L’ossidiana di Monte Arci

Monte Arci

giovedì 27 luglio 2006 di exeo

Al centro di un triangolo i cui vertici sono rappresentati dal Monte Arcuentu a ponente, dal Monte Ferru a settentrio­ne e dal Gennargentu a oriente, si erge il Monte Arci, l’apparato vulcanico dell’era terziaria più complesso della Sardegna.

La sua felice collocazione lo rende un osservatorio che permette di ammirare con lo sguardo mezza isola: dal mare di colline della Marmilla fino alla particolarissima sagoma della Gia­ra di Gesturi (verso sud-est), dai monti del Gennargentu a nord-est alla distesa del Campidano di Oristano con i suoi stagni e le sue coste.

Come vulcano ha esercitato la sua atti­vità eruttiva dall’inizio dell’oligocene fino al quaternario antico, per un perio­do durato circa 35 milioni di anni, defi­nendo man mano il suo maestoso aspetto e formando tutto il sistema col­linare compreso tra Simala, Curcuris, Morgongiori e Ales.

Il tratto di strada fra questi due ultimi centri offre, per la particolare bellezza dei luoghi e per la loro morfologia va­ria e spesso ardita, uno spettacolo reso ancor più interessante dalla presenza dei contrafforti di Conca Mraxi, i tita­nici resti di una colata lavica assimilabile, per epoca e formazione, a quella di Santa Lucia di Villaverde e Usellus.

Il paesaggio sottostante, risultato di una fenomenologia vulcanica di tipo esplosivo, è quello della Marmilla set­tentrionale, con il classico susseguirsi di piccole colline costituite ora da brec­ce, ora da intrusioni laviche, come la bella rosa di raffreddamento lungo la strada che da Masullas porta al bivio di Gonnoscodina e Gonnostramatza, ora da tufi, oppure da tutti e tre questi ele­menti variamente combinati.

Alla dolcezza e all’armonia di questi rilievi si contrappone l’aspro ma affa­scinante scenario delle Trebine, Sa Trebina Longa (812 metri), il punto più alto e inaccessibile del Monte Arci, Sa Trebina Lada (703 metri), la cui ascesa non è esente da rischi, Su Carongiu de Sizoa (463 metri), l’unica altura real­mente praticabile.

Questi piloni vulca­nici, parti residuali dell’originario cra­tere, di cui rimane soltanto un’area semicircolare in regione Sizoa, sembra­no, per chi li osservi dal Campidano, formare un immaginario tripode, detto in lingua sarda trehina appunto. La conferma della fecondità eruttiva del vulcano è data dagli strati di lave basaltiche grigio chiaro (più remote) e nere (più recenti) che ricoprono inte­gralmente i fianchi del monte e forma­no la maggior parte degli altipiani iso­lati.

Ma mentre il mantello del Monte Arci è basaltico, la sua ossatura è tra­chitica, sebbene emerga solamente nel versante occidentale, quello più alto, che prosegue con Genna Spina (788 metri), posto all’estremità meridionale. Nelle trachiti e in particolare nelle per­liti è contenuta l’ossidiana (nelle foto), una roccia vetrosa, dura, fragile, di co­lore per lo più scuro (ma ne esistono, per quanto rare, di rosse, arancioni, gri­gie, verdi), formatasi per il rapido raf­freddamento delle rocce vulcaniche.

L’intensivo sfruttamento di questa sor­ta di oro nero, ricercato per la sua dutti­lità nella preparazione di armi, oggetti domestici e di lavoro, incominciò nel neolitico antico (VI-V millennio a.C.) sino al nuragico arcaico, in concomi­tanza con l’uso dei primi metalli.

L’oro nero sardo estratto, nelle varietà opaca, traslucida e granulosa (di minor valo­re), dai quattro giacimenti principali di Perduras (Pau), Sennieddu e Roja Can­nas (Masullas), Tzipaneas (Marrubiu), veniva affidato prima alle decine di centri di lavorazione e alle circa due­cento stazioni, quindi imbarcato dai mercanti locali nei porticcioli naturali tra Marceddì e Cabras, per giungere ai centri di scambio della Corsica, della Toscana, della Val Padana, della Ligu­ria, della Provenza, della Catalogna.

Grazie al Monte Arci, unica fonte di approvvigionamento nel bacino occi­dentale del Mediterraneo, la Sardegna entrò nella competizione di mercato con gli altri produttori di ossidiana: l’isola di Melos nell’Egeo e le isole Li­pari e Pontine nel Tirreno.

L’intenso traffico commerciale creatosi intorno all’ossidiana chiarisce certe analogie della cultura neolitica sarda, soprattutto quella materiale (produzio­ne vascolare con decorazione impressa, strumentazione litica e in osso ecc.) con le elaborazioni culturali dei popoli confinanti.

L’altopiano del Monte Arci è più com­plesso e articolato dei contigui tavolati basaltici della Giara di Gesturi e di Sid­di, poiché si divide in due fasce altitu­dinarie. Nella più bassa, 300-100 metri, adibita a pascolo, la vegetazione è scar­sa. Al contrario nella più alta, tra i 500­700 metri, dominano i boschi di leccio e roverella, ai quali si accompagna un fitto e rigoglioso sottobosco di erica, corbezzolo, cisto, lentischio.

Sono indi­viduabili quattro aree principali di inte­resse botanico: l’omogenea lecceta che si estende a occidente alla base delle Trebine, che ospita diversi endemismi vegetali; le leccete di Acquafrida (Ales), di Fustiobau (Pau) di Mitza sa Figu (Palmas Arborea), di s’Utturosu Cadru-s’Arangiu Aresti-Monte Cresia (Villaurbana); il bellissimo bosco di monumentali lecci e agrifogli di Is Cantareddus (Ales-Santa Giusta); i pra­ti umidi e i pauli di Pranu Santa Lucia (Pau-Usellus-Villaverde): piccole de­pressioni, assimilabili a quelli delle Giare, dove l’alternanza, nel corso dell’anno, della presenza/assenza del­l’acqua permette l’insediamento di una vegetazione prima igrofila poi ad alto componente terofitico.

In questi areali, caratterizzati da un tes­suto idrogeologico ricchissimo di sor­genti d’acque fra le più rinomate della Sardegna, la fauna, che in passato an­noverava daini, cervi e cavallini selva­tici (dei quali rimane memoria nei to­ponimi), comprende cinghiali, volpi, gatti selvatici, martore; colombacci, upupe, la poiana, il corvo imperiale, il gheppio, il falco, il grillaio, il falco pel­legrino, lo sparviero, I’astore e qualche raro esemplare dell’aquila del Bonelli.