L’aria era lucida e frizzante, l’estate era finita e le frescure dell’autunno si affacciavano timide al nuovo giorno. Mi ero svegliata all’alba, non riuscivo a dormire, pensavo a quello strano incontro avuto la sera prima.
Ero uscita tardi da una lunga e noiosa riunione avuta a scuola su questioni di programmazione mensile. Rientrando a casa lo incontrai. Era seduto tutto solo su una panchina della piazzetta, lo avevo visto altre volte, il corpo ossuto e asciutto, il viso deformato da una cicatrice straziante, la mano destra paralitica aggrappata ad una canna che gli faceva da bastone; era Nanni lo storpio, un uomo tozzo e corto che assomigliava ad un ceppo d’albero deforme piantato lì tutti i santi giorni con lo sguardo fisso sui passanti che fingevano di non vederlo.
Ai suoi piedi una serie di cestini di asfodelo che lavorava con abilità nonostante le sue menomazioni, mi avvicinai e gli chiesi di mostrarmi la sua mercanzia colorata e sistemata con ordine, il cestino più grande conteneva in maniera degradante tutti gli altri fino a concludersi con uno piccolissimo che afferrò con un gesto veloce quando vide che mi avvicinavo a lui.
“castia ta bellus chi funt – mi disse – comporandi assumancu unu, as a biri ca t’alligrat sa domu”
Gli sorrisi e il suo viso si illuminò dandogli un’espressione di gioia che fece sparire per un attimo quella smorfia che la cicatrice dava alla sua faccia deturpata.
Mi fermai a parlare con lui conscia che la mia attenzione ai suoi cestini lo faceva sentire orgoglioso del suo fare. Gli chiesi di spiegarmi la tecnica da lui usata nell’intrecciare i lunghi fili di asfodelo che teneva adagiati accanto ai suoi piedi per mostrare ai curiosi la sua arte.
Qualcuno si era avvicinato a me e insieme guardavamo le sue mani agili e ossute intrecciare quella fibra che sfrigolava veloce tra le dita.
Conoscevo quell’uomo e la sua storia ma non mi ero mai avvicinata a lui presa da uno strano senso di turbamento di fronte a quel viso sfigurato e a quella mano rattrappita da una lontana poliomelite.
Figlio di una serva era stato abbandonato appena nato dietro la porta di un convento e lì aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza finchè raggiunta la maggiore età era stato costretto a vivere da solo in una catapecchia di campagna, cercando di sopravvivere di elemosine e di un piccolo sussidio che il comune gli aveva assegnato per assicuragli la sopravvivenza. La sua storia somigliava ad un romanzo di fine ottocento, il racconto che ne faceva si arricchiva sempre più di particolari raccapriccianti, per impressionare chi lo stava ad ascoltare.
Mentre le sue mani creavano l’ennesimo cestino, parlava di sé, della sua vita tribolata, delle vicende che aveva vissuto colorandole di tragico e rendendole sublimi ed incredibili. Guardavo la lunga fila di cestini impilati ordinatamente, guardavo la sua mano deforme che teneva stretti i fili che intrecciava con cura, guardavo quel viso che ora mi appariva carico di espressività e di umana commozione e pensavo a come la vita spesso ci riserva delle sorprese che sa nascondere nelle pieghe più recondite dell’animo umano.
Quell’uomo piccolo, tozzo e deforme sapeva trasmettere una forte volontà di vivere anche a chi come me si riteneva fortunata per aver avuto dalla sorte il dono della cosiddetta sanità fisica, ma che si torturava nei meandri dell’inaccettabilità.
Il cielo abbrunava, il pomeriggio si confondeva con le ombre della sera, l’uomo finiva il suo capolavoro con calma e sapienza mentre le sue parole fluivano lente dalla sua bocca sdentata.
Il piccolo capannello di gente che si era raccolto intorno a me cominciò a scemare, lasciandomi sola, incantata e intimidita.
“Sentza de babbu seu crèsciu” diceva ancora, “sentza de famìllia e sentza de unu strexu anca pòdiri papai”
Avevo di fronte un uomo reso forte dalle vicissitudini di una via solitaria che si nutriva delle sue stesse parole, che costruiva storie condividendo col prossimo quella realtà che agli altri era dovuta e che lui intrecciava con vicende illusorie come i suoi cestini colorati.
Il suo vagare tra i pensieri, tra i viali provvisori dell’esistenza lo avevano trasfigurato, gli avevano dato quella dignità che gli altri non gli riconoscevano, lo avevano reso eroe in un mondo indifferente e cinico.
Allontanandomi qualcuno mi mise in guardia dal credere a tutte quelle “fràulas” che il vecchio mi aveva raccontato, ed io risposi in silenzio sorridendo.
da La mia isola di Giovanna Casapollo
giovanna casapollo
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