che c’è proprio in mezzo alle case, alto, alto, con la luce fortissima. Noi lo chiamiamo “l’Occhio”, e diciamo sempre che noi qui siamo 30 famiglie, ma lui vede e sa più di tutti noi messi insieme.

Elisabetta, con Veronika, Sterlina, Zoriza, Sara e Brenda
Tratto da: manifesto degli scrittori per il rispetto dei diritti umani e civili del popolo rom