Mamoiada: i Mamuthones danzano attorno ai falò

di Francesca Gungui - Fonte: L’Unione Sarda

martedì 10 aprile 2007 di exeo

I Mamuthones danzano attorno ai falò

Mamoiada. Centinaia di turisti inglesi e tedeschi per l’apertura ufficiale del carnevale Oggi alle 17 la secolare cerimonia in onore di Sant’Antonio

La cerimonia si ripete uguale da secoli ma ogni anno ha il potere di rinnovare tutto il proprio fascino da rito misterico. Tre giri intorno alla pira accesa in onore di Sant’Antonio di fronte alla chiesa della Beata Vergine Assunta, la benedizione solenne del parroco don Tonino Carta e la schiera di Mamuthones e Issohadores fa la sua prima entrata in scena annuale. Da quell’istante (e fino alla Quaresima) al passo cadenzato delle maschere pagane legate al culto della terra, anche a Mamoiada è carnevale.

Turisti all’assalto
L’appuntamento è per questo pomeriggio a partire dalle 17, quando su Pesperu accenderà i riflettori su un palcoscenico che oramai richiama appassionati da tutta l’Europa. «Già da qualche giorno, fa sapere Bastiano Mele, assessore alla Cultura, si vedono in giro i primi turisti inglesi e tedeschi, è ormai assodato che ogni anno aumenta il flusso di stranieri che scelgono di visitare Mamoiada in questo periodo».

Saranno circa 40 i roghi in onore del santo protettore degli animali che costelleranno le vie della comunità dei mamuthones. Dal quartiere di su Castru (dove campeggia quella che i mamoiadini chiamano su hantaru vezzu, la vecchia fontana di antica memoria romana), al nuovissimo rione di Sa Cantina, passando per il fuoco di Loreto, e quello che all’ingresso del paese viene allestito dai giovani del paese. Non mancheranno il buon vino locale, fave con lardo e patate cotte alla cenere.

Premio di poesia
Sempre all’interno dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio Abate, domani mattina si ripropone la premiazione dei vincitori del concorso di poesia in limba "Sant’Antoni ’e su ’ou" giunto alla sua sedicesima edizione. Le corone d’alloro quest’anno andranno ad Angelo Porcheddu di Banari con "Sas cardias mias" e Gonario Carta Brocca di Dorgali con "Sonnios de vida", che si aggiudicano i primi posti delle sezioni poesia in rima e a versi sciolti, seguiti da Pinuccio Giudice Marras di Macomer con "Istolos de ideas" e Giuseppe Delogu di Nuoro con "Merdule issocadu" (secondi) e Antonio Maria Pinna di Pozzomaggiore con "Asciuttores e Ignazio Mudu di Assemini con "Carru beciu" (terzi), e così via fino ai quarti e quinti classificati di ogni categoria.

Menzioni d’onore vanno poi, per la poesia satirica, a "Mancu pittore Giotto" di Armando Piu di Mamoiada, "Precadoria pro santincendiu" di Bobore Filindeu di Nuoro, "Porcu" di Giovanni Manconi di Nurallao e "S’isveglia e tziu Bacchis" di Antonio Longu di Macomer. Per la sezione poeti locali a "Pastoreddu" di Salvatore Galante, "Mamuthones" di Teresa Mele, "It’ es’sa vida" di Pietro Porcu, "Sa tzia de Marrare" di Maddalena Frau e "A babbu" di Maria Pura Mele.

Francesca Gungui

Le origini della cerimonia

La processione di Mamuthones e Issohadores si presenta ai nostri occhi come una struttura complessa, sia al suo interno sia nei contesti conoscitivi coinvolti: ma lo stato delle fonti dirette, come ben notato a suo tempo dal Massajoli, non è incoraggiante.

Non vi è dubbio che i due classici interrogativi - a quando risale la cerimonia e cosa significa - siano restati sinora sostanzialmente insoluti.

Invenzione e tradizione

Oggi, di fronte al progredire del mercato globale e dell’industria del consumo folklorico, si registra un forte aumento dell’invenzione della tradizione, al quale è necessario affiancare un aumento (più che) proporzionale di prudenza e rigore. Non si discute che ogni gruppo che usa una sua cerimonia possa rivendicare, a buon diritto, una modifica della stessa in quanto soggetto attivo e partecipe: la contemporaneità ha diritto alle sue maschere e ad innovare la tradizione, e la tradizione è in realtà costantemente sottoposta a modifica dai soggetti che la ’possiedono’. L’importante è chiarire quando le modifiche appartengono al presente, distinguendole dai profili tipologici ereditati.

La definizione delle varie fasi costitutive la "stratigrafia" e i depositi del carnevale di Mamoiada e delle sue maschere non può che avvenire verificando ogni passaggio ed ogni elemento, piuttosto che partendo, talora emotivamente, da un’origine più o meno lontana - una delle tipologie più pericolose dell’invenzione della tradizione - oppure enfatizzando ed elevando a norma episodi isolati.

Riordinare i dati.

Sono troppe ormai le interpretazioni non dimostrate né dimostrabili, e si rende necessario scoprire innanzitutto le tracce da seguire e quelle da abbandonare.

In questo percorso di individuazione sono estremamente utili le analoghe e vastissime documentazioni europee e mediterranee, talora citate ma mai inserite con chiarezza al posto decisivo che meritano.

Esse indicano per il complesso maschera facciale, pelli e campanacci, l’esistenza di radici carnevalesche comuni dalla penisola iberica al Mar Egeo, passando per aree centro europee, slave e balcaniche come Ungheria, Bulgaria, Russia, sino alla Scandinavia. Non manca la parallela attestazione e mascheramento dell’orso, testimoniano anche in Sardegna.

La diffusione è talmente vasta da escludere sul nascere ogni interpretazione legata a un singolo episodio storico. Ecco perciò la necessità di abbandonare le identificazioni con eventi come la cattura dei Mori, la deportazioni di Genserico o, peggio ancora, la conquista cartaginese dei nuragici. Naturalmente non si esclude che in determinate fasi storiche la riattualizzazione del rituale sia stata determinata da nuovi complessi simbolici resisi storicamente necessari. Ma va evitato il rischio che filtri ideologici contemporanei rideterminino le interpretazioni dei nostri complessi simbolici, un altro degli aspetti più negativi dell’invenzione della tradizione.

Una radice comune, una spiegazione generale?

Se la documentazione, pur nelle sue numerose varianti, è talmente ampia e diffusa, e le attestazioni complessive - come vedremo più avanti - si rendono particolarmente visibili fra l’età romana imperiale e il medioevo, appare utile individuare una ’spiegazione’ generale, un fattore storico realmente unificante.

Sono tre, fra preistoria e altomedioevo, i fattori dotati di tale potenza: la base comune pre-urbana di matrice neolitica (e alcuni debiti dai sistemi simbolici del Paleolitico Superiore legati al mondo della caccia e al rapporto con gli animali), l’età romana e quella bizantina. A ciò dovremo poi aggiungere, come fattore unificante pur nella negazione frontale del mascheramento ferino, il Cristianesimo. In ogni caso è necessario rivolgerci alla presenza di un patrimonio comune legato a orizzonti agrari precristiani o comunque non cristiani segnati da rituali di passaggio.

Tali radici comuni, tipiche di un rapporto organico con la terra dalle antiche radici neolitiche e/o comunque non urbane che si esprime in riti di passaggio stagionale, possono trovare in alcune aree particolari interpreti divini (come è, nelle zone di forte cultura greca, il caso di Dioniso), ma ciò a sua volta non rappresenta un fatto generalizzabile, pur nella presenza, come vedremo, di interessanti antecedenti simbolici di età romana legati a Bacco. In sostanza, nel fattore unificante costituito dalla romanizzazione si trova difficoltà nell’ammettere una spinta da parte dell’Impero verso l’universalizzazione di usanze religiose legate a morfologie divine solidamente strutturate. Potrebbe essere diverso il caso per i trasferimenti di tradizioni veicolate dalla componente militare, ciò che rende interessante l’ipotesi di una già notata relazione - suggestiva anche dal punto di vista linguistico - con la storia del vecchio Marte, Mamurius Veturius il rito degli Equirria e la convergenza tematica dell’uccisione dell’anno vecchio, e anche le relazioni coi Saturnali. Pare invece da escludersi la ’pista’ bizantina, visto che le attestazioni, indicate più avanti, delle fonti letterarie si stabiliscono prima di tale epoca.

Ma esiste anche un altro livello unificante, di tipo ambientale, che ci porta in un nuovo orizzonte interpretativo: una parte assai significativa della documentazione, potremo anche dire prevalente, sembra provenire da zone di montagna o comunque a stretto contatto con tali bacini ambientali e climatici.

Si può allora osservare che l’ambiente montano produca (con il suo mondo di sollecitazioni climatiche, le difficili attese del raccolto e il rapporto con i contesti faunistici propri di tali sistemi antropologici), un sistema rituale atto a esprimere e controllare le sue forze produttive, mettendo in atto forti sistemi apotropaici e propiziatori mediante suono, danza, mascheramento e rapporto con i morti.

LA DOCUMENTAZIONE ( fonti letterarie, iconografiche ed archeologiche )

Le fonti paleocristiane (Tertulliano, II-III sec. d.C. e Paciano vescovo di Barcellona sempre nel IV secolo d.C.) e tardo-antiche (Massimo di Torino nel V secolo e Cesario di Arles - al quale pare si debba quanto generalmente attribuito a S. Agostino nel celebre sermone 139 - per il secolo successivo), mostrano un quadro cerimoniale europeo avversato dal Cristianesimo e progressivamente assimilato al diavolo.

Tale dimensione diventa evidente nel Basso Medioevo per maschera e rappresentazioni mascherate: riscontri di eccezionale interesse provengono dai contesti iconografici europei fra il 1100 ed il 1350; in particolare, documentazioni francesi mostrano - all’interno di un quadro cerimoniale collegato al carnevale e noto come ’ charivari ’ - mascheramenti assimilabili a quello dei Mamuthones databili al XIV secolo.

Per quanto riguarda i due mascheramenti, mentre quello dell’ Issohadore sembra legarsi, come abbiamo detto, al periodo spagnolo, quello del Mamuthone trova i più antichi riscontri iconografici nei personaggi con campanacci testimoniati dai sarcofagi di produzione romana, uno dei quali rinvenuto in Sardegna. Si tratta di scene di ambientazione bacchica dove il personaggio con i campanacci, nell’impugnare dei serpenti, appare impegnato in una danza di tipo sciamanico destinata presumibilmente a tenere lontani gli spiriti maligni dai defunti.

Una prima ri-formulazione cronologica

Possiamo perciò finalmente indicare, sulla base dei dati realmente disponibili, alcuni punti di riferimento solidi: almeno il III secolo d.C. come data più antica per un vestiario tipologicamente affine a quello del Mamuthone, sia nella documentazione archeologica che in quella della fonti, e il primo terzo del XIV secolo d. C. per rappresentazioni carnevalesche con mascheramento complessivamente analogo, all’interno del contesto noto come Charivari. Sarebbe poi interessante poter collegare a tali contesti le rappresentazioni teatrali e le mascherate vietate nel 1606 dal Sinodo di Torres. Nella formulazione di tale divieto si potrebbe ipotizzare un’attestazione della nostra sfilata, ma per il momento limitiamoci a considerare tale fonte una traccia.

In definitiva la processione sembra trovare la sua migliore collocazione in un rito stagionale di tipo agrario, definito da contesti ambientali montani e para-montani, dove le maschere dei Mamuthones hanno una forte valenza apotropaica, nel ciclo stagionale invernale, in previsione e auspicio di una fertile stagione primaverile, forse collegate al regno dei morti e al controllo di essi da parte della comunità mediante una battaglia rituale.

Prof. Marcello Madau

Cattedra di Beni Culturali e Ambientali Accademia di Belle Arti di Sassari

Fotografie di SERAFINO DERIU