Le case di Ladrini

giovedì 27 luglio 2006 di exeo

E’ nella seconda metà degli anni Sessanta che con la modernizzazione ha inizio per i centri storici della Sardegna una trasformazione radicale.

Sebbene nell’isola gli effetti del boom economico siano stati più temperati rispetto al resto del paese, l’au­mentata disponibilità monetaria, in un’eco­nomia sino a poco prima a carattere cur­tense, miete subito una vittima illustre: la casa rurale

Per il contadino o il pastore, che riceveva­no una modesta rimessa dal figlio emigra­to, il primo segno di successo economico consisteva nel liberarsi dalle testimonian­ze di una vita dì stenti e di fatiche. Quindi, giù la vecchia casa di pietre e fango! S’in­nalzano allora rozzi simulacri di modernità fatti di cemento, ferro, alluminio o PVC: i paesi cambiano volto.

Ci sono, è vero, delle sacche di resisten­za, delle zone con caratteristiche forte­mente conservative. Qui i centri storici coincidono, a volte, con l’intero abitato. Non è solo qualche casa ad essere con­servata, ma è gran parte della struttura ur­bana che persiste nelle forme originarie e che condiziona i modi dell’abitare e del vi­vere quotidiano.

Si tratta in particolare delle zone della provincia di Oristano, il Campidano centrale e la Marmílla, dove l’agricoltura ha più lunghe tradizioni e do­ve, nonostante i mutamenti strutturali dell’azienda agricola, la persistenza delle vecchie case rurali è dovuta al loro uso nelle fasi dell’attività produttiva.

La struttura stessa della dimora, la più elaborata fra tutte quelle esistenti in Sar­degna, teneva originariamente conto della differenziazione funzionale dei vani di abi­tazione e dell’importanza degli elementi rustici e della corte. Quest’ultima, sa praz­za, un ampio spazio acciottolato e delimi­tato da alti muri in tango o in pietra, con accesso unico attraverso un portone mo­numentale, è l’elemento centrale della ca­sa sarda. Nei lati interni troviamo i magaz­zini per le derrate, il loggiato per il carro, il deposito di legna (su cidraxiu), la stalla (su stabi) con il bestiame; il pozzo era in­vece al centro del cortile.

Quindi la casa, costruita con una serie di vani uguali giustapposti che si affacciano tutti su un lungo loggiato, sa lolla, addos­sato alla facciata e sorretto da robusti pi­lastri in pietra, regolarmente disposti. Qui i prodotti agricoli ricevono una prima mani­polazione e sistemazione. La lolla ha an­che la funzione di stanza da ricevimento, da lavoro e di luogo di passaggio per gli altri locali, che protegge dal freddo e dal caldo.

Un ulteriore elemento del rustico, general­mente addossato al muro di cinta, è su magasinu, il ripostiglio per gli attrezzi. Nella cucina era collocata la mola (sa mo­ba) per macinare il grano, azionata da un asinello, e in un angolo, a volte con aper­tura nella cucina, il forno a cupola per la panificazione. Le case di famiglie più agiate prevedevano la sopraelevazione degli edifici di abitazione, intervallati da un robusto tavolato che sopportava gene­ralmente il peso del grano e dei legumi in esso conservati e la camera da letto, con il suo parco arredo.

Le case sono generalmente addossate una all’altra, assai spesso non intonacate all’esterno, con tetti di tegola e soffitto a incannucciata sorretto da travature di le­gno, a uno o due spioventi, con pavimenti in terra battuta o lastricati con grandi pie­tre piatte. Le pareti esterne, di ampio spessore, non sono lisce, a causa dell’ir­regolarità delle pietre grezze usate per costruirle. Quelle interne sono intonacate con argilla, con calce e argilla o con fan­go e paglia, e per lo più dipinte a calce con colori tendenti al rosa e al giallo.