Le origini sarde del padre di Goffredo Mameli
lunedì 23 ottobre 2006 di Paolo Pulina
Goffredo Mameli dei Mannelli nacque a Genova il 5 settembre 1827, da Adelaide Zoagli, marchesa dell’alta nobiltà ligure, e da Giorgio Mameli, ufficiale della Regia Marina Sarda.
Goffredo, studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderì al mazzinianesimo nel 1847, l’anno in cui partecipò attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compose “Il Canto degli Italiani”. Da allora la vita del poeta-soldato fu dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunse Milano insorta, per poi combattere gli austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Dopo l’armistizio Salasco, tornò a Genova, collaborò con Garibaldi e, in novembre, raggiunse Roma dove, il 9 febbraio 1849, venne proclamata la repubblica.
Nonostante la febbre, era sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai francesi: il 3 giugno fu ferito alla gamba sinistra, che gli fu in seguito amputata per la sopraggiunta cancrena. Morì d’infezione il 6 luglio 1849, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo.
Per conoscere la biografia dell’eroico patriota risorgimentale è indispensabile il libro di Massimo Scioscioli, “Virtù e poesia. Vita di Goffredo Mameli” (Milano, Franco Angeli, 2000). E’ questa però anche l’occasione per riportare alla memoria tre pubblicazioni di autori sardi che si sono occupati anche delle radici isolane del padre di Goffredo, cioè Giorgio Mameli, battezzato a Cagliari il 24 aprile 1798.
Angelino Usai, nel volumetto “La sardità dei Mameli e le radici ogliastrine di Cristoforo e di Goffredo” (Cagliari, Fossataro, 1974), ricostruisce l’albero genealogico della famiglia dei Mameli a partire dal matrimonio a Lanusei, il 28 ottobre 1649, tra Cristoforo Mameli (di famiglia originaria di Arzana) e Giovanna Lay, di famiglia di Lanusei.
Il secondo volume cui ho fatto cenno, intitolato “Poeta di libertà. La breve vita intensa di un grande del Risorgimento” (Genova, Bruno Boggero editore, 1982), è firmato da Nino Mameli, nato nel 1935 a Sestu (CA).
Nella prefazione di Sandro Pertini si afferma che “nelle pagine di questa biografia romanzata (ma aderente alla verità storica) Goffredo Mameli ritorna tra noi appena sfiorato dalla morte, come se l’avessimo conosciuto da sempre, per riprendere un discorso interrotto”. In appendice all’opera sono pubblicati alcuni giudizi espressi su Mameli da alcune grandi personalità (Mazzini, Garibaldi, Bixio, Carducci), i suoi testi poetici più famosi, e una breve cronologia. Nino Mameli è ritornato sull’argomento, venti anni dopo la sua prima ricerca, con il volume “Un gigante del Risorgimento: la personalità, l’impegno storico, le note segrete di Goffredo Mameli” (Firenze, L’Autore Libri, 2002).
Tutti i libri citati sottolineano il fatto che due furono le donne che si recarono spesso al capezzale di Goffredo Mameli nei trentatré giorni di sofferenza passati nell’Ospizio dei pellegrini di Roma. Una è Cristina di Belgioioso, la principessa alla quale la repubblica romana aveva affidato il compito di coordinare il lavoro delle dame di carità. A far visita a Goffredo è anche una giovane donna di Pavia: Adele Brambati, moglie di Giuseppe Baroffio, che il 3 maggio 1848 era stato nominato segretario della Legazione romana della Repubblica di Venezia. Sostiene Scioscioli che “l’incontro fra Adele e Goffredo, diversamente da quello che scrive Mazzini (e cioè che i due si erano incontrati a Roma), era probabilmente avvenuto a Pavia, nella esaltante giornata del 23 marzo, oppure a Genova nell’estate-autunno del 1848, quando il capoluogo ligure era diventato meta di molti esuli lombardi”.
Due curiosità finali. Nel volume di Scioscioli è richiamato il saggio di Angelino Usai ma l’aggettivo “ogliastrine” (cioè dell’Ogliastra) del titolo, che per i sardi non pone problemi di comprensione, per un antipatico refuso diventa “ogliastiche” (termine peraltro inesistente in italiano).
Nel libro di Giampiero Mughini “La mia generazione. Le idee, i personaggi, i sogni di una casa a Trinità dei Pellegrini” (Mondadori, 2002), viene ricordato l’appartamento che l’autore affittò a Roma ai primi degli anni Settanta del secolo scorso: “Era in un edificio che era stato innalzato sulle rovine del convento eretto dalla Chiesa a ospitare i pellegrini di un giubileo della seconda metà del Seicento, e di cui faceva parte il pianoterra entro al quale venne installato l’ospedale da campo dove morì Goffredo Mameli”. Nell’inserto fotografico è riprodotta la lapide, apposta sulla facciata, che reca questa iscrizione: “In questo ospizio Goffredo Mameli poeta e molti altri valorosi morirono di ferite per la libertà d’Italia nell’anno 1849”.
Paolo Pulina
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