La capitale dei crimini contro le donne

MILLE STUPRATE, TORTURATE, MUTILATE E POI UCCISE IN 15 ANNI A CIUDAD JUAREZ, CITTA’ MESSICANA

domenica 9 dicembre 2007 di exeo

“Benvenuti a Juarez, il Municipio più dinamico e progressista della frontiera nord del Messico” Si apre con questa frase il sito istituzionale di Ciudad Juarez, con i saluti di Héctor Murguía Lardizábal, governatore del Municipio.

MilledduLa città oggi conta circa un milione e mezzo di abitanti, e prende il nome dal Benemerito Don Benito Juarez, illustre personalità messicana che ricoprì anche la carica di Presidente della Federazione ed è tuttora ricordato per il suo impegno in difesa dei diritti di libertà del popolo messicano. Bagnata dal Rio Bravo, che fa da confine naturale con gli Stati Uniti, è il primo passo per i gringos nel “cortile di casa”. E’ illuminata da luci al neon che lampeggiano nelle strade del centro, tirato al lustro con i soldi facili del narcotraffico, delle maquiladoras (fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera che godono di particolari privilegi fiscali) e del turismo.

Ma per le giovani donne, che arrivano a Juarez da tutto il Messico in cerca di un lavoro, malpagato e senza nessun diritto riconosciuto, il benvenuto non è scontato, e neppure la difesa dei diritti alla libertà tanto cari al Benemerito. La maggior parte di loro si stabilisce nelle Colonias, le zone periferiche della città, dove vivono le persone povere. Qui, ombre di assassini si aggirano per le strade buie, liberi e impuniti. Dal 1993, anno in cui si è iniziato a contarle in maniera sistematica, si registrano oltre 400 donne uccise - spesso dopo essere state torturate stuprate e mutilate - e oltre 600 scomparse. Cifre probabilmente sottostimate, anche perché è difficile contare sui dati ufficiali, ma che fanno già rabbrividire, tanto da aver portato alcuni studiosi (per lo più antropologi), alla coniazione di un triste neologismo, il femminicidio.

Ma gli omicidi di donne raggiungono cifre allarmanti anche nel resto del Messico, così come in Guatemala, El Salvador e in tutto il Centroamerica. Questo fenomeno viene per lo più ignorato dall’opinione pubblica e considerato dalle autorità locali inesistente, probabilmente per non turbare equilibri di questi paesi, già precari. Tra tutte, Ciudad Juárez è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”. Loro, le donne e le loro famiglie si sentono abbandonate e impotenti di fronte a tanta violenza e impunità. Il Messico è una Federazione composta da 31 stati e da un distretto federale (Città del Messico). Così come la federazione e il distretto federale, ciascuno degli stati ha una costituzione propria e dispone di un sistema esecutivo, legislativo e giudiziario proprio.

Ciascuno dei 31 stati è suddiviso in un certo numero di amministrazioni comunali dotate a loro volta di un proprio potere esecutivo eletto. In Messico ci sono diverse forze di polizia, ciascuna corrispondente a una delle diverse entità amministrative quali la Federazione, gli stati, il distretto federale e le amministrazioni comunali. Riguardo al funzionamento di questi organismi la Commissione interamericana dei diritti dell’uomo ha denunciato l’assenza di autonomia strutturale degli Uffici del procuratore rispetto al potere esecutivo federale ed ha richiesto al governo messicano di modificare questo stato di fatto. La mancanza di coordinazione tra i corpi di polizia costituirebbe, secondo alcuni, la causa principale dell’elevato tasso di criminalità a Ciudad Juárez. Stupisce, però, la perfetta convergenza tra i diversi gradi governativi, nel minimizzare il numero di omicidi e nel considerare le vittime le vere responsabili “perché passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne o altre mises provocanti”. In realtà la vera causa dell’aumento dei delitti sembra risiedere nell’intreccio tra impunità e negligenza del governo federale.

Diverse testimonianze indicano che gli assassini sarebbero stati protetti, in un primo tempo, dai poliziotti. Successivamente avrebbero beneficiato di appoggi negli ambienti del potere legati al traffico di droga. Alla fine del 1999, alcuni cadaveri di donne e bambine furono ritrovati vicino ai ranch di proprietà di trafficanti di cocaina. Tale coincidenza sembrava stabilire un legame tra gli omicidi e la mafia del narcotraffico, a sua volta legata alla polizia e ai militari. Ma le autorità rifiutarono di seguire questa pista. La strategia dei diversi governatori per «risolvere» gli assassinii seriali di donne a Ciudad Juárez ha portato a una sequela di manipolazioni e dissimulazioni, che in sostanza incolpavano degli innocenti. Un’altra strategia utilizzata è stata l’eliminazione di chi prendeva le difese dei falsi colpevoli. Diversi avvocati e talvolta i loro familiari, sono stati assassinati o hanno subito attentati, numerosi giudici, procuratori, giornalisti hanno ricevuto minacce di morte per costringerli ad abbandonare le inchieste sugli omicidi delle donne.

Ma, più di tutto, questa vicenda oscura rivela l’onnipotenza dei narcotrafficanti, i legami tra ambienti criminali e potere economico e politico. Molte testimonianze dimostrano che alcuni omicidi di donne sono commessi durante orge sessuali da uno o più gruppi di individui, fra cui alcuni assassini protetti da funzionari di diversi corpi di polizia, in combutta con personaggi altolocati, a capo di fortune acquisite per lo più illegalmente, grazie alla droga e al contrabbando, e la cui rete d’influenza si estende come una piovra da un capo all’altro del paese. Per questo motivo questi crimini efferati godono della più completa impunità. Secondo alcune fonti federali, sei importanti imprenditori di El Paso, del Texas, di Ciudad Juárez e di Tijuana assolderebbero sicari incaricati di rapire le donne e di consegnarle nelle loro mani, per poterle violentare, mutilare e infine uccidere. Le autorità messicane sarebbero da molto tempo al corrente di tali attività e rifiuterebbero di intervenire.

Massimiliano Perlato