Le due facce della Sardegna tra emigrazione, lingua e tradizioni

di Giuseppe Dessì - 1951

venerdì 20 luglio 2007 di exeo

Le due facce della Sardegna tra emigrazione, lingua e tradizioni
di Giuseppe Dessì

L’Italia, patria generosa, nella sua ricca complessità di costumi, di modi di vita di storia, offre ai suoi figli la possibilità di arrivare a essere italiani partendo da punti disparatissimi, da Palermo come da Venezia, da Torino come da Siena, da Lecce come da Milano.

La strada ideale che ogni italiano percorre, dal cuore della propria provincia fino a questo livello medio d’italianità, dal dialetto del proprio paese d’origine a quella specie di coinè che è la lingua parlata oggi da tutti gli italiani (non lingua letteraria, ma lingua parlata, che si è andata formando e diffondendo specialmente in quest’ultimo mezzo secolo) ripete, in un certo senso e rinnova la storia dell’unità nazionale italiana. Anche se molti italiani, borghesi e specialmente piccolo-borghesi, per la tendenza a isolare i propri figli dall’ambiente circostante, impongono loro con scrupolosa cura di evitare il dialetto, quasi a rendere più deciso il distacco dalla classe d’origine, ossia dal popolo minuto, ciò non toglie che la grande massa cominci col parlare il dialetto e arrivi a parlare la lingua comune, o che per lo meno parli contemporaneamente l’uno e l’altra.

In tutti i casi, anche per il borghese schifiltoso che rifiuta una parte di sé e della propria storia con tanta leggerezza, la lingua comune parlata si colora sempre d’intonazioni e cadenze dialettali, oltre che di idiotismi, a seconda delle varie regioni, e il passaggio dal dialetto alla lingua è graduale e senza soluzione di continuità; per cui si può dire che siano essi, i dialetti, la riserva di forza che alimenta il vigore della lingua parlata, che le conferisce freschezza e concretezza, e che allo stesso tempo, a dispetto di tutti gli errori, di tutte le sconfitte, di tutte le lotte intestine, degli odii che hanno diviso e dividono gli Italiani, le contraddizioni e le disperazioni, l’Italia abbia raggiunto alfine l’auspicata unità, di cui la lingua-parlata da tutti è uno degli aspetti più importanti, un’unità, psicologica, che assai meno di un secolo fa non era nemmeno concepibile. Ad essa non voglio attribuire nessun particolare valore, dal punto di vista romantico nazionalistico e risorgimentale. È un fatto, è qualcosa di naturale, vorrei dire di fatale, che sì impone oggi a ogni Italiano.

Per questo diffido di chiunque voglia nascondere, per sciocco snobismo la propria origine campana o siciliana, per assumere un’artefatta pronuncia toscana o romanesca come talvolta accade.
Conosco uomini che hanno fatto molte volte il giro del mondo e possono essere riconosciuti per genovesi quando parlano, e altri che hanno letto tous les livres, da Platone a Heghel e continuano a parlare con spiccato accento napoletano.
Credo che sia veramente una grande forza, per un uomo, specie in certi momenti, sentire nella lingua che parla la presenza del proprio dialetto. Vuoi dire anche sentire la presenza di un determinato paesaggio, che serve di paragone ad altri paesaggi, avere punti di riferimento ben precisi nella memoria e abbracciare un vasto spazio di tempo.
È una cosa molto difficile da esprimere, ma gli oratori sanno benissimo cosa voglio dire, e lo sanno gli scrittori; e lo possono sapere tutti, solo che ci pensino un poco.

Per noi Sardi la cosa è molto diversa. Abbiamo un modo diverso di essere Italiani, o di diventarlo. Noi non parliamo un dialetto italiano, anche se, volgarmente, il sardo è definito tale. Si tratta di una lingua, non di un dialetto. Non una lingua dotta, ma pur sempre una lingua a sé, per la sua struttura morfologica e sintattica e per il suo lessico.

Max Leopold Wagner, la massima autorità mondiale in questo campo, nell’opera che prende appunto il titolo dalla lingua sarda, pubblicata recentemente dalla casa editrice Franke, di Berna, illustra magistralmente questa tesi ormai accettata dai dotti. Non vi è dunque, tra la lingua materna di noi Sardi e la lingua italiana quella continuità, quella possibilità di graduali passaggi e ritorni che esiste invece fra i dialetti italiani e la lingua comune.

Il Sardo (parlo del Sardo medio, del Sardo autoctono, del milite della Guardia di Finanza, del piccolo impiegato e anche dello studente figlio di contadini) che lascia il paese nativo, Arzana, per esempio, Seùi o Aritzo, un qualsiasi piccolo paese della Sardegna, e va a Cagliari o a Sassari, e poi, per ragioni d’impiego o di studio soggiorna a lungo a Torino, è a Pisa o a Roma, si sentirà non soltanto spaesato ma straniero, e dovrà fare, per ambientarsi, uno sforzo superiore di gran lunga a quello di qualsiasi altro provinciale italiano. Egli sarà, lo sappia o no, lo voglia o non ammettere, veramente straniero.

Può darsi che, in breve tempo, per uscire dalla sua solitudine, o meglio per mascherarla, riesca a mimetizzarsi, adottando artificiosamente l’accento piemontese, toscano, romanesco, può darsi anche che mantenga il suo italiano corretto, un poco astratto e stranamente libresco; ma tanto nell’uno quanto nell’altro caso, gli mancherà quella possibilità di riferimento scoperto o segreto al dialetto, alla lingua materna.
Non potrà, continuando a parlare italiano, con una semplice intonazione di voce, alludere a un mondo più intimo e noto, non potrà fare questo piccolo passo indietro senza sentirsi alle spalle il mare, la zona di silenzio che lo separa dalla sua isola. Certi suoni cupi, certe durezze che si riscontrano nella nostra pronuncia e ci rendono riconoscibili a un’ orecchio esperto, non sono segni di congiunzione tra la lingua materna e la lingua italiana ma piuttosto fratture; più che appoggi, nel discorrere, sono intoppi che si evitano con studio, come accade agli stranieri che parlano italiano.

Ricordo che Vittorio Gorresio, in una sua cronaca pubblicata dall’Europeo nel 1948, poco dopo le elezioni politiche, a proposito dell’eloquenza del giovane parlamentare sardo Renzo Laconi, notava appunto la sua strana pronuncia esente da qualsiasi accento dialettale, e opinava con malizia che imitasse anche in questo il suo maestro Togliatti, il quale avrebbe acquisito tale pronuncia durante il lungo soggiorno in Russia. Se Garresi avesse sentito parlare Antonio Gramsci avrebbe notato in lui la stessa strana pronuncia. Il fatto è che tanto Gramsci quanto Laconi sono sardi, e che Togliatti, prima che in Russia, ha vissuto a lungo in Sardegna, e precisamente a Sassari, dove sua padre era rettore del Convitto Nazionale.

Ora, nessun Sardo accetterebbe di considerarsi o esser considerato straniero in Italia. Ma io uso solo provvisoriamente questa parola, ben lontano dal voler negare la nostra italianità. Desidero solo approfondire un concetto che la retorica nazionalistica ha offuscato.

Il processo di unificazione cui accennavo più sopra, quel processo di unificazione che ogni Italiano rivive in sé e che continuamente sì ripete e rinnova nel passaggio e nello scambio tra lingua e dialetto, tra cultura regionale e cultura nazionale, mentre si compie fatalmente per ogni Italiano della penisola, senza che sia da parte sua necessaria una scelta (anzi, direi, senza possibilità di scelta), per il Sardo, invece, si richiede un impegno volontario e attiva, un’intima decisione per la quale egli diventa Italiano. Poiché, se vuole, egli può, restando chiuso entro i confini della piccola patria sarda, rifiutare di far della lingua italiana la propria lingua — la vera lingua, che tutto esprime, nella quale si pensa — limitandone invece l’uso alle pure e semplici necessità burocratiche, come facevano i suoi antenati per lo spagnolo. E lingua vuoi dire costume, società, sto-ria, cultura insomma.

Il rifiuto della cultura italiana (come già il rifiuto della cultura latina o di quella spagnola) non è altro che quella immobilità di cui si parla a non finire a proposito della nostra isola. Non è pigrizia, come molti credono, è rifiuto. Avere la possibilità di entrare o di non entrare in una società che si sa male organizzata; poter rimanere fuori, vicinissimi ma fuori, e conservare intatta — anche se non realizzata — un’idea di giustizia che quella società non soltanto non realizza ma distrugge; non sapersi decidere a lasciarsi dietro un mondo nostro, antichissimo e nostro, in cui lealtà, fierezza, fedeltà sembra (sia pure per una strana illusione, per un’illusione poetica) possano ancora vivere e dipendere da noi soltanto; questa è la nostra immobilità.

D.H.Lawrence lo ha capito benissimo, forse meglio di ogni altro, nelle pagine veloci e bellissime del suo libro Sea and Sardinia, che quasi nessuno, in Italia, ha letto per intero.
Tutti quelli che vengono da noi vogliono fare la «battaglia del grano». Cominciarono i Cartaginesi. Come si sa essi fecero della Sardegna uno dei loro più grandi granai. Lo racconta Diodoro, e ci dice con quali mezzi ci riuscirono. Furono sbrigativi e pratici. Portarono dall’Africa popolazioni di schiavi destinati ai lavori agricoli, tagliarono, nel Campidano, tutti gli alberi da frutto, comminarono la pena di morte a tutti coloro che si permettevano di coltivare qualcosa che non fosse grano.

I Romani continuarono presso a poco con gli stessi sistemi: furono i primi a cominciare sistematicamente la lotta razziale deportando in Sardegna, al tempo di Costantino, migliaia di Ebrei. I Genovesi e i Pisani furon da noi solo di passaggio, ma ci furono da conquistatori; gli Aragonesi non lasciarono tracce di civiltà.

Il Piemonte paralizzò letteralmente l’economia sarda con la legge delle chiudende. Pochi sanno perché la proprietà è così frazionata — polverizzata, dicono i tecnici — in Sardegna. Si può dire, senza esagerare, che, in Sardegna, ogni uomo è padrone di un pezzettino di terra. Ogni poveretto ha il suo pezzetto di terra, che è, per lui, come una prigione. Nessuna possibilità di lavorarlo altro che con la zappa. Ogni pezzetto è cinto da un mura di sassi. Chi arriva in Sardegna in aereo rimane sorpreso da questa fittissima rete di muletti a secco.

Ebbene, lì sta scritta la storia della civilizzazione piemontese, a quei muretti è legato il nome di Carlo Alberto. Prima del 1820 non esistevano (è di quell’anno la legge delle chiudende). Ogni comunità agricola sarda (Giuseppe Medici ha paragonato queste comunità di contadini al Mir russo, benché forse il Mir fosse assai meno progredito, rispetto alle nostre comunità, sia per la rotazione delle culture tra pascolo e seminato sia per la distribuzione annuale della terra) possedeva un vasto-territorio che veniva sfruttato collettivamente dai « comunisti ».

C’erano, accanto alle terre delle comunità contadine, le terre della Corona, le terre baronali e quelle della Chiesa; ma la gran massa dei contadini viveva collettivamente sulle terre della collettività, e aveva anzi acquisito il diritto di semina sulle terre incolte appartenenti alla Corona o ai grossi proprietari. _ Tale regime di economia collettiva non era mai stato modificato dalle dominazioni precedenti, ma fu distrutto di colpo dalla legge delle chiudende. I Signori Relatori della Regia Udienza pensavano, in tal modo, di porre rimedio a uno stato di cose veramente deplorevole; e fu stabilito perentoriamente, con editto reale, che chiunque, quell’anno, avesse chiuso con un muretto la terra che quell’anno aveva coltivato, ne sarebbe divenuto padrone. Così i contadini sardi, che erano, praticamente, padroni di tutta la terra, furono imprigionati nel pezzettino che si erano trovati a coltivare quell’anno. Fu tolta la possibilità di rotazione tra pascolo e seminato, e ogni pezzetto di terra s’isterilì.
Ci furono ribellioni, sommosse: ma non servirono a nulla.

Io, Sardo, capisco come si possa mentalmente e silenziosamente odiare. Quest’odio silenzioso fa parte del nostro mondo.
Certo l’odio è un sentimento sterile. Siamo pieni di rancore e di orgoglio: diffidiamo anche di noi stessi. E stiamo fermi. Quando la Sardegna si mosse dietro la bandiera che Emilio Lussu aveva alzato, questo nodo di silenzio, questo complesso di mortificazioni si sciolse finalmente. Gli storici futuri diranno quale enorme importanza abbia avuto il movimento sardista, che da alcuni è stato presentato come un movimento combattentistico di rivendicazione. Era anche questo; ma non era soltanto questo. Era questo per i borghesi che c’eran dentro, e che poi tradirono il movimento e passarono al fascismo.

Nel suo libro Marcia su Roma e dintorni, Lussu fa una precisa distinzione tra la massa dei contadini e coloro che poi trovarono naturale e comodo accettare le proposte del generale Gandolfo, prefetto fascista e uomo di fiducia di Mussolini.
Ma gli uomini che rimasero consapevolmente fedeli all’idea che aveva animato il movimento rivoluzionario sardista, questi uomini pur senza mai rinnegare l’Italia la concepivano in funzione europea, che è, per noi Sardi, il solo modo possibile di essere Italiani.

Ora io penso che questo potrebbe essere un insegnamento anche per gli Italiani della penisola. una mia cara amica pisana, alla quale avevo sempre parlato della Sardegna, un giorno, dopo tanti anni che ci conoscevamo, disse: « Come credi che mi troverei, in Sardegna, se ci andassi? Evidentemente, con tante parole, non ero mai riuscito a darle un’idea detta mia terra, con tante parole dette e scritte.

Eppure io l’avevo ben chiara in mente, come il viso di una persona, con le sue rughe. La vedevo. Rivedevo le sue montagne, le sue pianure, nel colmo dell’estate, quando tornavo in aereo, dopo la chiusura dell’università, e non era piovuto da mesi e mesi. La mia amica aveva viaggiato, era stata in Grecia, ma non potevo fare riferimenti, nonostante una mia vecchia idea di raccontare il mito di Oreste ambientandolo in Sardegna, immaginando tra le mie montagne la grande tomba di Agamennone, dove Elettra si reca segretamente. Siccome era notte e c’era la luna (eravamo fuori di Porta a Lw.ca) dissi alla mia amica: «Immagina di essere nella Luna, immagina un paese così, completamente diverso, arido come la luna, ma che però ha un’altra faccia che gli uomini non hanno mai visto. Lì, contrariamente a quel che si crede, c’è un poco di acqua, quanto basta a certe piante che resistono olla siccità...».

E continuai nella favola, perché la metafora era comoda: un mondo preistorico ancor vivo, coesistente con le forme moderne della civiltà, come la Luna, frammento che testimonia di una fase trascorsa del sistema solare, continua a seguirlo nel suo viaggio attraverso gli spazi, tuttora presente e operante in esso.

Un altro senso del tempo, un ritmo diverso.

Gennaio 1951
Giuseppe Dessì