Mimmo Bua - Kurdistan e Sardistan, incontri virtuali
domenica 5 agosto 2007 di miali
La terza edizione dell’Asuni Film Festival ha posto al centro delle proiezioni e dei dibattiti l’incontro fra due ’mondi’, due modi o due approcci cinematografici...
Kurdistan e Sardistan, incontri virtuali sullo schermo tra Asuni e Riola
Storie di sogni, di lotta e di illusioni
di Mimmo Bua
La terza edizione dell’Asuni Film Festival ha posto al centro delle proiezioni e dei dibattiti l’incontro fra due modi o due approcci cinematografici: come rappresentare sullo schermo, nel mondo virtuale del cinema, il dramma, le speranze e le prospettive di due popoli, di due nazioni negate o mancate. La grande nazione kurda dispersa e perseguitata in quattro stati o nazioni riconosciute (Turchia, Siria, Iraq, Iran) e la piccola nazione mancata dei Sardi - prima vice regno di Spagna (dopo i brevi fasti dei Giudicati semi-indipendenti) poi regione ad autonomia limitata del regno savoiardo e della repubblica italiana - pur nelle diverse vicende storiche, hanno in comune la ricerca della propria identità e la volontà di affermarla, nell’epoca di una globalizzazione ancora dominata dalla tendenza all’uniformità, alla negazione delle differenze che non sono diversità separanti o separative, ma ricchezze che caratterizzano la varietà e la molteplice unità della specie umana.
Il cinema curdo era rappresentato dalle opere recenti dei suoi registi più rinomati: Bahman Ghobadi, Hiner Saleem, Kazim Oz, Hisham Zaman, Rahim Zabihi, Binevsa Berivan, e la straordinaria esordiente Eylem Kaftan, autrice del pregevolissimo film-documento “Vendetta Song”, che con la sua affascinante presenza ha animato le serate finali, nella notte stellata di Asuni e nella cornice suggestiva del Parco dei Suoni del comune gemellato di Riola Sardo. Con lei una giovane attrice, Hevi Dilara (il nome significa speranza), rifugiata politica in Italia da circa 15 anni, dopo una dura vicenda di imprigionamenti e torture che non hanno scalfito la sua fierezza.
Col suo linguaggio fluente, lo sguardo a volte come proiettato su lontananze insondabili, la bella Eylem spiegava al pubblico la lotta per l’emancipazione femminile in una società tribale in cui il maschio ribadisce, come l’autista che l’accompagnava durante le riprese del suo film, «qui le regole le stabiliscono gli uomini». Anche se Hevi ribadiva: «Non è così dappertutto. Ci sono anche realtà dove la donna gode del massimo rispetto ed è spesso alla testa della lotta per la liberazione del popolo curdo».
Ci sarebbero dovuti essere anche gli altri, registi più esperti e affermati, ma il budget ridotto non ha permesso di pagare loro il costo del biglietto aereo. Sarebbe stato davvero importante vederli e ascoltarli dialogare con alcuni dei nostri cineasti di prim’ordine: da quell’istrione geniale e imprevedibile che risponde al nome di Gavino Lingua-di-falce, Giovanni Columbu, Enrico Pitzianti, Filippo Martinez, al gentiluomo di antica prosapia Piero Sanna, accompagnati da registi più giovani, ricchi di talento, di esperienze rilevanti e progetti lungimiranti, come Marco Antonio Pani, Daniela Piu, Simone Contu, Marina Anedda, Ignazio Figus,Virgilio Piras, Felice Tiragallo, Simone Cireddu, Paolo Zucca, il giovanissimo Matteo Martinez, Libero Bizzarri e il geniale visionario Alessandro De Palo.
E insieme alle autorevoli voci critiche che hanno arricchito e a tratti illuminato i commentari del pomeriggio e le quattro chiacchiere del dopo-cinema che si protraevano fino a tarda notte: Beppe Pilleri della Cineteca sarda, Romano Cannas, direttore di Rai-Sardegna, il docente di cinema Antonio Cara, il critico Gianni Olla, Franca Farina della Cineteca nazionale, il pittore Salvatore Garau e il critico Ivo Serafino Fenu, Bruno Roberti, direttore del Roma Film festival e Maria Grazia Caso, direttrice del Mediterraneo Film festival di Paestum.
«L’importante era cominciare», sostiene il nuovo direttore dell’Asunifilmfestival, il pluripremiato documentarista Antonello Carboni. «E quel che conta adesso è andare avanti con coraggio e determinazione, mettendo da parte i piagnistei, contando sulle nostre forze e sulla generosità confermata di artisti, intellettuali, partecipanti, spettatori affezionati e interessati. Puntando più alla qualità che alla spettacolarità delle proposte. Vogliamo offrire spunti di riflessione e approfondimento, anche politici. E momenti di incontro, se necessario anche di scontro, puntando su un cinema di alti contenuti, ignorando quell’altro cinema cosiddetto commerciale».
L’immaginario sardistano è stato riesplorato da varie angolature e punti di vista: dalla riproposta dei cinegiornali degli anni Sessanta e di alcuni preziosi documentari di Serra e Lisi ai più recenti documentari di Columbu, Figus, Tiragallo, dalla rivisitazione di due “classici” come “Ybris” di Gavino Ledda e “Destinazione” di Piero Sanna, ai moderni spot pubblicitari di pungente umorismo di Cireddu, Zucca, Martinez senior (presentatosi come “postumo”) e il sorprendente Martinez giovinetto.
Alla domanda posta da Giovanni Columbu, «si può parlare o no di un cinema sardo?», le risposte sono state, com’era facilmente prevedibile, diverse. Per alcuni la risposta è decisamente affermativa; altri hanno voluto sottolineare l’esistenza di diverse Sardegne (ne sono state indicate almeno quattro) riconducibili almeno a due realtà differenti e per alcuni aspetti conflittuali: il Sardistan dell’interno, quello del cuore agro-pastorale, ma anch’esso fortemente alterato e condizionato dalla modernità globalizzante; e il territorio urbano e costiero, quello che secondo Enrico Pitzianti sarebbe ormai «anni luce lontano dalle pecore».
Il punto d’incontro di un dibattito che a tratti si mostra aspro, quasi inconciliabile, può essere il fatto che le due Sardegne - che proprio il cinema fatto in Sardegna ha contribuito, forse più di ogni altra arte, ad evidenziare, a problematizzare, nonostante l’opinione di chi da per risolta o superata la questione - ci sono entrambe: la prima, quella pastorale, come una presenza antropologica e culturale ancora viva e in più o meno rapido processo di trasformazione o di ammodernamento; la seconda decisamente in espansione (basta pensare alla concentrazione di quasi un terzo dell’intera popolazione nella convulsa area metropolitana attorno a Cagliari) ma non ancora egemone.
In questa prospettiva sarebbe stato interessante mettere a confronto, da un lato, i paradigmi rappresentati in “Ybris”, “Arcipelaghi”, “Disamistade”, “Destinazione” e dall’altro quelli di “Pesi leggeri” e “Jimmy della collina” di Enrico Pau e “Il figlio di Bakunin” di Gianfranco Cabiddu - entrambi abbondantemente citati nel documentario di Columbu “Fare cinema in Sardegna”.
Mancherebbe tuttavia ancora una terza (a mio avviso fondamentale) realtà da indagare e rappresentare: quella dei sardi d’oltremare. Che è poi quella che interessa il cuore del Progetto Asuni, la costruzione o il completamento del museo e del centro di documentazione sulla vita, la cultura e il percorso storico dei sardi della diaspora.
Piero Sanna, nell’appassionata presentazione-commento del suo film, ha parlato anche delle parti sacrificate, per ragioni di produzione e distribuzione, fra cui l’intera storia di Costantino, il carabiniere sardo “destinato” in Alto Adige, che doveva fare da contrappunto a quella del bolognese mandato a temprarsi nelle barbagie di Coloras: sarebbe interessante se il narratore cinematografico di Benetutti - che non ama definirsi regista - riuscisse a recuperare i chilometri di riprese accantonate e ci proponesse una storia incentrata sulle esperienze, il punto di vista, i sentimenti e i pensieri di una figura di “sardo migrante”. Che è poi lo stesso che, alla fine di “Destinazione” pronuncia quella amara e provocatoria battuta: “Non c’è niente da capire, Emi’. Noi siamo ancora un popolo di servi”.
Probabilmente servi di qualche illusione di cui ancora non siamo riusciti a liberarci. Il cinema “sardo” o (se si preferisce) quello che parla di Sardegna o si gira nell’isola, può sicuramente aiutarci a individuarne meglio i contorni e a liberarcene.
Per la seconda quindicina di settembre è prevista la quarta edizione della Festa della letteratura e delle arti, Parole e visioni intorno al viaggio, diretta dal poeta Albertone Masala vedi http://albertomasala.blogspot.com/2007/07/asuni-lettera-aperta.html e altri articoli ripresi dal nostro sito
miali
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