Zigar che in questo mondo si muove non e’ l’eroe sardo sfortunato, rappresentante di un mondo di vinti legati in un rapporto di odio e amore ad una terra a cui è stata negata da genti lontane una propria identita’.
La scelta dei contenuti, la struttura compositiva del racconto, la caratterizzazione dei personaggi, originali ed insoliti, fanno del romanzo di MICHELE COLUMBU un’opera atipica nel panorama della tradizione scrittoria isolana.
La stessa ambientazione sarda, riconoscibile nella natura selvaggia e solenne, nei riferimenti archeologici e nelle storie di banditi di cui parlano alcuni personaggi, svolge una funzione di cornice mitica di riferimento alla vicenda di Zigar senza cadere nello stereotipo del nostalgico vagheggiamento di un passato felice.
Zigar che in questo mondo si muove non e’ l’eroe sardo sfortunato, rappresentante di un mondo di vinti legati in un rapporto di odio e amore ad una terra a cui è stata negata da genti lontane una propria identita’. “Zigar e’ un uomo soddisfatto di se’ che non vuole riscattare alcuna ingiustizia ne’ personale ne’ collettiva che va alla ricerca di tesori forse per noia e per un bisogno d’ ‘altro’ che lui identifica nella lucentezza dell’oro in un luogo lontano ma che finira’ per trovare in se stesso dopo una profonda crisi e una rimessa in discussione delle sue certezze.Romanzo atipico dicevano, anche per l’impianto narrativo che potremmo definire ‘aperto’.
Si ha l’impressione che l’autore abbia voluto un po’ giocare con il lettore creandogli delle aspettative di sviluppo della storia che poi non avranno seguito. Nel primo capitolo, per esempio, in cui ci si aspetta di cogliere i dati informativi circa l’ambientazione della storia e gli antefatti che ne determineranno lo sviluppo, assistiamo alla proposizione di temi che ci autorizzano a pensare di trovarci di fronte ad un’opera di realismo verista, si riconoscono, infatti, temi quali:
- lo scontro tra vecchio e nuovo;
- la perdita inesorabile di identità di una piccola comunità arcaica;
- la nascita di nuovi comportamenti che hanno in sè il rischio della disgregazione sociale che prelude al dramma dell’emigrazione.
Pagine in cui si delineano, peraltro, gustosi personaggi e situazioni che hanno una loro compiutezza.
Ma dal secondo capitolo lo “straordinario, il magico, cominciano a far capolino nella storia. Si interrompe il clima di concretezza realistica e si propongono situazioni e personaggi nuovi che si muovono in un’atmosfera corale impregnata di voci, di sensazioni forti, di eventi irreali.
I giochi dei bambini della piccola comunità, la paura per lo scoppio del temporale, le preghiere di Tonia. la strana apparizione di Marco fra i colori dell’arcobaleno e la successiva misteriosa sparizione, creano un’atmosfera carica di magia in cui tutto è possibile, anche il miracolo del giovane Felle.
Sembrerebbe profilarsi una storia dominata dai comportamenti irrazionali delle folle: in cui tutti vedono e sentono quello che nessuno ha visto o sentito e il fanatismo superstizioso prevale sulla cautela e sul senso di realtà.
Ma ancora una volta la storia si evolve diversamente: Marco incontra Zigar che di lui vuole sfruttare le doti magiche e si rivela, straordinariamente saggio, colto e problematico.
Si cominciano a delineare i temi fondamentali del racconto che si sviluppa seguendo da questo momento in poi le tappe del viaggio alla ricerca del tesoro, un viaggio nello spazio che con i discorsi di Marco si traduce in un viaggio negli abissi del tempo dove i confini si dilatano e l’esperienza storica dell’’individuo perde il suo carattere di unicita’.
I personaggi che in questo contesto si muovono fanno rivivere con i loro ricordi personali una memoria storica collettiva in cui si percepiscono drammi sociali e aspirazioni deluse di un popolo alle soglie della storia.
Zio Braus, zio Ame, Zigar stesso sono gli epigoni di un’umanita’ ancora “giovane, anzi quasi bambina rispetto al suo futuro intellettuale” (come dice Marco), non ancora “corrotta” dalla cultura che spesso vìene percepita come manifestazione arrogante del potere.
La ricerca del tesoro si traduce cosi per Zigar in un tormentato viaggio nei meandri del sapere che, come Marco insegna, non si identifica con l’acquisizione di nuove certezze ma con l ‘accettazione rassegnata della inconoscibilita’ -
“Il grande sapere è il tutto, è Dio, l’infìnito stesso e “l’infinito non ha un perchè non è riducibile a conoscenza”.
Agli uomini non rimane che la ricerca, l’ansia dell’infinito e dell’eterno, ma Zigar e i viandanti che incontra lungo il suo cammino, non sanno di appartenere alla “schiera degli uomini che non sì saziano mai di conoscere e più sanno, più si sentono oppressi da ignoranza” (Marco).
Il romanzo si conclude con la materializzazione del tesoro leggendario di cui aveva parlato zio Ame, di fronte al quale Marco smonta l’ultima certezza di Zigar l’idea cioè, del bene e del male che si identificano rispettivamente nella felicita immutabile che promette Moscamè e nella terribilità eversiva di Moscamakè, le due mosche guardiane del tesoro.
Solo allora Zigar, dopo aver percepito nella drammaticità della scelta, l’eterno sconvolgimento del sapere, rinuncia a capire (e quindi rinuncia al tesoro) e si dispone a tornare malinconicamente alla sana e sicura realtà paesana ma lascia intendere che forse la sua ricerca ricomincerà.
La possente risata finale, su cui si sovrappone il fresco riso” di Miel, ce lo fa credere.
giovanna casapollo
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