La panchina | L’isola dove la gente saluta

Un libro di Kilap Gueye

lunedì 29 settembre 2008 di exeo

La panchina

Kilap Gueye
La panchina

AIPSA, 2008
Euro 9,00
 
Dalla Prefazione: « Questa è la testimonianza di un viaggio sia interiore che reale e la ricerca della conoscenza dell’uomo. E’ la storia di un immigrato, [...]. E’ l’avventura di uno come tanti, partito con poche cose, ma con il cuore pieno di speranza, deciso a mostrare al mondo il suo valore, il suo sapere, la sua umanità

La panchina” di Kilap Gueye, una storia tra Senegal e Cagliari
Il giorno che vide Cagliari non fu un buon giorno: il viaggio in treno da Porto Torres era stato sorprendentemente lungo e la stazione di arrivo non offriva stimoli ottimistici. Eppure…

Kilap aveva 26 anni e quasi si era pentito di aver salutato Thies, in Senegal, lasciandovi i genitori e sei fratelli, richiamato dal miraggio dell’Eldorado Italia.

Complicato itinerario di migrante attraverso il Mali, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, tappe dolorose di paure e sotterfugi, soste forzate e dispendiose, perché i pochi soldi racimolati per il viaggio si dissolvono in gabelle da versare a chi ha il maligno potere di farti passare o magari spararti addosso.

Una volta imbarcato sull’aereo ti sembra di avere conquistato il mondo, ma poi scendi a Zurigo e quindi raggiungi un’Italia non meno fredda. Non è questione di clima, ma di ambiente. Glaciale la ricerca di lavoro a Torino: «Mai neppure un saluto, non una persona disposta a far due chiacchiere ».

Inutili soggiorni a Brescia e ancora in Piemonte. A Genova almeno c’è il mare, ma quella città affollata è vuota per un extracomunitario in cerca di sopravvivenza, e di figure umane con cui parlare.

Un giorno un ragazzo gli dice della Sardegna, un’isola lì in mezzo al blu. «Isola, mare, sole, gente che trasmette »: posto ideale per uscire dalla disperazione. «Come faccio ad arrivarci?». Gli dissero prendi la nave, sali sul treno e scendi a Cagliari: quando vedi che tutti proprio tutti se ne vanno dal treno, allora sei a Cagliari. «Treno? Guarda un po’…».

Credeva di essere sbarcato in un isolotto, ma il viaggio non finiva più, lui meravigliato s’inquietava, pensava con angoscia di avere sbagliato tutto. Arrivò a destinazione il 24 dicembre del Duemila. Ed ecco, dopo cinque mesi di “continente” (ora anche lui dice così), ecco arrivato a casa. A casa, sì, anche se la casa bisogna conquistarsela.

Kilap Gueye ha scritto un libro per raccontare come ha trovato la sua “casa”.
Libro snello, veloce, duro e poetico, scritto pulito e facile come si vorrebbe fosse sempre l’italiano da capire alla prima lettura. È dedicato «a tutti quelli che hanno abbandonato la loro terra», non una cronaca ma una riflessione matura, profonda, che non concede righe a lamentazioni e commozioni. Libro che si legge senza neppure una sosta, coinvolgente, bello.

Libro storico, anche: l’ex ragazzo di Thies risulta l’unico vuccumprà che abbia scritto un libro sull’esperienza dell’immigrazione in Italia. «È la testimonianza di un viaggio sia interiore che reale alla ricerca della conoscenza dell’uomo» ha scritto Daniela Rizzu nella prefazione che accompagna le note dell’assessore provinciale per le politiche sociali (Angela Quaquero) e dell’editrice (Annamaria Baldussi).

Il libro ha visto la luce grazie all’Aipsa, che con questo inaugura una nuova collana (“d’oltremare”). S’intitola “La panchina”. La panchina è quella - ideale e I materiale - che ospita Kilap nei momenti di riflessione: davanti al via vai della folla nel centro cittadino, o di fronte al mare.

Anni di pensieri, considerazioni, impressioni, appunti che hanno dato origine allo scritto: dialogo intimo con il vecchio borsone di mercanzie per tanto tempo offerte a migliaia di persone per le strade e sulle spiagge.

Ora Kilap fa molto di più: è mediatore culturale, opera nelle scuole con progetti d’interscambio culturale e come lettore di lingua francese, coinvolge i bambini nei giochi e nelle favole, si occupa di teatro con Enrico Pau e Giancarlo Buffa; canta e suona il djembe (tamburo) e lo xilofono di legno con il suo gruppo senegalese Guney Africa (“i ragazzi dell’Africa”) e collabora con gli alunni percussionisti della scuola media di Sinnai; anima l’associazione Deggo (“intesa”), distribuisce una testimonianza colta.

Anche se in Italia non è che inutile foglio di carta, la sua laurea senegalese in psicologia non è buttata. Ha buttato invece l’idea di diventare un grande centrocampista: in Senegal lo definivano “l’artista”. Qui gioca ogni sabato sul campo dell’Ossigeno.

“La panchina” è un libro che non si racconta: lo si legge, ed è come un lampo subliminale che attraversa l’intelligenza anche del più infastidito o distratto tubab (“uomo bianco”).

Non è casuale il sottotitolo: «Ha senso emigrare?». La risposta di Kilap, al tirar delle somme, è largamente positiva: emigrare ha senso per chi bussa e per chi riceve. «Al primo impatto con Cagliari mi è sembrato di esserci già stato. Tutto mi ricordava qualcosa, certamente ho trovato subito un legame con l’Africa, tracce della nostra cultura.

Noi diciamo che la Sardegna è una fermata prima dell’Africa. Qui la gente saluta, dimostra di voler sapere veramente come stai. Come in Senegal. Noi cerchiamo comunicazione, viviamo di scambio e calore umano. Se non c’è comunicazione scappiamo».

Anche per questo gli è esploso dentro il tradizionale rapporto con la musica: «Gli africani non avevano la scrittura, tramandavano con la musica, e con la musica ancora oggi dialoghiamo, ci facciamo conoscere, creiamo gref, che da noi significa innesto: da due diversi frutti nasce un nuovo albero. Questa è la multiculturalità, che raggiungeremo se tutti lavoriamo insieme».

E questo non è facile, perché l’incremento dell’immigrazione produce timori e la paura è madre della xenofobia, anticamera del razzismo.
Dice Kilap: «Anche nel Senegal i bambini si spaventano e piangono quando arriva un tubab, uomo bianco. È naturale: la mancanza di conoscenza crea diffidenza e paura.

Ma quando ci si conosce si diventa amici. Noi quindi abbiamo il dovere di farci conoscere, e chi ci ospita deve capire che l’immigrazione è una ricchezza. Certo, c’è immigrazione e immigrazione.

Io non sono d’accordo che l’immigrazione sia incontrollata: servono filtri, bisogna che ognuno sia reperibile, e senza reperibilità chi delinque non è riconoscibile e punibile. Questo influisce sull’atteggiamento della gente, che si sente insicura e giudica tutti gli immigrati in modo indiscriminato e negativo.

Anch’io sono stato clandestino, quando in Italia mi è scaduto il visto e non trovavo lavoro, e conosco bene la situazione».

Allora, Kilap: ha senso emigrare? «Sì. Sono ottimista».

 Ma non si sta evidenziando, rispetto a otto anni fa, un cambiamento verso il peggio?
«C’è un cambiamento, ma anche in positivo. In Italia si arriverà al senso di sicurezza, e ciò avverrà grazie agli immigrati, tanti, che vogliono offrire buona impressione. Siamo un anello indispensabile nella catena della società multiculturale, che è nell’inevitabile futuro di tutti: un futuro bellissimo.
E io ringrazio la Sardegna che dimostra di capire e che ha permesso anche a me di scoprirmi e di capire
».

Del resto i sardi, in quanto isolani, sanno bene che «toumouranke mo gaw»: basta poco per sentirsi soli.

Mauro Manunza

L’UNIONE SARDA - Cultura e istruzione : L’isola dove la gente saluta - 28.06.2008