di Antonio Valentini

Mozart e Haydn in scena al Lirico di Cagliari

Alessandro Carbonare interprete del Concerto di Mozart per clarinetto e orchestra, sul podio Christopher Hogwood

martedì 26 dicembre 2006 di Antonio Valentini

Al Lirico di Cagliari una serata dedicata al grande repertorio del Classicismo Viennese: il 22 e 23 Dicembre in cartellone il Concerto per clarinetto e orchestra di Mozart e la “Nelson-Messe” di Haydn.

«Forse gli angeli, quando sono intenti a rendere lode a Dio, suonano musica di Bach, ma non ne sono del tutto sicuro; sono certo invece che quando si trovano tra loro suonano Mozart e allora anche il Signore trova particolare diletto nell’ascoltarli». Così, nel 1956, il teologo protestante Kart Barth si esprimeva in un saggio monografico su Mozart, a 200 anni (allora) dalla nascita del compositore Salisburghese. Ed è proprio Mozart ad aprire a Cagliari, il 22 e 23 Dicembre, il nono appuntamento della Stagione Concertistica 2006/2007: un’introduzione affidata alla ouverture dalla Clemenza di Tito, quindi il celebre Concerto per clarinetto e orchestra in La maggiore, affrontato da Alessandro Carbonare al clarinetto di bassetto. Nel segno di Joseph Haydn, invece, la seconda parte del programma: protagonisti l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico, sotto l’esperta guida di Christopher Hogwood.

La brillante ouverture dalla Clemenza di Tito condivide con il Concerto per clarinetto e orchestra il periodo di composizione; entrambi i lavori occupano infatti posizioni avanzatissime nel catalogo delle opere Mozartiane, e non furono gli unici capolavori a sbocciare negli ultimi mesi di vita del compositore: La Clemenza di Tito K621 è infatti preceduta dal Flauto Magico K620, mentre il Concerto per clarinetto e orchestra K622 precede di poco il celebre Requiem K626. Hogwood (al Lirico senza bacchetta e senza pedana), autentico mito vivente dell’interpretazione musicale, «uno dei protagonisti della rivoluzione che ha trasformato il modo di eseguire, registrare e ascoltare la musica», chiede alla compagine orchestrale Cagliaritana un’attenzione al fraseggio e alla chiarezza del suono del tutto particolare. Dall’esecuzione emergono così blocchi sonori ben delineati, mentre un’inconsueta tavolozza timbrica emerge dall’organico orchestrale, rivisitato per l’occasione con l’aggiunta di strumenti di concezione barocca; la parsimonia con la quale Hogwood dosa il vibrato nelle sezioni degli archi aggiunge poi una limpidezza di suono del tutto particolare, che permette all’orchestra di affrontare le due pagine Mozartiane con una leggerezza che mai sconfina nella vacuità.

Leggerezza e incisività riesce a conciliare anche Alessandro Carbonare, nella sua interpretazione del Concerto in La maggiore; la scelta del clarinetto di bassetto (in luogo del clarinetto in La più comunemente adoperato) permette al solista di entrare con più profondità nello spartito, e di non rinunciare ad alcuna delle geniali intuizioni che il grande Salisburghese ebbe in questa sua celebre pagina: che è «l’ultimo Concerto scritto da Mozart, il più sorprendente, il più romantico – e forse il più bello – tra i moltissimi del compositore». Per tutta l’esecuzione (Carbonare affronta, di comune accordo con Hogwood, una versione che prevede un clarinetto di bassetto concertante, cioè presente anche – in funzione di raddoppio – nelle sezioni della partitura affidate al Tutti orchestrale) il solista non concede spazio ad alcun atteggiamento divistico, e il suo portamento riflette l’eleganza e la maturità con le quali affronta il difficile lavoro. Dallo strumento Carbonare trae un suono pulito, denso e pieno di colore: il virtuosismo non è mai esibito, e il fraseggio rimane costantemente al servizio di un’interpretazione assolutamente coerente e convincente. L’intesa con Hogwood e la compagine orchestrale del Teatro Lirico risulta ammirevole, e nel secondo movimento (il celebre Adagio citato in diverse pellicole cinematografiche) il dialogo diviene addirittura commovente, condensando molti dei tratti “romantici” dell’ultimo Mozart. Uno staccato brillante ma sempre misurato impreziosisce infine l’ultimo sfavillante movimento, rendendo al Rondò la sua autentica natura di pagina assieme festosa e incalzante. Il pubblico offre un generoso e meritato applauso, concedendo al solista l’onore di quattro chiamate sul palco; per il bis non c’è tuttavia nulla da fare: per il clarinetto di bassetto – come spiega lo stesso Carbonare alla platea – poco altro è stato scritto, e certamente nulla di accostabile alle vette toccate dal Concerto di Mozart.

Con l’esecuzione della “Nelson-Messe” di Joseph Haydn (che vide Mozart nascere e prematuramente scomparire) Christopher Hogwood torna ad essere il protagonista principale della scena, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Lirico: le linee interpretative, ancora una volta, sono dirette alla ricerca di sonorità misurate, alla costruzione di fraseggi asciutti e di pulsazioni ritmiche regolari, con le compagini orchestrale e corale che rispondono con prontezza alle sollecitazioni musicali del direttore inglese. Ben assortito il quartetto di solisti chiamato a intervenire nell’esecuzione; si fa particolarmente apprezzare il soprano Sophie Daneman, che affronta la parte più complessa e musicalmente articolata mostrando una sicurezza e un’efficacia esecutiva decisamente ammirabili. Il mezzosoprano Patricia Bardon, il tenore James Gilchrist e il basso Jonathan Lemalu completano infine l’elenco degli esecutori, distinguendosi per un ottimo equilibrio di insieme e per alcune sortite solistiche particolarmente efficaci.