La sua felice collocazione lo rende un osservatorio che permette di ammirare con lo sguardo mezza isola: dal mare di colline della Marmilla fino alla particolarissima sagoma della Giara di Gesturi (verso sud-est), dai monti del Gennargentu a nord-est alla distesa del Campidano di Oristano con i suoi stagni e le sue coste.
Come vulcano ha esercitato la sua attività eruttiva dall’inizio dell’oligocene fino al quaternario antico, per un periodo durato circa 35 milioni di anni, definendo man mano il suo maestoso aspetto e formando tutto il sistema collinare compreso tra Simala, Curcuris, Morgongiori e Ales.
Il tratto di strada fra questi due ultimi centri offre, per la particolare bellezza dei luoghi e per la loro morfologia varia e spesso ardita, uno spettacolo reso ancor più interessante dalla presenza dei contrafforti di Conca Mraxi, i titanici resti di una colata lavica assimilabile, per epoca e formazione, a quella di Santa Lucia di Villaverde e Usellus.
Il paesaggio sottostante, risultato di una fenomenologia vulcanica di tipo esplosivo, è quello della Marmilla settentrionale, con il classico susseguirsi di piccole colline costituite ora da brecce, ora da intrusioni laviche, come la bella rosa di raffreddamento lungo la strada che da Masullas porta al bivio di Gonnoscodina e Gonnostramatza, ora da tufi, oppure da tutti e tre questi elementi variamente combinati.
Alla dolcezza e all’armonia di questi rilievi si contrappone l’aspro ma affascinante scenario delle Trebine, Sa Trebina Longa (812 metri), il punto più alto e inaccessibile del Monte Arci, Sa Trebina Lada (703 metri), la cui ascesa non è esente da rischi, Su Carongiu de Sizoa (463 metri), l’unica altura realmente praticabile.
Questi piloni vulcanici, parti residuali dell’originario cratere, di cui rimane soltanto un’area semicircolare in regione Sizoa, sembrano, per chi li osservi dal Campidano, formare un immaginario tripode, detto in lingua sarda trehina appunto. La conferma della fecondità eruttiva del vulcano è data dagli strati di lave basaltiche grigio chiaro (più remote) e nere (più recenti) che ricoprono integralmente i fianchi del monte e formano la maggior parte degli altipiani isolati.
Ma mentre il mantello del Monte Arci è basaltico, la sua ossatura è trachitica, sebbene emerga solamente nel versante occidentale, quello più alto, che prosegue con Genna Spina (788 metri), posto all’estremità meridionale. Nelle trachiti e in particolare nelle perliti è contenuta l’ossidiana (nelle foto), una roccia vetrosa, dura, fragile, di colore per lo più scuro (ma ne esistono, per quanto rare, di rosse, arancioni, grigie, verdi), formatasi per il rapido raffreddamento delle rocce vulcaniche.
L’intensivo sfruttamento di questa sorta di oro nero, ricercato per la sua duttilità nella preparazione di armi, oggetti domestici e di lavoro, incominciò nel neolitico antico (VI-V millennio a.C.) sino al nuragico arcaico, in concomitanza con l’uso dei primi metalli.
L’oro nero sardo estratto, nelle varietà opaca, traslucida e granulosa (di minor valore), dai quattro giacimenti principali di Perduras (Pau), Sennieddu e Roja Cannas (Masullas), Tzipaneas (Marrubiu), veniva affidato prima alle decine di centri di lavorazione e alle circa duecento stazioni, quindi imbarcato dai mercanti locali nei porticcioli naturali tra Marceddì e Cabras, per giungere ai centri di scambio della Corsica, della Toscana, della Val Padana, della Liguria, della Provenza, della Catalogna.
Grazie al Monte Arci, unica fonte di approvvigionamento nel bacino occidentale del Mediterraneo, la Sardegna entrò nella competizione di mercato con gli altri produttori di ossidiana: l’isola di Melos nell’Egeo e le isole Lipari e Pontine nel Tirreno.
L’intenso traffico commerciale creatosi intorno all’ossidiana chiarisce certe analogie della cultura neolitica sarda, soprattutto quella materiale (produzione vascolare con decorazione impressa, strumentazione litica e in osso ecc.) con le elaborazioni culturali dei popoli confinanti.
L’altopiano del Monte Arci è più complesso e articolato dei contigui tavolati basaltici della Giara di Gesturi e di Siddi, poiché si divide in due fasce altitudinarie. Nella più bassa, 300-100 metri, adibita a pascolo, la vegetazione è scarsa. Al contrario nella più alta, tra i 500700 metri, dominano i boschi di leccio e roverella, ai quali si accompagna un fitto e rigoglioso sottobosco di erica, corbezzolo, cisto, lentischio.
Sono individuabili quattro aree principali di interesse botanico: l’omogenea lecceta che si estende a occidente alla base delle Trebine, che ospita diversi endemismi vegetali; le leccete di Acquafrida (Ales), di Fustiobau (Pau) di Mitza sa Figu (Palmas Arborea), di s’Utturosu Cadru-s’Arangiu Aresti-Monte Cresia (Villaurbana); il bellissimo bosco di monumentali lecci e agrifogli di Is Cantareddus (Ales-Santa Giusta); i prati umidi e i pauli di Pranu Santa Lucia (Pau-Usellus-Villaverde): piccole depressioni, assimilabili a quelli delle Giare, dove l’alternanza, nel corso dell’anno, della presenza/assenza dell’acqua permette l’insediamento di una vegetazione prima igrofila poi ad alto componente terofitico.
In questi areali, caratterizzati da un tessuto idrogeologico ricchissimo di sorgenti d’acque fra le più rinomate della Sardegna, la fauna, che in passato annoverava daini, cervi e cavallini selvatici (dei quali rimane memoria nei toponimi), comprende cinghiali, volpi, gatti selvatici, martore; colombacci, upupe, la poiana, il corvo imperiale, il gheppio, il falco, il grillaio, il falco pellegrino, lo sparviero, I’astore e qualche raro esemplare dell’aquila del Bonelli.
exeo
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