La nuova emergenza si chiama etanolo
domenica 4 novembre 2007
Implicazioni anche per la Sardegna
di Vitale Scanu
L’etanolo, o alcol etilico, è un liquido incolore mescolabile con acqua e tante altre sostanze. Brucia facilmente a contatto dell’aria con fiamma azzurra e forma miscele esplosive. Si estrae a livello industriale da molte essenze naturali specialmente dai residui dell’agricoltura che contengono amido (cereali) o dalla fermentazione degli zuccheri e dalla frutta (barbabietole ecc.). Miscelato agli alimenti è molto dannoso alla salute (ricordare il vino all’etanolo di una ventina d’anni fa).
Può essere miscelato alla benzina e in percentuali dal 3 al 13 per cento dà una miscela esplosiva, eliminando la contaminazione dell’anidride carbonica nei gas di scarico. Ma perché l’etanolo può causare un’emergenza alimentare nel mondo? Perché la trasformazione in etanolo delle piante (mais, soia, grano, girasole…) richiede molta più energia di quella rilasciata dal carburante ottenuto. La materia prima che occorre per fare un pieno di etanolo per un serbatoio di suv basterebbe a sfamare un uomo per un anno.
Ecco un esempio di dove può condurre una produzione industriale e il massiccio utilizzo di questo carburante. Nel 2006 gli USA hanno immesso nella produzione di etanolo il 16% della produzione di grano. Quest’anno andranno alla produzione di etanolo 40 milioni di tonnellate di cereali. Nel 2008 prevedono un impiego del 34% della produzione cerealicola. Le previsioni per il 2020, come dire dopodomani, parlano di 340 milioni di tonnellate, ossia più della metà della produzione mondiale di cereali alimentari. Le riserve americane di frumento sono diminuite da 450 a 360 milioni di tonnellate, il livello più basso dal 1973. Tutto ciò è destinato a ripercuotersi, a effetto domino, su tutta la filiera dell’ economia familiare: farine, carne, pasta, latte, formaggi, prodotti da forno, uova, pane e derivati di ogni tipo. Per sottrarsi alle esigenze degli standard qualitativi alimentari, molti paesi preferiscono coltivare solo per le distillerie di etanolo, puntando su un reddito più sicuro con minor dispendio economico alla produzione. Ne deriva che grande quantità di cereali sono sottratti al loro scopo primario, l’alimenta-zione, per essere incanalata alla produzione di carburanti. I prezzi, secondo la regola del mercato, seguono la scarsità del prodotto.
E’ facile osservare come i prezzi dei cereali non seguono più la loro evoluzione naturale, ossia in rapporto al consumo alimentare e agli eventi climatici, ma sono collegati al petrolio e alle sue quotazioni. E’ la petroliodipendenza più assoluta. Sono fondate poi anche le preoccupazioni sulle ricadute ambientali, soprattutto a motivo dell’impoverimento dei terreni causato dalle monocolture e dai prodotti ogm intensamente coltivati. Non ce ne rendiamo conto, ma stiamo assistendo, in questo inizio di secolo ventunesimo, a una nuova emergenza, diciamo pure guerra, tra 800 milioni di motorizzati che non rinunciano minimamente alla propria mobilità, e altri 2 miliardi di persone umane che campano alle soglie della fame.
Senza un ripristino delle quotazioni del petrolio al livello di qualche anno fa e senza incisive azioni globali, l’emergenza alimentare continuerà la sua evoluzione logica verso un peggioramento che sarà difficile gestire per chiunque. Fin quando si seguirà questa logica nella produzione dei cereali e delle risorse agricole, è logico aspettarsi gravi turbolenze globali. Da qui l’esigenza impellente di aumentare le fonti energetiche sostitutive o le motorizzazioni meno dipendenti dal petrolio (Grande speranza è riposta nella fusione nucleare come fonte inesauribile, pulita e rinnovabile di energia, per ottenere la quale gli scienziati stanno lavorando in silenzio in tanti laboratori del mondo). Tutto ciò avrà un puntuale riflesso sui redditi individuali dei paesi industrializzati, ma purtroppo accrescerà anche l’indi-genza delle zone più povere, dalle quali, senza essere profeti, è facile prevedere il sorgere di tensioni e lotte tra le nazioni più fortunate e quelle meno del pianeta, tra gli strati più abbienti e quelli indigenti di una stessa comunità nazionale.
Se guardiamo alla situazione della Sardegna, non possiamo non riflettere al disastro causato dalla “rinascita” industriale nella quale ci siamo imbarcati incautamente, ossia non tenendo conto che la vocazione della Sardegna è essenzialmente nel primario: agricoltura, pastorizia, ortofrutta, pesca… e derivati, naturalmente. Questo dovevamo ottimizzare, in maniera superlativa e con programmi mirati e innovativi. La terra non tradisce; può assorbire tutte le braccia e dar da mangiare a tutti; l’industria no. Invece, tutto è stato polarizzato sull’industria e ora la terra impone le sue leggi inesorabili. E così siamo rimasti senza industrie e senza agricoltura.
Rincara tutto: gasolio, benzina, affitti e mutui, i generi di prima necessità come pane, latte, pasta… Solo gli stipendi e le pensioni non aumentano, anzi, con l’inflazione perdono potere d’acquisto. Il tutto viene esasperato da macro sperequazioni sociali. Se un pensionato che ha lavorato 60 anni prende una pensione di 800 euro al mese e un parlamentare che ha “lavorato” due giorni matura una pensione di 1200 euro, qui c’è qualcosa da sistemare…
Suggerimento dell’on. Padoa Schioppa: “Impariamo a risparmiare!” Viene in mente l’impagabile risposta di Maria Antonietta: “Non hanno pane?! Che mangino brioche”.