Migranti d’oltreoceano
martedì 7 agosto 2007 di miali
Migranti sardi d’oltreoceano
Una storia ancora tutta da ricostruire
C’è ancora nei nostri paesi e villaggi di Sardegna una memoria vivente, spesso trascurata o non sufficientemente interrogata: può restituirci aspetti inediti e significativi di quella vasta piega inesplorata che si situa fra la storia “grande” – quella dei processi e degli eventi decisivi – e quella della storia cosiddetta “minore”, filtrata attraverso l’esperienza e il ricordo dei singoli, che poi si fondono nella memoria collettiva del villaggio. Fino ad alcuni decenni fa essa costituiva la base informativa essenziale di quella che Michelangelo Pira ha definito la “scuola impropria”, la scuola dell’esperienza e della tradizione orale, ricca di contos e di eventi a volte minuscoli, cristallizzati per sempre in un detto o un’espressione popolare. Come quelli che ancora capita di sentire, o di augurare scherzosamente, nel paese dove si è nati, dove si è trascorsa l’infanzia e la prima giovinezza, e che per questo resta sempre il villaggio del cuore, sa iddha chi m’agattan in su coro.
Al mio paese, Oschiri, - che nell’immaginazione letteraria è diventato il mitico villaggio di Ischirìa (uno dei nomi dell’asfodelo che suona quando soffia su entu estu o su solòpu, lo scirocco ) - molti ricordano ancora i detti: ancu ti dian sa ‘e Camone e ancu tias fagher s’andhàda ‘e Titone.
Nella ricostruzione “storica” che siamo riusciti a farne i due modi di dire sembrano collegati a uno stesso episodio: prima di diventare nomi fantastici, o fantasmatici, dei due malauguri trascorsi di bocca in bocca fino al nostro tempo, Camone (o Camon, poiché pare si trattasse di un “continentale” del nord-est d’Italia) e Titone, soprannome oschirese di un non meglio identificato paesano, sono entrati a far parte della microstoria del paese e dello scontro inevitabile fra “progresso” e “tradizione”, che a volte si mutava – e ancora si muta – in tragedia. Nel caso dei due personaggi si trattava di un campo di grano, col frumento pronto da mietere, e della nuova strada che doveva attraversare il paese (il tratto della Carlo Felice, oggi SS 131, che doveva congiungere i due “capi” da Cagliari fino ad Olbia). Camon era l’ingegnere dell’impresa stradale e aveva fretta di completare il tratto; Titone voleva guadagnare tempo, almeno qualche mese, per poter mietere e insaccare il suo grano. Non si accordarono e ad avere la peggio fu il primo. “Sa ‘e Camone” sta infatti per la palla che gli trapassò la fronte. E “’s’andhada ‘e Titone” fu la sua fuga senza ritorno, chi dice in Francia e chi nelle Americhe, dopo l’uccisione dell’ingegnere che non poteva aspettare il tempo della mietitura.
Accadde ai tempi della grande migrazione verso le Americhe che, per quanto riguarda il mio paese d’origine, toccò la punta massima negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, fra il 1909 e il 1913, successivamente negli anni dell’immediato dopoguerra, quando molti che erano stati convinti a tornare, magari con la minaccia di venir considerati disertori, decisero di ritentare la fortuna e ripartirono per il nuovo continente. Nella ricostruzione che anni fa ne ha fatto il sociologo Alberto Merler il flusso maggiore si ebbe in quello che vine definito come “terzo momento” o periodo dell’emigrazione transoceanica sarda.
Nei primi tredici anni del secolo i sardi che approdarono all’altra sponda dell’Atlantico furono poco più di trentamila: una parte si diresse verso l’America “ricca”, gli Stati Uniti o il Canada, un’altra verso Panama, l’Argentina e il Brasile, dove molti si stabilirono definitivamente.
Un calcolo sicuramente approssimativo forniva la cifra di almeno centocinquanta partenti da Oschiri (quando la popolazione complessiva non aveva ancora raggiunto le 2000 anime): per lo più si trattava di lavoratori precari, zorronateris, braccianti agricoli, ma anche piccoli o medi proprietari di terra che pensavano di migliorare la propria condizione economica.
Fra i migranti di quel periodo ci fu anche mio nonno, che lasciò al paese moglie e figli con la scusa di inseguire uno che aveva contratto con lui un grosso debito e – diceva uno zio – era tornato qualche anno dopo, a guerra appena iniziata, con trenta lire e una mazza nella valigia, ovviamente senza il manico: non sono mai riuscito ad appurare se si trattasse del debito recuperato o di quel che aveva guadagnato in due o tre anni di lavoro a caricare sacchi di cemento e a posare traversine in quel di Bayonne. Anche perché mio nonno era molto parco di racconti, non amava parlare di quella sua “fuggitina” in America e se insistevo con le domande mi mandava a quel paese.
I più dovevano adattarsi a lavori pesanti e poco remunerativi: la paga bastava a malapena a sopravvivere e chi aveva lasciato in paese moglie e figli doveva mandare qualcosa per sfamarli. Ed è forse per questo che molti decisero di tornare, usando magari come alibi il dovere di andare alla guerra, che per molti significò sacrifici e disagi ancora più gravi, ferite, prigionia, quando non ci lasciarono la pelle. Andò sicuramente meglio a chi decise di fermarsi e riuscì magari ad integrarsi nel nuovo mondo, conquistando un lavoro più stabile e più “pulito”. Tant’è che parecchi di quelli che scamparono alla guerra decisero poi di raggiungere il parente o l’amico rimasto oltreoceano,
Alla fine degli anni ottanta del secolo appena trascorso, ho potuto raccogliere dalla viva voce di parenti e amici di quei migranti d’inizio secolo qualche notizie, per lo più contos, aneddoti, piccole storie che li riguardavano direttamente. Vennì così a sapere della romanzesca vicenda di Giuanne Maria Fogu detto Pistacanna, che partì verso il 1910 lasciando al paese la moglie e tre figli già grandi; finì a Panama a lavorare all’apertura del canale; scampò alla febbre gialla e finì per sistemarsi nel villaggio di Quirojito. Qui diventò amico dei frati del convento, dove fu impiegato per un certo periodo come lavorante. Ben presto diventò, per gli abitanti del villaggio, Don Mario acquistando prestigio e benevolenza, tant’è che una ricca vedova di sangue indio se lo prese come marito di fatto e gli affidò una prospera piantagione di caffè. Ma è probabile che il rimorso per la famiglia abbandonata non gli desse pace, visto che – molti anni dopo e ormai vecchio - don Mario chiese ai suoi amici religiosi di rintracciare i figli abbandonati nell’isola lontana. Uno dei frati venne in Italia, in occasione del giubileo del 1950, e riuscì a mettersi in contatto col figlio maggiore.
Il compito di recarsi dal padre e tentare di riportarlo a casa fu affidato al secondo nato, Roberto, che si recò a Quirojito, ma non riuscì a convincere il vecchio a rientrare, per quanto il desiderio lo struggesse. Dovette anzi sottrarsi alla gelosia di diversi fratelli meticci nati nel frattempo che pare lo minacciarono di morte e costrinsero anche lui a cercare rifugio nel convento dove a suo tempo il padre era stato accolto. Roberto tornò al paese solo dopo la morte del padre che, dopo aver chiesto perdono, nel delirio della fine, parlava in sardo ai parenti e agli amici di un tempo che non aveva più rivisto da decenni. Roberto riportò da Panama una bella foto scattata nella piantagione del padre, che lo mostra fiero di aver catturato, senza farsi mordere, un enorme serpente.
Un altro personaggio le cui gesta sono rimaste bene impresse nella memoria degli anziani del paese, di cui probabilmente qualcuno ancora sopravvive, è Zizzu Fogu, l’unico (pare) ad essere tornato dagli Stati Uniti, attorno agli anni trenta, abbastanza ricco da potersi costruire un palazzo a due piani – cosa rara per quei tempi – aprire un bar e andarsene in giro per il corso vestito di bianco come un gran signore, frequentare alla pari i maggiorenti locali, ai quali pare fosse in grado di prestare soldi e imbandire cene pantagrueliche. Nessuno dei paesani sapeva esattamente come avesse fatto ad accumulare tutti quei soldi, che riuscì comunque a sperperare nel giro di pochi anni, tant’è che morì povero e solo, dopo essersi ridotto a raccogliere l’immondezza con un asino e un carrettino, pagato un tanto al quintale dal comune. L’ipotesi più accreditata, al paese, era che fosse riuscito ad organizzare, in una cittadina non lontana da Chicago, una florida casa di tolleranza. Al momento di decidere di investire i proventi in attività meno marginali, fu preso da un’onda incontenibile di nostalgia che lo riportò diritto al paese d’origine, dove evidentemente iniziative più castigate non erano abbastanza redditizie da permettergli di salvare l’investimento.
Lo ricordo anch’io, mentre avanzava per le stradine davanti al suo asinello, con l’aria di un uomo che aveva perso tutto, tranne l’allegria e la serena consapevolezza di aver vissuto.
Una piccola storia forse più ordinaria, e tuttavia ricca di particolari che possono aiutare a ricostruire meglio il modo comune di vivere dei nostri emigrati d’oltreoceano, è quella di Michele Sini Elias: ho potuto conoscerla grazie ai ricordi nitidi di suo figlio Francesco (Zizzu ‘e Sini) dei racconti che suo padre gli faceva nelle pause dei lavori di campagna.
Tiu Micheli Sini Elias emigrò dapprima in Francia, insieme a un folto gruppo di compaesani; i più parlavano solo sardo, lui era uno dei pochissimi che sapevano leggere e scrivere italiano, ed erano poco esperti del mondo. Già a Genova uno di loro stava per farsi turlupinare da un lestofante, i compagni si accorsero che era rimasto indietro e riuscirono a salvarlo usando le maniere rudi. Arrivati in Francia trovarono lavoro in una cava; la durata e la paga del lavoro erano in base al rendimento, alle forze di ognuno, per cui resisteva soltanto chi era in grado di faticare molto.
Tiu Micheli si fermò in Francia due anni e riuscì a fare arrivare lì anche un fratello. Di lì si trasferì a Tornonto, in Canada, dove gli italiani venivano preferiti ai polacchi perché considerati più resistenti alla fatica. Non tutti però ce la facevano a reggere, molti furono licenziati e gli altri se ne andavano per solidarietà, almeno finché era ancora possibile trovare altro lavoro. _ In genere, costruivano ferrovie, porti e anche fabbriche e case; continuavano a chiamarsi fra loro coi soprannomi del paese o con quelli che gli avevano affibbiato lì, ma sardizzandoli. Per alcuni anni i più forti del gruppo originario accettarono di cambiare lavoro per non abbandonare i più deboli, poi anche loro dovettero prendersi quel che passava il convento. Alcuni si fermarono, altri andarono a cercare lavoro in altri stati. Anche qualcuno di questo gruppo di migranti era finito a Panama, e ci lasciò la pelle, qualcun altro, come Pistacanna, era riuscito a sistemarsi meglio.
Michele Sini Elias restò a Toronto altri due anni, facendo vita sobria e cercando di risparmiare per il giorno del ritorno. Rientrò anche lui quando stava per scoppiare la guerra, riuscì a comprare un giogo di buoi, ma fu richiamato alle armi dopo pochi mesi e dovette farsi quattro anni di fronte e di trincea, rimettendoci i buoi, ma riuscendo a salvare la pelle, quasi per caso. _ Al figlio raccontava spesso che, al momento della ritirata dopo Caporetto, era tornato indietro per recuperare uno zaino dover aveva messo da parte i sigari che neppure fumava, così evitò la morte e la prigionia toccata a quasi tutti i commilitoni della sua compagnia. Non fu ferito, ma finita la guerra si ammalò di quella febbre petecchiale che doveva decimare molti dei sopravvissuti. Una volta guarito, dovette ricominciare da zero, andando a lavorare a giornata e poi a mezzadria. Rinunciò a tornarsene in Ameriva nonostante i reiterati inviti del fratello, che si era trasferito e sistemato bene in Argentina. Delle scarne parole apprese durante l’emigrazione ricordava brad, il nome del pane e easy, facile, detto a proposito del lavoro, ma da parte dei capisquadra decisi a forzare sempre i ritmi.
foto 2 e 3: per gentile concessione di Nino Pericu, Oschiri
foto 4 rielaborazione di Bruno Pittau, Brokenart, Cagliari
miali
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