La vernaccia

Circa le origini del mitico vitigno sardo

venerdì 28 luglio 2006 di exeo

Le origini del vitigno vernaccia coltivato nell’oristanese sono incerte: è certo però che un vino bianco liquoroso era esportato dalla Sardegna in Spagna già nel 1390.

Le ipotesi sull’origine del nome sono diverse: la più attendibile la fa derivare da vernaculus, cioè "originario del luogo", autoctono. Anche perché que­sto vitigno non ha nulla in comune con le altre vernacce coltivate in Italia.

L’area di produzione tradizionale riguarda la bassa valle del Tirso, su fertili terreni al­luvionali conosciuti come benaxi, dove i vignaioli locali ritengono si produca la Vernaccia migliore, ma si è poi estesa an­che in zone più elevate, su terreni argillosi e silicei, più asciutti, chiamati "gregori". Con l’allevamento ad alberello, ancora diffuso, le rese per ettaro raramente supe­rano ì 50 quintali, mentre nei nuovi impian­ti si arriva anche a 80-90.

Se il terreno, là zona e il clima sono fattori importanti per ogni vino, per là Vernaccia di Oristano bisogna aggiungere le fasi di lavorazione, affinamento e invecchiamen­to, che poco hanno a che fare con le co­muni pratiche enologiche. Dopo la pigia­tura il mosto fermenta in vasca o in grandi botti; fatti i primi travasi, passa in piccole botti di castagno dalle doghe sottili, un tempo costruite dai bottai di Santu Lussur­giu, sulle colline del Montiferru. Le botti sono tenute scolme per circa 1/10, che col tempo si riduce a 1/5 per la lenta eva­porazione dell’acqua contenuta nel vino (che diventa così molto più alcolico).

Le cantine non sono, come di solito, locali seminterrati e freschi, ma costruzioni bas­se, ricoperte di cannicciato e tegole, con temperature estive abbastanza alte. In tali ambienti si creano le condizioni per lo svi­luppo di un lievito (fior) che forma un velo sulla superficie del vino, favorendo i pro­cessi ossidativi che ne contraddistinguo­no la tipicità.

Il processo produttivo assimila per certi versi la Vernaccia allo Jerez, cui lo acco­munano l’invecchiamento in botti scolme e la presenza della flor, anche se diverse sono storie, tradizioni e tecniche di vinifi­cazione. In comune c’è la particolarità di un patrimonio di cultura materiale che po­trebbe collocare la Vernaccia di Oristano nell’Olimpo dell’enologia mondiale. A pat­to che sappia riacquistare credibilità, do­po che mercanti di pochi scrupoli ne han­no svilito il prestigio con prodotti di basso profilo.

filari di vernaccia La vernaccia è il vitigno più prestigioso di una zona, l’oristanese, dove sono giunte ultimamente (come nel resto dell’isola) le varietà internazionali - chardonnay, pinot, sauvignon e cabernet - che si affiancano a quelle importate agli inizi del secolo do­po la bonifica della piana di Arborea (trebbiano e sangiovese) e alle variètà classiche: nuragus, vermentino, nieddera, pascale, moníca e bovale.

Le potenzialità vitivinicole della zona non si sono finora espresse appieno per diver­si motivi: il numero eccessivo di cantine sociali; la richiesta di una pletora di doc, alcune rivelatesi inutili per non aver avuto un seguito da parte dei produttori.

Attual­mente la gamma produttiva è abbastanza vasta e diversificata: comprende bianchi tranquilli, frizzanti e spumanti, buoni rosati e qualche rosso che meriterebbe una mi­glior valorizzazione. In questi ultimi anni è rinato l’interesse per il semidano, antico vitigno autoctono, quasi dimenticato per la scarsa produttività. In passato si ottene­va da esso un vino amabile o dolce, dai profumi delicati e dal gusto morbido, fine ed elegante. Ora è proposto in una versio­ne fresca e di facile beva.

Della stessa ti­pologia sono il Nuragus di Cagliari e il Vermentino di Sardegna. Tra i vini da ta­vola c’è da segnalare il Sinis vivace da uve vernaccia e il Gregorius, uvaggio di nuragus, trebbiano e altre varietà locali, proposto anche nelle versioni spumante brut e rosato, quest’ultimo con piccole ag­giunte di monica, pascale di Cagliari e gregu nieddu.

Prodotto anche con la de­nominazione Terralba, ha colore rubino carico, profumo vinoso, sapore asciutto, sapido e caldo e ben si abbina a carni al­la griglia, brasati e formaggi stagionati. In annate particolari regge bene un modera­to invecchìamento, ma è di solito da con­sumarsi entro i due anni. Infine il Niedde­ra, ottenuto dall’omonimo vitigno, anche questo autoctono e quasi abbandonato. Coltivato con il sistema tradizionale ad al­berello, le sue uve sono spesso utilizzate in uvaggio con varietà bianche per ottene­re freschi vini rosati.