La gioielleria in Sardegna

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martedì 8 gennaio 2008 di giovanna casapollo

Si può affermare che il gioiello connoti più di ogni altro elemento l’abbigliamento popolare della Sardegna, particolarmente quello femminile: caratterizza con la sua forte presenza quello festivo che contribuisce a completare e impreziosire, e con la sua scarsa presenza quello giornaliero, che risulta indubbiamente più povero.

La gioielleria è uno dei comparti dell’artigianato tradizionale della Sardegna fra i più osservati nel corso del tempo, poiché costituiva uno degli aspetti che più di altri stimolavano l’attenzione sia degli studiosi locali, sia dei viaggiatori che visitavano l’isola.

Si può affermare che il gioiello connoti più di ogni altro elemento l’abbigliamento popolare della Sardegna, particolarmente quello femminile: caratterizza con la sua forte presenza quello festivo che contribuisce a completare e impreziosire, e con la sua scarsa presenza quello giornaliero, che risulta indubbiamente più povero.

E insieme alle fogge del vestiario non ha mancato di incuriosire e di suscitare ipotesi il permanere nell’isola di modi di vita, organizzazione sociale e contesti produttivi che avevano caratterizzato altre regioni in tempi lontani. La Sardegna quindi, nell’immaginario collettivo si configura come entità a sé stante, completamente avulsa dal contesto geografico e sociale che la circonda, ancorata a tempi arcaici, relitto di una preistoria scomparsa da tempo.
Per giustificare questa lontananza dal reale che differenziava la Sardegna dal continente si è cercato di individuare molteplici cause, fra le quali una di natura geografica che vedeva nel mare un fattore di isolamento culturale oltre che fisico.
In effetti per la società sarda il mare ha sempre giocato un ruolo di grande rilievo, ma non è stato responsabile dell’isolamento: al mare può essere sì riconosciuta una funzione di “ritardante” all’ingresso del “nuovo”, ma allo stesso tempo gli si dovrà riconoscere il ruolo di “conservante” degli elementi culturali esterni, assorbiti e fatti propri dalle comunità locali. In sostanza il mare potrà avere ritardato l’innovazione, ma d’altra parte avrà senz’altro contribuito a mantenere in vita elementi che in zone esposte sarebbero stati soppiantati in tempi assai più brevi.
Il significato più forte e suggestivo dei gioielli sardi sembra appartenere alla favola, ai tempi in cui le fate, nelle domus de janas, intrecciavano sulle stoffe fili dorati abbinandoli a pietre rare e preziose.
La storia narra invece che fin dal periodo nuragico si usava adornare il corpo con manufatti vari, anelli, bracciali, collane, fibule e bottoni.
Ma furono i Fenici ad introdurre l’uso di materiali quali l’oro e l’argento, impreziositi da fini lavorazioni e forgiati in svariate forme simboliche e geometriche. All’oro si aggiunsero il corallo e il diaspro, pietre dure quali i calcedoni e gli onici, le corniole e le ametiste.
Si producevano anelli e bracciali in lamina d’oro e d’argento, pettini, specchietti e astucci usati sia come viatico per l’aldilà che per contenervi le essenze profumate: monili e oggetti d’uso pratico assumevano valenze ornamentali e decorative, propiziatorie e apotropaiche.
Per tutto il periodo della dominazione romana si registra un vuoto compensato solo dai Bizantini i quali introdussero, nel VI sec.d.C., un nuovo gusto più raffinato e astratto che non escludeva comunque motivi e forme d’arte ispirati alla natura: il pavone che ritroviamo ancora oggi impresso sui tappeti e intagliato sulle cassepanche e la fenice raffigurata nelle spille e nelle gancere degli indumenti femminili (quali la gonna e il fazzoletto).
Durante il periodo giudicale andò rafforzandosi la tradizione locale arricchita con il gusto d’oltretirreno, di Genova e di Pisa; alcuni documenti dell’epoca testimoniano di alcuni valenti orafi sardi noti anche nella Penisola.
A partire dal XIV secolo, gli Spagnoli diedero un forte impulso all’oreficeria sarda introducendo la lavorazione "a filigrana", già introdotta dagli Arabi nel bacino mediterraneo e importata nell’isola dai nuovi dominatori.
Cominciavano a sorgere, soprattutto a Cagliari nella zona del Castello, le prime botteghe orafe: l’odierna via La Marmora si chiamava allora Carrer de los plateros ("Strada degli argentieri").
Nascevano, inoltre, insieme alle altre corporazioni artigiane, i "gremi" degli orafi e degli argentieri.
Dal gusto barocco diffusosi nel ’600, ma senza troppo successo in Sardegna, si tornò, nel ’700, ai più congeniali modelli neoclassici.
Con l’avvento dei Piemontesi, dopo una prima flessione, i "gremi" crebbero: nella prima metà del secolo operavano a Cagliari, nella Ruga de is prateris (l’odierna via Mazzini) venti maestri, aiutati da altrettanti garzoni e apprendisti, i "discenti".
Dal secondo ’800 al primo ’900 crebbe la fama degli artigiani sardi, le opere dei quali si possono ancora ammirare nelle esposizioni e nei musei di molte città italiane e straniere.
Oggi, la tradizione del gioiello sardo è mantenuta in vita dalle numerose scuole e botteghe dell’isola: a Cagliari e a Sassari, a Quartu S.Elena e a Oristano, a Iglesias e a Sinnai, a Nuoro e in molti centri barbaricini (soprattutto Oliena e Dorgali), si mantiene l’impronta di un sapere e di una abilità sempre vivi.

L’oro e i gioielli hanno sempre assolto, nella storia e nella vita quotidiana dei sardi, alla soddisfazione dell’utile e dell’effimero, rappresentando differenti esigenze: la cura di sé (i gioielli per "toeletta" tra cui, unici e bellissimi, gli "ispuligadentes"); la cura nel vestire (bottoni, spille, catene, ganci e gancere); l’ornamento di sé (orecchini, anelli, collane e pendenti), la devozione (amuleti e talismani).

La "filigrana"
La "filigrana" (filo a grani) è una particolare lavorazione dell’oro o dell’argento che consiste nell’intreccio e nella curvatura di sottili fili, lisci o ritorti, che vengono poi riuniti nei punti di contatto con saldature sempre dello stesso metallo. Fra tutte le tecniche usate in oreficeria, quella della filigrana richiede una grande manualità e ciò soprattutto a causa del ritardo delle innovazioni tecniche introdotte nei laboratori orafi solo recentemente.
La sua origine è remota, alcuni storici la vogliono creata dagli egizi ma questo è poco probabile vista la differente geometria delle forme. Certamente la conobbero etruschi e romani che però usarono una tecnica diversa da quella odierna. Furono invece i mori e in seguito gli spagnoli a diffonderla nel bacino del Mediterraneo.
In Sardegna si affermò nel rinascimento. I gioielli in filigrana, bottoni, catene e spille, entrati dapprima come ornamento delle classi aristocratiche, tra il Settecento e l’Ottocento diventeranno oggetti di decoro dell’abito femminile e maschile soprattutto quello festivo. I monili più caratteristici erano:
I bottoni, la cui forma ricorda il seno materno, simboleggiano la prosperità e la fertilità in coppia. Venivano usati per chiudere polsini, o il collo dei corsetti o delle camicie sia maschili che femminili. Le dimensioni variavano a seconda della zona di provenienza e del ceto sociale di appartenenza. I bottoni dell’abito da sposa erano in oro e la loro grandezza dipendeva dalla disponibilità economica dello sposo.
Ganci e ganceras, venivano utilizzati per chiudere o sostenere alcune parti del costume tradizionale come gli scialli o i grembiuli. Il materiale usato era l’argento ed erano formati da catenelle alle cui estremità vi erano elementi di varie forme (cuori, fiori..) che venivano fissati sui bordi da chiudere.
Caratteristico era anche s’ispuligadentes (o isprugadentes), ciondolo in argento di varie forme (cavallino stilizzato, unicorno, cuore trafitto, colomba o motivo floreale), con le due estremità allungate, di cui una appuntita per la pulizia di denti e unghie e l’altra, dalla forma di un piccolo cucchiaino, utilizzata per pulire le orecchie. Quest’oggetto aveva probabilmente anche una funzione apotropaica visibile in alcuni esemplari che custodivano un vano destinato a contenere preghiere e formule magiche.
Vi erano poi gli amuleti, realizzati per la maggior parte in argento perché considerato propizio, lavorato con cura per creare un supporto nel quale incastonare diversi tipi di materiale come ossidiana, corallo, marmo bianco, zanne di cinghiale, chele d’aragosta, conchiglie varie e occhi di Santa Lucia. Questi oggetti venivano usati per proteggere dall’invidia in quanto raccoglievano su di sé l’influsso negativo delle persone, neutralizzandolo. Il tipico amuleto dell’infanzia è su kokko o pinnadellu, un pendente con una piccola sfera di ossidiana, pasta vitrea, corallo o altro materiale, che si appuntava nella culla o nei vestiti del bambino. Anche l’occhio di Santa Lucia, montato in argento o oro veniva usato contro il malocchio e il mal di testa.
 
Ispuligadentes
 
Gli “ispuligadentes” occupano una particolare posizione per la loro caratteristica di oggetto prezioso; nelle forme più elaborate, postula una certa abilità orafa non richiesta per buona parte degli altri amuleti.
Gli esemplari più semplici di questo oggetto sono costituiti da un profilo cuoriforme da cui si dipartono esternamente due elementi ricurvi contrapposti, come i terminali di una “S”, l’uno con una estremità acuminata e l’altro a paletta o a cucchiaino. Un anello di sospensione permette l’inserimento di una lunga catena pure d’argento, generalmente del tipo detto “giunchigliu”. Anche quest’ultimo elemento, insieme ai terminali sopra descritti, contribuisce a riconoscere nell’oggetto le originarie funzioni pratiche postulate dal suo nome, di stuzzicadenti e nettaorecchie che, pendente dagli abiti, accompagnava i suoi possessori.
Le rappresentazioni zoomorfe presenti nel catalogo iconografico degli “ispuligadentes” riguardano frequentemente cavalli, cani, colombe, insetti, rapaci, unicorni, draghi. Tra le raffigurazioni antropomorfe le più frequenti sono i cavalieri, a volte in coppia con una figura femminile.
Gli esemplari più complessi, pur conservando le due appendici contrapposte, mostrano chiaramente che la primaria funzione pratica dell’“ispuligadentes” è andata perduta.
Talvolta rafforzati dall’applicazione o dall’associazione con l’occhio di Santa Lucia manine e piccoli falli di corallo, talaltra incastonando una piccola teca con tanto di immagine sacra – in genere il volto di Cristo o della Madonna – trafitta da una freccia dorata, gli “ispuligadentes” manifestano chiaramente la loro afferenza al repertorio degli oggetti-magico protettivi: in queste versioni più elaborate sono presenti varie tecniche orafe, compresa la filigrana e la granulazione che, come prima accennato, ne accentuano lo status di gioiello ancorché associato a finalità apotropaiche.