Lirico di Cagliari, inaugurazione fra luci ed ombre
lunedì 29 ottobre 2007 di Antonio Valentini
È forse più semplice partire da ciò che ci si aspettava dal doppio appuntamento del 26 e 27 Ottobre. E dunque mettiamo in fila i possibili motivi di interesse: la presenza sul podio di George Pehlivanian, nuovo direttore ospite principale dell’Orchestra; il ritorno al Lirico del grande repertorio Beethoveniano con la Sinfonia Eroica; la scoperta di un pezzo di rara frequentazione come la Messa Glagolitica di Leóš Janáček. La prova di George Pehlivanian è risultata, in particolare, di controversa valutazione. Se infatti è possibile dare un giudizio del tutto positivo della cura, dell’intelligenza e della passione profuse nella resa della Messa Glagolitica, la sua interpretazione dell’Eroica merita a nostro parere un giudizio appena sufficiente.
Nell’interpretazione del capolavoro Beethoveniano, la condotta interpretativa di George Pehlivanian si è segnalata per un’eccessiva tendenza all’evidenziazione delle sfumature dinamiche della partitura, in un senso che potrebbe definirsi “coloristico”, accompagnata ad una carente attenzione alla definizione della forma sinfonica; la quale, pur non potendo certamente sostenere da sola una soddisfacente interpretazione del repertorio Beethoveniano, ne è comunque premessa fondante e necessaria. Poca struttura, dunque: pochi chiaroscuri e un complessivo, fastidioso, senso di vezzosità; è mancato l’audace sostegno dei timpani – così atteso in una Sinfonia Eroica in Mi bemolle! – e non abbiamo trovato alcuna traccia di quella grandiosità epica che dovette sancire nell’Ottocento «il rito del concerto inteso come “messa illuministica”, in cui si consuma in comunità un potente messaggio morale, apostrofato con decisione entro la sfera astratta della musica». «Il lungo discorso all’umanità dell’Eroica» è uscito quindi annacquato, trasfigurato e quasi irriconoscibile, indebolito peraltro da una resa non ottimale del gruppo orchestrale: la prova dei corni non potrebbe che definirsi migliorabile; a dir poco sfocata quella dell’oboe; sbiadita, infine, quella degli archi (con alcuni imbarazzanti svarioni di intonazione dei violini). La sensibilità di Pehlivanian ha raggiunto migliori esiti solo negli ultimi due movimenti, segnando un alto momento di poesia musicale nell’Adagio che prelude alla chiusa dell’Allegro Molto conclusivo.
La prova interpretativa della Messa Glagolitica è risultata, per contro, più efficace e concreta. Pehlivanian ha guidato con mano sicura e autorevole le compagini orchestrale e corale del Lirico, nell’esecuzione del capolavoro del compositore Boemo Leóš Janáček nel quale la critica musicologica intravede un messaggio di fede morale, nazionalistica e panteistica. Una Messa atipica, sebbene il testo musicato (traduzione in lingua Slava dell’Ordinarium Missae) e l’organico utilizzato (soli, coro misto, orchestra e organo) siano assolutamente comuni. «L’unicità sta nella furia immaginativa con cui venne affrescata, con eloquenza primigenia e solenne, l’esplosione della cristianità fra i popoli slavi – enfasi e fanatismo, invocazioni e grida.» La Messa, composta nel 1926, è un atto di patriottismo cèco e panslavo, da parte di un artista non praticante, ma pur sempre permeato di cultura cristiana; l’autore stesso ha sostenuto di voler esprimere, nella Messa Glagolitica, la propria «fede nell’eternità del popolo cèco, non su una base religiosa, ma morale». Qui, accanto ad un’ottima prova del Coro del Teatro Lirico, l’Orchestra è riuscita a esprimere dalle sue fila un suono pieno e corposo, a risolvere con disinvoltura i difficili incastri ritmici e timbrici previsti dalla partitura, a sostenere adeguatamente gli ottimi interventi dei solisti: il soprano Anna-Katharina Behnke, il contralto Annely Peebo, il tenore Jan Valick – la cui carismatica interpretazione ben si attagliava al piglio selvaggio e barbarico degli interventi cantati – e il basso Alexander Vassilev. Segnalando, non da ultimo, l’ottimo Fabrizio Marchionni che ha reso un’eccellente interpretazione del lungo intervento affidato all’Organo solo: soddisfazione doppia, in questo caso, nel poter lodare il merito artistico di un solista che deve a Cagliari una parte fondamentale della sua formazione musicale.
Brutta esecuzione di un brano amato dal pubblico, bella interpretazione di un lavoro perlopiù sconosciuto e di non facile comprensione, cantato peraltro in una lingua estranea alle comuni frequentazioni del pubblico e senza un adeguato apparato di sopratitoli. Una particolare composizione di circostanze che ha determinato la fredda risposta della platea Cagliaritana: ai prossimi appuntamenti, dunque, il compito di rilanciare l’entusiasmo per una Stagione Concertistica che si annuncia anche quest’anno ricca e ben modulata.
Antonio Valentini
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