Fonte: La Nuova Sardegna

Legge Statutaria

di Massimo Dadea - Assessore regionale alle Riforme

sabato 31 marzo 2007 di exeo

CONSIGLIO REGIONALE Il sì alla legge statutaria è il momento più alto del processo riformatore.

Con essa si ribadisce l’elezione diretta del presidente: una norma che pone al centro il cittadino, che sceglie liberamente

L’approvazione della legge statutaria, dopo un confronto libero, senza steccati, che ha attraversato trasversalmente sia la maggioranza che la minoranza, ha rappresentato il momento più alto del processo riformatore avviato in questa legislatura dalla Giunta e dal Consiglio Regionale.

La legge statutaria, la prima approvata da una regione italiana, introduce importanti novità, quali la disciplina del conflitto di interessi per gli imprenditori con incarichi istituzionali e l’elencazione analitica dei casi di ineleggibilità e incompatibilità, e ribadisce la scelta dell’elezione diretta, a suffragio universale, del Presidente della Regione.

C’è chi non concorda con questa scelta. Penso si debba avere grande rispetto per quanti sostengono l’elezione del Presidente da parte del Consiglio regionale. Una opzione ancorata alla storia e alla tradizione democratica del nostro Paese. Quello che non è accettabile è il tentativo di chi, per argomentare questa scelta, è costretto a demonizzare l’elezione diretta del Presidente, evocando paure ancestrali o paventando derive anti-democratiche. La scelta fatta dall’Assemblea regionale di confermare l’elezione diretta del Presidente risponde ad almeno tre motivazioni.

La prima.
L’elezione diretta pone al centro il cittadino: è il cittadino che sceglie liberamente il Presidente, il programma di governo e la maggioranza consiliare. Con il voto si instaura quello che la Corte Costituzionale ha definito il principio di “consonanza”, il vincolo indissolubile tra programma, Presidente e maggioranza. Se questo vincolo si rompe interviene la cosiddetta “clausola di dissolvenza”, tutti a casa e la parola ritorna agli elettori: il “cittadino arbitro della politica”.

Chi demonizza tutto questo tradisce una malsana nostalgia per il recente passato: instabilità politica, le giunte Palomba bis, tris, quater, i nomi degli assessori fatti pervenire con un bigliettino, il consigliere regionale eletto con poco più di mille voti che diventa Presidente.

Si percepisce una qualche recriminazione per le decisioni affidate alla opacità delle consorterie, alle ristrette oligarchie dei partiti.

L’elezione diretta del Presidente vuol dire stabilità e governabilità.

Oggi una società complessa e globalizzata necessita di governi stabili, di decisioni tempestive. Il Consiglio regionale ha saputo temperare i poteri del Presidente esaltando il potere legislativo, regolamentare, di indirizzo e di controllo dell’Assemblea e individuando gli strumenti di partecipazione dei cittadini attraverso il referendum abrogativo, consultivo e propositivo.

Spesso nelle argomentazioni di chi vede nella elezione diretta una sorta di deriva antidemocratica, traspare una visione “aristocratica” della democrazia, un pensiero “elitario” che nasconde una profonda sfiducia nell’intelligenza dei cittadini, nella loro capacità critica: l’elezione del Presidente è cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani di “ignari” e “sprovveduti” cittadini.

La seconda.
Il nostro sistema istituzionale diffuso, l’anima e il nerbo del nostro sistema democratico, affida alla elezione diretta dei sindaci, presidenti di Provincia e di Regione, le sorti delle maggiori città italiane, di tutte le regioni a statuto ordinario e di tre su cinque regioni a statuto speciale: quando il Friuli ha deciso per l’elezione del Presidente da parte del Consiglio, un referendum popolare ha spazzato via a larghissima maggioranza questa possibilità, ripristinando l’elezione diretta.

La terza.
La scelta dell’Assemblea regionale è coerente con il programma elettorale votato dai cittadini. Il programma non è un optional, è il collante di una maggioranza, è parte integrante di quel patto indissolubile che si instaura al momento del voto. Naturalmente si può sempre cambiare idea, basta dirlo. Quello che non è accettabile sono le argomentazioni di chi, non senza qualche piroetta e giravolta, arriva ad affermare che in fondo la coerenza è oramai appannaggio degli stupidi. Non vorremmo però che di questo passo si arrivasse a teorizzare che l’incoerenza sia la virtù dei... furbi.

Massimo Dadea - Assessore regionale alle Riforme