Ironia ed autoironia. Discorsi epilinguistici* intorno alla lingua sarda.
venerdì 21 marzo 2008 di exeo
*Il discorso epilinguistico è costituito dalle considerazioni che le persone qualsiasi esprimono sulle lingue naturali, sui comportamenti linguistici, sui socioletti, ovvero su qualsiasi aspetto di una lingua, dei suoi usi e dei suoi utenti in quanto parlanti.
Furono numerosissimi, come è noto dai trattati di storia, i Sardi uccisi o tratti in schiavitù durante le rivolte antiromane dei Sardo-punici, che esplosero in Sardegna negli anni 178 - 176 a. C. Si ritiene che l’espressione Sardi venales "Sardi da vendere", registrata più tardi dalla storiografia latina - espressione tanto famigerata quanto di non facilissima interpretazione - sia stata generata dalla grande quantità di schiavi sardi trasportati allora sui mercati di Roma.
La quantità di Sardi messi in vendita provocò, a quanto pare, notevoli squilibri di mercato e l’abbassamento dei prezzi. A secoli di distanza e per il tramite della scuola quest’espressione si fissò nell’immaginario italiano colto/semicolto, accanto ad altre espressioni certamente altrettanto poco elogiative come Sardi pelliti "Sardi vestiti di pelli" (in Livio), pelliti testes "testimoni sardi vestiti di pelli" (in Cicerone) o mastrucati latrunculi "banditi sardi vestiti di pelli di pecora" (ancora in Cicerone).
Avrebbe poco senso menzionare qui queste testimonianze relative ad avvenimenti antichi e a fatti di mentalità non meno antica, se non fossero probabilmente alla base di un ingegnoso tentativo paretimologico moderno, fornito da una signora veneta, secondo il quale l’etnonimo sardo trarrebbe la sua origine dagli antichi episodi di "(gente svenduta a) saldo"; sul piano fonetico la supposta corrispondenza derivativa tra saldo e sardo (vale a dire, da saldo ⇒ sardo) potrebbe essere giustificata dal fatto che effettivamente in alcune varietà linguistiche isolane settentrionali (compresi il gallurese e l’algherese, le cui aree corrispondono a famose e frequentate zone balneari), a un nesso originario R+ consonante può corrispondere L+consonante, donde ad esempio polta per porta o, appunto, saldu per sardu.
Non è da escludere, trattandosi di un informatore di origine veneta, che la coppia lessicale slavo/schiavo, nonché il rapporto etimologico (corretto questa volta) slavo > schiavo, che sono stati riportati all’attenzione pubblica durante le ultime vicende belliche dei Balcani, possa aver in parte stimolato il processo motivazionale e paretimologico sopra illustrato.
Ricordiamo che la "paretimologia" o la "etimologia popolare" indica quel "processo [mentale e linguistico] con cui il parlante cerca di rimotivare un segno [linguistico] per lui altrimenti opaco" (G. R. Cardona, Dizionario di linguistica, Roma, Armando, 1988; esempio buono e divertente è il romeno popolare cumpărătivă "*comprativa" anziché cooperativă, dal momento che nelle cooperative di tipo commerciale si poteva comprare, cumpăra). La spiegazione etimologica popolare secondo cui sardo proverrebbe da saldo rientra a pieno titolo nella folk linguistics o nella linguistica cosiddetta soggettiva.
Evitata dai linguisti di professione fino a qualche tempo fa (in quanto intrisa di ’sciocchezze’, per Bloomfield addirittura di stankos "schifezze"), la linguistica ’popolare / tradizionale’ oggi è attentamente considerata da dialettologi ed etnolinguisti in quanto veicolante pregiudizi, stereotipi, costrutti ideologici, valutazioni, fantasiose alle volte, ad ampio raggio [bibliografia essenziale al riguardo: Boyer - Peytard 1990; Bouvier - Martel 1991; Bauer - Trudgill 1998; Preston 1999; Niedzielski - Preston 2000].
Della spiegazione paretimologtica di cui sopra dobbiamo, infatti, ritenere la componente semantica valutativa, anzi più esattamente, nel caso specifico, svalutativa, sminuente.
La parte connotativa e assiologica del significato complessivo è chiaramente di carattere ideologico [cfr. Kerbrat- Orecchioni 1977: 208 sgg.], fa cioè intravedere un ben preciso sistema di valori (cioè assiologico, qualitativo) entro il quale la "rustica sardità" non gode di molta considerazione. Potremmo aggiornare l’elenco delle testimonianze che vanno in tal senso con le dichiarazioni, irripetibili per la loro volgarità, fatte a suo tempo privatamente da Vittorio Emanuele di Savoia, discendente dal casato dei Re di Sardegna, rese poi pubbliche nell’estate del 2006.
Per quel che riguarda gli atteggiamenti valutativi esterni di carattere linguistico (i cosiddetti atteggiamenti eterovalutativi, provenienti non dalla comunità interessata ma da altre comunità, come ad esempio quello implicato nella paretimologia sardo < saldo), le inchieste sociolinguistiche svolte nella penisola (nel ’continente’) hanno rilevato lo stesso giudizio sostanzialmente negativo riservato all’italiano regionale isolano [Sgroi 1981 riproposto in Krefeld 1988]. Nella loro ripetitività si tratta quindi di stereotipi.
Senza entrare nel merito del processo di formazione degli stereotipi [Mazzara 1997; Florack 2000], di cui qui interessano comunque soltanto quelli linguistici, è doveroso tuttavia accennare alla possibilità teorica che nel loro insieme gli stereotipi sul carattere di una popolazione, sulla sua lingua e via discorrendo, possano essere contraddittori in quanto generati da schemi classificatori spontanei (folk) tra di loro sconnessi ("rustico" ad esempio si accompagna solitamente a "genuino, incontaminato", ma non sempre; cfr. la pubblicità televisiva sui formaggi sardi, costruita a partire da paesaggi bucolici popolati di ovini, che non ha avuto vita lunga; infatti, ultimamente istituzioni dell’Unione Europea raccomandano l’eliminazione della pubblicità di questo tipo, in quanto fondamentalmente razzista nella sua ambiguità).
Inserisco qua un aneddoto di fatto vissuto, che ruota sempre intorno al rapporto tra "Sardi" e "pastorizia": Durante un seminario internazionale di sintassi romanza svoltosi in Austria, un collega tedesco, parlando del sardo, portava un unico esempio di proposizione, formulata in una varietà centrale, cambiando soltanto, di volta in volta, il posto dei costituenti di frase.
Riformulo l’esempio in italiano: "Tíu Banne è sceso a Nugoro per vendere le sue pecore. Sceso è T. B. a N. per vendere le sue pecore? Per vendere le sue pecore è sceso T.B. a N.? Le sue pecore è sceso a vendere a Nuoro Tíu Banne? ecc. ecc." Due colleghe linguacciute così hanno commentato: "Un po’ monotona l’esemplificazione. " - "Beh, a furia di portare tante pecore si fa un gregge."
Procedendo sempre per indicazioni di massima, conviene anche ricordare una relazione di implicazione che non richiede più dimostrazioni circostanziate o appoggi bibliografici, vale a dire che i giudizi sulla lingua sono in fondo giudizi sugli utenti di quella determinata lingua, sui suoi parlanti; oppure, come si dice ancora, che i comportamenti linguistici sono indizi di comportamenti sociali.
Un ultimo avvertimento: gli stereotipi, linguistici o meno, non si manifestano di norma nella concentrazione che assumono nel presente lavoro, per cui quest’ultimo va inteso come repertorio critico di atteggiamenti documentati o potenziali.
La documentazione più antica di atteggiamenti eterovalutativi riguardanti la lingua sarda è contenuta nel trattato De vulgari eloquentia (I, XI) di Dante [Lőrinczi 2000], in cui con scarsa simpatia si ironizza sulla presunta velleità dei Sardi di imitare il latino: « [...] soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur», cioè "[i Sardi] sono i soli [Italici o quasi Italici] che paiono privi di un loro proprio volgare, poiché imitano il latino come le scimmie imitano gli uomini; infatti dicono domus nova e dominus meus".
Così si esprime sarcasticamente Dante, mentre in realtà nelle varietà meridionali sia più antiche che moderne si avrebbe al singolare domu noa e donnu meu, parole di cui donnu è molto più vicina (quasi identica, in effetti) al latino domnus - variante meno prestigiosa, anche medioevale - che non al classico dominus. [Derivano infatti dalla variante sincopata domnu(s), domnu(m) tutte le forme romanze come italiano ecc. don, dom, donno, sardo donnu, romeno domn; lo stesso discorso vale per i derivati dal femm. dom(ĭ)na; v. DELI = Diz. etim. d. ling. italiana, Zanichelli.]
Uno dei maggiori impedimenti ad un’interpretazione soddisfacente del brevissimo passo dantesco consiste nell’impossibilità di separare la componente folk da quella dotta, impossibilità derivante da una sovrapposizione o da una (con)fusione dei metalinguaggi impiegati. La corretta intuizione di un rapporto genetico tra sardo e latino (quest’ultimo detto gramatica da Dante) è chiaramente legata ad una competenza poliglossica comprendente il latino, competenza propria dell’élite coeva, oltre che ad un pensiero altamente speculativo quale quello dantesco. E’ una limitazione imputabile al contesto della cultura coeva a Dante se tale rapporto genetico tra sardo e latino sia stato pensato dal poeta secondo un ordine cronologico capovolto rispetto a quello riconosciuto dal Rinascimento in poi (per Dante, come si sa, il latino sarebbe successivo ai volgari romanzi e sarebbe una lingua artificiale a base romanza; il volgare sardo imiterebbe il latino; dunque, paradossalmente, il volgare sardo sarebbe successivo al latino e perciò doppiamente artificiale).
Ma si può ragionevolmente ipotizzare che anche nel caso del sardo, come si presume sia avvenuto per altri simili giudizi negativi toccanti altre varietà italiche, Dante avesse raccolto o riformulato blasoni popolari, vale a dire canzonature, ai danni di comunità diverse, preesistenti; e che dunque, in altre parole, la spiegazione linguistica di Dante, dotta e personale, si sovrapponesse ad uno stereotipo popolare di più ampia circolazione. L’uscita -us, ripetuta ben tre volte nelle quattro desinenze degli elementi nominali che compongono l’esempio "domus nova et dominus meus", è segmentabile nella sibilante finale (-s), che conferirebbe al sardo quella parvenza di latinità tanto derisa e che in realtà corrisponde alla desinenza sigmatica del plurale nominale, e nella vocale -u- che invece si ricollega ad un luogo comune ancor oggi circolante (registrato naturalmente anche in Vigna - Liori [1999]) di cui si parlerà qui di seguito. Infatti, anche nell’odierna coscienza linguistica irriflessa dei ’continentali’ le parole in sardo terminerebbero sempre in u,
Barzelletta.
Bambino: "Mamma, c’è un sardo al telefono". Mamma: ???? Bambino: "Fa tu-tu, tu-tu."
e, in generale, il sardo tenderebbe all’uso delle vocali chiuse:
Aneddoti.
1. In Notizie dalla Sardegna del tedesco Joseph Fuos, 1780, trad. it. del 1899 [rist. Nuoro, Ilisso, 2000], si legge nella lettera undecima: "il linguaggio del paese è composto delle lingue spagnuola, latina ed italiana, e presumibilmente ha anche ritenuto molte parole dei saraceni. Oltre alle terminazioni delle parole che si trovano nelle prime lingue, esso ne ha alcune proprie, poiché assai parole finiscono con un u."
2. A Roma, la sede della Regione Sardegna si trova in via Lucullo (lat. Lucullus). "Sembra fatto apposta" - è stato il commento di un collega universitario, antropologo.
3. Durante una trasmissione televisiva viene fatto il nome Kipulu (cognome, a quanto pare, del Congo). Commento: "Ah, è un cognome sardo?"
4. 11 dicembre 1996 a Radio3. Dialogo tra due presentatori: Lei: Lèggi, lèggi! Lui (F. Satta): [...] Lei (si corregge): Léggi, léggi! Lui: Eh, sì, mi raccomando, ben stretta, luggi, luggi.
5. "Domenica in", conduceva Iva Zanicchi. Si doveva indovinare la provenienza del cognome Lanucara. Il concorrente dice: "Sardegna". Iva Zanicchi commenta: "Se fosse Lanu, forse."
In campo onomastico, per fare altri esempi ancora, sarebbero più rappresentativi cognomi uscenti in -u quali Lussu, Cuccureddu, Agus, Angius, Mannuzzu, Pisu, che non Mameli, Cossiga, Sannia, Satta, Sanna, Ledda, Loy. Donde le battute non sempre felici sulla pronuncia ’stretta’ dei Sardi (v. sopra la barzelletta citata), indifferentemente che si tratti di idioma sardo o di italiano regionale locale (nel quale ha interferito ed interferisce il sostrato sardo, con la vistosa metafonia delle vocali medie, tra gli altri fenomeni di interferenza, che produce sia vocali medie chiuse sia aperte; ma le ultime non ’contano’ per il ridimensionamento del luogo comune).
E’ invece apprezzabile sul piano dei giochi linguistici, molto meno su quello ideologico, la battuta di un linguista di origine settentrionale, il quale condensava il suo malumore causato da vicende concorsuali universitarie nella parola cuncurzu "concorso", spiegabile col fatto che egli si stava riferendo ad un gruppo di colleghi sardo-siculi che avrebbe avuto un certo ruolo nello svolgimento di quel concorso. Quest’ultimo caso è peraltro un’ottima illustrazione di come la riflessione linguistica possa essere composita e mutevole nello specialista stesso, a seconda che in lui agisca o prevalga il locutore spontaneo o lo studioso, a seconda quindi che egli si rifaccia a griglie tassonomiche più o meno soggettive ed implicite o più o meno oggettive ed esplicite.
E’ significativa anche la reazione prodotta da un esempio che avevo riportato in un articolo a proposito della ’tendenza alla sillaba aperta’ e della paragoge in certi dialetti sardi meridionali. L’esempio era, in trascrizione fonetica, [gwazilèzuzu] "guasilesi (abitanti di Guasila)". Un collega filologo di origine continentale si divertiva, partendo dalla trascrizione fonetica, a pronunciare la parola all’italiana: [gwadziledzudzu]. Per queste ragioni persino i linguisti possono essere portatori e trasmettitori di pregiudizi linguistici, condizione estremamente delicata di cui è opportuno avere un’acuta consapevolezza.
Ne è un altro esempio, nominabile e autorevole questa volta, il giovane Max Leopold Wagner (divenuto in seguito eminente studioso della lingua sarda), esaltatore della montuosa Sardegna centrale: qui tutto sarebbe di qualità superiore che non nelle ’contaminate’ zone meridionali dell’isola; accanto al dialetto locale «bello», «puro», «armonioso», «virile», con «bei resti latini antichi», gli stessi parlanti avrebbero una migliore competenza anche dell’italiano, senz’altro più «corretto» nel centro dell’isola, nell’opinione di Wagner, che non nei villaggi di pianura, dove invece sarebbe d’uso un italiano addirittura «orrendo» [v. Paulis 1978; ora Wagner 2001].
In queste categorizzazioni è agevole scorgere criteri di tipo romantico-nazionalista, mutuati peraltro dall’estetica linguistica ottocentesca.
Qualche decennio più tardi il Wagner maturo [1951: 41] liquida rapidamente le opinioni di Dante da dove eravamo partiti, ma non sul piano più appropriato delle mentalità bensì sul piano strettamente tecnico della conoscenza della lingua («Lo stesso Alighieri [...] ha un’idea molto vaga e confusa del carattere del sardo [...]»).
Le opinioni di Dante entrano nel circuito della linguistica e della epilinguistica (quest’ultimo termine si riferisce alle rappresentazioni e agli atteggiamenti linguistici sia colti che popolari) solo agli inizi dell’Ottocento. Poiché politicamente la Sardegna era legata all’Aragona e poi alla Spagna dal 1297 (completamente dal 1410) al 1720, anno in cui passò sotto il dominio sabaudo- piemontese, la lingua isolana non fu presa in considerazione né ai fini del dibattito sulla lingua italiana di periodo umanistico e successivo, né ai fini dell’esegesi dantesca di supporto.
Nel 1706, prima che il regno sardo- piemontese fosse istituito, Muratori evidentemente non si curava ancora della lingua sarda quando si riferiva soltanto a «tredici Volgari» in cui Dante avrebbe diviso l’Italia linguistica [1706/1966: 116], anziché ai quattordici e più, sardo incluso. Un secolo più tardi Giulio Perticari ometteva ugualmente il sardo nell’elenco degli idiomi italici, belli o brutti che fossero, ricavato dal testo dantesco [in Monti 1828-31, I vol.: 71 - 87].
All’indifferenza degli studiosi ’continentali’ verso la lingua sarda si aggiunge la prudenza degli eruditi sardi settecenteschi volta a non fornire sostegni autorevoli (quali Dante) all’opinione di quei forestieri (studiosi in genere), i quali, venuti a contatto con la lingua isolana, davano l’impressione che la denigrassero; infatti, già a partire dal geografo arabo al-Idrisi, attivo in Sicilia nel secolo XII, il sardo (parlato o scritto) viene spesso definito "inintelligibile / barbaro".
Il parere più conosciuto è però quello di Fazio degli Uberti, appartenente alla generazione successiva a quella di Dante, il quale nel suo Dittamondo (iniziato intorno al 1345) affermò che i Sardi son «gente che niuno non la intende / né essi sanno quel ch’altri pispiglia» (lib.III, cap.XII, vv.56-7).
La caratterizzazione ironica e iperbolica del sardo formulata da Dante nel De vulgari eloquentia ricompare nel momento in cui la teoria dell’arcaicità e conservatività del sardo, vale a dire della mirabile corrispondenza tra sardo e latino elaborata tra Sette-Ottocento in Sardegna (con anticipazioni secentesche), poi sostenuta anche con l’aiuto della spuria documentazione medievale arborense [Lőrinczi 1997; 1999], inizia a prender piede anche al di fuori dell’isola, quasi a dimostrare e a sancire linguisticamente gli indistruttibili legami ’di sangue’ esistenti tra i Sardi e gli Italiani continentali.
Tant’è che in un lavoro di carattere piuttosto divulgativo, il filologo Pio Rajna [1905: 18], con abile mossa, non cita né traduce l’intero passo dantesco, ma soltanto quel frammento in cui i Sardi, ancorché separati dai «Latii» (=Italiani) geograficamente e linguisticamente, «Latiis adsociandi videntur», «agli Italiani devono riannodarsi» (enfasi mia). Ripercorriamo ora brevemente la fortuna ottocentesca del passo dantesco relativo alla lingua sarda.
Nell’Ottocento il primo accenno circospetto e parziale alla caratterizzazione dantesca del sardo pare essere del piemontese Cesare Balbo nella sua famosa Vita di Dante [1839, I: 69]. La circospezione è giustificata dal fatto che durante il periodo risorgimentale i giudizi di Dante sui dialetti italiani erano considerati un tema scottante: «disprezzano gli uni, e temono gli altri questo argomento» [Balbo II: 90]. Dipende sicuramente da questo timore l’accortezza dello storico e dell’uomo politico di non ferire i Sardi con la citazione del brano completo, bensì di parafrasarlo e di riassumerlo all’interno di un discorso sui germanismi nelle lingue europee, soprattutto in quelle romanze occidentali.
Sosteneva Balbo [I: 68 - 69] che a mano a mano che si procede verso Sud, la quantità di germanismi diminuisce («tra i dialetti stessi italiani si osserva maggior mescolanza di parole e desinenze tedesche, quanto più essi sono settentrionali»), e concludeva il rapido excursus geografico-linguistico ricordando che «il meno mescolato [con germanismi, evidentemente] e più latino, è il Sardo, come l’osservò già Dante». Dopodiché della lingua sarda, collocata in un Meridione approssimativo, non si parla più. La cortesia usata nei confronti dei Sardi non era esagerata e superflua in quel clima di acceso amor patrio e di rivendicazione nazionale che favorì, tra le altre cose, la rigogliosa produzione dei falsi d’Arborea cui si è già accennato [Marrocu 1997].
Nel 1853 Vittorio Angius, sardo e importante studioso ottocentesco di cose sarde (ma convinto sostenitore, per l’appunto, della genuinità delle carte arborensi), dinanzi a una citazione pubblica e a suo avviso sconsiderata dell’intero passo dantesco [in Tola 1850] si lasciò andare a una furibonda e concitata contestazione [1853: 138]. Ecco le sue dichiarazioni tanto veementi e incontrollate da richiedere da parte nostra non poche integrazioni: il dialetto dei Sardi «si approssima alla lingua latina più di qualunque altro dialetto italico, checché paja a coloro che non lo conoscono, ma osano giudicare. [La prosecuzione sdegnata è nella nota a pie’ di pagina:] Tra questi vada il Dante [e si cita l’intero passo incriminato].
Il Tola disse memorabili queste parole nella sua prefazione all’edizione [del 1850] degli Statuti [medievali] di Sassari. Nol sono certamente per senno; anzi per onore di chi le ha scritte [Dante, cioè], che scrisse altissimi sensi, meriterebbero obliterate. Il preclaro scrittore [= Tola] s’ingegna a interpretare l’intenzione [di Dante] in un modo rispettoso, quasi temesse l’animadversione del mondo, se fosse stato più schietto [nel parlare]; ma est modus in rebus! Nessuno di più di me ammira quell’immenso ingegno [= Dante]; ma qui mi fa ridere. Egli sonnecchia e peggio.»
Ancora nel 1879 un altro illustre intellettuale sardo, lo storico Vivanet, nel suo lavoro dedicato alla Sardegna vista attraverso la Divina Commedia, non affrontava l’aspetto linguistico delle conoscenze che Dante aveva sull’isola, mentre un Delius, essendo filologo e tedesco, non aveva motivo di evitarlo nel 1868.
Si sa peraltro che «il ricupero del trattato [dantesco] ad un’analisi più obiettiva e distaccata si ebbe a partire dalla fine dell’Ottocento» soprattutto per merito dell’edizione critica di Pio Rajna del 1896 [Marazzini in Dante 1990: XXVIII].
Se dunque agli inizi del Trecento Dante, col duplice secco sintagma «domus nova - dominus meus», avrà inteso ironizzare, tra le altre cose, su caratteristiche di pronuncia (-us finali di parola e ritmo sillabico cadenzato), la descrizione della lingua sarda fornita dalla scrittrice Patrizia Cavalli (nata a Todi, romana di adozione) a quasi sei secoli di distanza sembra una pura parafrasi e un’interpretazione del passo dantesco [1992: 75]: "Era sarda. Molti altri lo sono, ma lei se ne vergognava. Perché quel suo dialetto crudo non c’era modo di farlo mansueto: le sibilanti feroci e le dentali a baionetta, le gutturali a tenaglia e le labiali a scoppio non sentivano ragioni, ma tutte impettite spesso si raddoppiavano pure; e poi le voragini improvvise di certe vocali. No, non c’era modo di ingentilire quei fonemi armati, quella lingua che mitragliava sillabe come mortaretti, tanto che veniva naturale chiedersi: "Se non è guerra, è Santa Rosalia o Capodanno?".
Mi soffermerò su due spezzoni di questo incipit di racconto. Ritorna nelle «voragini improvvise di certe vocali» in cui il sardo si inabissa continuamente, il luogo comune già più volte esemplificato della lingua tutta composta di u. Soltanto portando l’iperbole alle sue estreme conseguenze si può dimostrare per assurdo la falsità dell’asserzione in essa contenuta.
E’ ciò che ha fatto con finezza e acume Efisio Vincenzo Melis (n. 1889 - m. 1922), apprezzato commediografo sardo (meridionale, campidanese) attivo agli inizi del Novecento. Il Melis, peraltro laureato in matematica,ha intrattenuto generazioni intere di Sardi con la caricatura sia dell’ampolloso italiano scolastico, sia, all’opposto, dell’italiano sardizzato proprio delle persone poco istruite, sia infine dei luoghi comuni linguistici (come, appunto, "in sardo tutto le parole finiscono in u").
Tutti e tre gli aspetti si condensano in maniera eccellente in due repliche della commedia Ziu Paddori "Zio Salvatore", rappresentata per la prima volta a Cagliari nel 1919 (atto I, scena II):
GERVASIO (commerciante torinese):
Ah! (sospira e parla da solo) ... a quest’ora la mia mano avrebbe troncato la mia povera esistenza se due sole parole a me sacre non mi vietassero d’effettuare il terribile progetto! ... Sì, due parole sacre: la mia cara Gilda e la mia povera mamma ...
PADDORI (pastore di un villaggio del Campidano, di Guamaggiore, luogo natio del Melis):
Sa mamma! Au dda ténidi? (trad. dal sardo: "La mamma? Dove ce l’ha?") [...] (rivolgendosi a Gervasio che non capisce il sardo) Naráte,
sannore, aún’abbiate lu mammu? (trad. da una sorta di italiano ipersardizzato: "Dite, signore, dove avete la mamma?"; enfasi mia)
Il brano tratto dal racconto della Cavalli contiene, inoltre, un altro buon esempio di tipizzazione linguistica indebita. Viene in effetti attribuito alla lingua sarda un fenomeno fonetico che invece agisce nell’italiano regionale di Sardegna, sebbene chiaramente non nel modo rappresentato dagli stereotipi linguistici: si tratta della geminazione consonantica il cui valore fonologico e la cui distribuzione sono diversi nell’italiano isolano rispetto alla norma dell’italiano standard ma che nei luoghi comuni e nei discorsi parodistici sull’italiano dei Sardi si riduce al semplice raddoppiamento di qualsiasi consonante.
Lo stereotipo del vocalismo chiuso e quello
del consonantismo formato da sole doppie non sono negativi allo stesso grado. Basti ricordare che la norme ortografiche odierne dell’italiano standard non segnalano l’apertura delle vocali e ed o, mentre segnalano abbastanza fedelmente l’opposizione fonologica tra consonanti scempie e doppie. Tenendo, quindi, presente tali norme fono-ortografiche dell’italiano comune colto, lo scarto, nell’italiano regionale sardo, dalla distinzione fonologica tra consonanti scempie e doppie è molto meno accettabile che non gli scarti a livello del vocalismo.
Proprio per questo accade che il fonetista continentale, italiano o straniero, soggettivamente ed emotivamente indifferente, non ha difficoltà a riconoscere seccamente che nell’italiano regionale sardo la distinzione fonologica tra consonanti scempie e doppie non si realizza [Canepari 1979: cap. 14.37; Contini 1987: 59]; mentre il linguista sardo, coinvolto, si dilunga a dimostrare il contrario e imputa all’ascoltatore inesperto (ma il fonetista non lo è!) l’incapacità di percepire le differenze fonetico-fonologiche dell’italiano insulare.
L’intrusione della soggettività linguistica provoca, quindi, risultati contraddittori persino nella ricerca fonetica, laddove i fenomeni studiati implichino, in contesti sociali diversi da quelli della ricerca, valutazioni in termini di prestigio [l’intero problema è stato presentato dettagliatamente in Lőrinczi 1996].Gli scherzi linguistici imperniati sul consonantismo peculiare dell’italiano isolàno, in realtà difficilmente imitabile, sono innumerevoli e proprio per questo è superfluo citarli.
Tuttavia, per concludere, ad uno di essi non si può fare a meno di accennare: sorge la convinzione che il soprannome di «(grande) picconatore» (attribuito a suo tempo a Franceso Cossiga) sia stato generato non solo al livello del significato del complessivo discorso politico ma anche al livello del significante, cioè del fonetismo, regionalmente connotato; poiché per il suo consonantismo e per un certo tipo di isocronismo sillabico la pronuncia isolana è «martellante» anche a detta dei fonetisti, può per deriva sinonimica essere stata descritta, ironicamente questa volta, come un susseguirsi di colpi di piccone.
Sull’assoluta irregolarità o incongruità - del tutto immaginarie - del lessico della lingua sarda dove ogni parola avrebbe una radice diversa (suppletivismo totale), dove nemmeno le forme di singolare, di plurale (e addirittura di duale e triale!) dei sostantivi sono corradicali - fenomeno che sarebbe in relazione al fatto che il "sardo è una lingua e non un dialetto" - hanno scherzato anni fa i comici Aldo, Giovanni e Giacomo ("Nico e i suoi fratelli"; da notare l’enfasi posta sulle vocali paragogiche!):
.........
- Una rosa, si dice [in sardo]?
Nico - S’arràsasa.
- Due rose?
Nico - Su fittìri [....] e poi dipende anche dalle spine: se ha tre spine, si dice s’attannàio, se ha quattro spine su pinnighèrrada. ........
RIFERIMENTI:
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Fonte: Marinella Lőrinczi
Ironia ed autoironia. Discorsi epilinguistici* intorno alla lingua sarda.
(apparso originariamente in Le minoranze come oggetto di satira, Atti del convegno internazionale omonimo svoltosi a Jesolo nel 2000, a cura di Adriano Pavan e Gianfranco Giraudo; Università degli Studi Ca’ Foscari, Venezia, 2001, I, pp. 214 - 222; versione riveduta ed ampliata)
Vedi online: people.unica.it/mlorinczi/
Marinella Lőrinczi
Università di Cagliari - Facoltà di Lingue e Letterature Straniere - Dipartimento di Filologie e Letterature Moderne
http://people.unica.it/mlorinczi/
Immagine: Tarquinio Sini
S’IL VOUS PLÂIT?, 1927-30
tempera su carta, cm 45,2 x 36,5.
exeo
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