Quando si tratta di parole dette o scritte, di opinioni espresse, di immagini (pittura, scultura, cinema ecc.), di fatti di comunicazione, di tutti i prodotti della creatività dell’uomo, siamo sempre nel campo del lecito. Non è né uccidere, né rubare, né prevaricare.
Esprimersi e comunicare non può mai ledere il diritto positivo degli altri. A rischio di qualsiasi impopolarità, di qualsiasi incomprensione, di qualsiasi polemica anche sgradevole, a costo delle più esplicite responsabili azioni ci dovremmo battere, tutti noi, e sempre, in ogni sede e a ogni livello, direi implacabilmente, per difendere questo principio: la libertà è assolutamente indivisibile.
Non si possono fare concessioni né in nome della cosiddetta mancanza di “qualità” né in nome del gusto. Non ci possono essere dei distinguo, delle incrinature. I criteri del cosiddetto “gusto” sono incerti, confusi, legati al costume di un certo momento storico, individuali, opinabili, mutevolissimi. Il principio della libertà no. E’ assoluto, inderogabile, propedeutico, preliminare a tutti gli altri.
Erotismo,eversione, merce, Cappelli, 1974
Come per la censura anche per le selezioni preliminari di vertice esiste un principio indivisibile di libertà: nessun filtro centralizzato e burocratico può mai impedire che la società si possa riconoscere, rispecchiare, ragionare su se stessa, anche sulle sue brutture, attraverso tutti i romanzi, tutti i giornali, tutte le commedie, e i quadri, e i film: anche quelli cosiddetti “brutti”. Anzi: soprattutto attraverso quelli che qualcuno definisce “brutti”.
Se qualcuno pretende di decidere che un’opera non va realizzata perché lui la considera brutta, proprio quell’opera, in democrazia, va realizzata prima di tutte le altre. Perché di sostanzialmente “brutto e volgare” c’è soltanto la repressione, la pretesa di pochissimi di essere per sempre, cioè per il destino futuro di un’opera e per i diritti futuri di spettatori futuri, “migliori”, più intelligenti, più colti di tanti altri, di tutti gli altri.
Di veramente pornografico e di veramente violento c’è soltanto la violenza esercitata sui cittadini attraverso la censura.
Per ridare un senso al cinema bisogna finalmente considerare lo spettatore come un protagonista attivo e non più come un soggetto passivo che riceve dall’alto i film selezionati o secondo il criterio del profitto o secondo vaghi criteri estetici di pochi eletti, di pochi specialisti che pensano e decidono per tutti. Gli investimenti statali, nell’interesse della collettività, dovranno essere inequivocabilmente finalizzati, anche per legge, al circuito pubblico. (…)
Soltanto gli stanziamenti a favore del circuito si sottraggono alle pressioni corporative, alle lottizzazioni verticistiche e alle spartizioni clientelari che hanno caratterizzato le recenti gestioni della spesa pubblica nel cinema.
Qualsiasi nuova linea di politica culturale cinematografica si dovrebbe basare su una nuova attenzione al pubblico, sui motivi della sua emarginazione, sui mezzi per la sua liberazione.
Nanni Loy, Quale cinema per gli anni ’80? I meccanismi della produzione e della distribuzione cinematografica:dalla crisi ai progetti di riforma.
Rimini-Firenze, 1977
Napoli Avevo una nonna veneta che viveva a Napoli; quando eravamo bambini da Cagliari andavamo a trovarla spesso d’estate, quindi era un po’ la mia seconda città.
E soprattutto noi sardi, almeno nel mio ambito, cagliaritani, eravamo innamorati di Napoli, era la nostra capitale culturale, non tanto per il grande teatro, la grande fantasia, le grandi canzoni di musica leggera, ma anche perché era un faro culturale: c’erano grandi studi giuridici, grandi studi filosofici, Benedetto Croce, ecc. ecc. Per cui Napoli era la nostra vera capitale, mai stata Roma, tantomeno Milano.
E ho lavorato a Napoli come aiuto-regista di Zampa in “Processo alla città”, quindi insomma avevo dimestichezza e soprattutto ci stavo bene. Insomma, mi piaceva.
Memoria, mito, storia. La parola ai registi, 37 interviste, Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, I quaderni del nuovo spettatore, n° 16 – 1994
Cinema come mestiere
Quando insegnavo al Centro Sperimentale ogni tanto chiedevo agli aspiranti registi: “Ma perché hai scelto questa professione?”. Mi sentivo rispondere “perché voglio esprimermi”, e subito mi figuravo anni e anni di disperazione, case vendute all’asta, il povero giovane e la sua famiglia sul lastrico. Noi facevamo cinema per vivere, guadagnare, sbarcare il lunario, fare soldi. Per noi era un lavoro come un altro. (…)
L’Unità, 18 agosto 1995
Specchio segreto
La zuppetta Fin dall’inizio abbiamo cominciato a puntare su una galleria di personaggi, una specie di reportage attraverso la camera nascosta, il microfono nascosto. (…) Queste provocazioni iniziali secondo noi dovevano esplorare vari terreni, a cominciare da quello della solidarietà.
Le provocazioni dovevano essere fulminanti di partenza per essere in grado di bloccare il malcapitato e però non dovevano arrestarsi alla prima comicità.
(…) Prendiamo lo sketch più famoso, quello della zappetta, la brioche intinta nel cappuccino. Questo episodio ha una storia curiosa: avevamo già deciso di abbandonarlo, perché a Roma i risultati erano stati fallimentari, anzi brutali.
Nanni era stato subito preso per un matto e quindi rifiutato e a volte offeso. Poi si era tentato anche a Torino o in un’altra città e anche lì era andata male. Avevamo già deciso di abbandonare la provocazione, quando la troupe che girava l’Italia si spostò a Bologna e si fece un ultimo tentativo. Sarà anche per lo spirito dei cittadini, ma miracolosamente le cose cambiarono e la scenetta divenne quel grande successo che è stato.
La provocazione iniziale della zuppetta era questo shock di vedere qualcuno che ti “puccia”, come si dice, la brioche nel cappuccino o nel caffè, nell’aperitivo. Ma poi iniziava la spiegazione e allora c’erano alcune battute che indicavano la strada possibile a seconda dei personaggi.
Alcuni chiedevano perché, quasi tutti volevano offrire il cappuccino: “Se lo tenga io me ne compro un altro”, gentilmente, per carità.
E allora bisognava andare oltre per dare uno sviluppo alla scena. Si rispondeva: “No, perché io ho promesso al medico e a mia madre di non prendere più caffè, se bagno nel suo li freghiamo, medico e madre”: e la complicità, per quanto assurda, scattava immediatamente.
Poi c’era un’altra corda: “Ma perché lo fa?” e si arrivava fino all’assurdo. Come quando si diede questa spiegazione, subito condivisa entusiasticamente dalla vittima e da altri: “Il giorno in cui ciascuno lascerà inzuppare gli altri come se stesso non ci saranno più guerre”.
Il balbuziente La scena del balbuziente era chiaramente sulla solidarietà: si vede la gente, a Milano mi pare, fermarsi sotto la pioggia mezz’ora a soccorrere una persona che non riesce a pronunciare il nome della piazza: “Dov’è piazza B…B…B…” e quelli dicono decine di piazze, invano.
“Lo scriva”, e quello: “Non ho la matita”. Allora il malcapitato gli dà lui la penna ma il nostro personaggio si oppone e dice: “No, no, perché il medico mi ha detto che se scrivo non guarisco”. Poi suggerisce: ”Provi a cantare, proviamo cantando” e questi cantano canzoni, pezzi d’opera, “Bandiera rossa”, “Bianco fiore”, eccetera.
In casi di particolare generosità ci si spingeva a provocazioni fortissime, tipo: “Lei non mi vuole aiutare, perché io sono qui per b…” e di nuovo….
Quelli cercavano di indovinare, gli davano risposte sbagliate e venivano redarguite al nostro: “Ma che fa, non mi aiuta?”. Era una vera e propria catena.
Gradatamente ci siamo resi conto che potevamo andare, arrivare a cose impensabili.
La schiava Quando proponemmo di vendere una schiava a Porta Portese, al mattino al mercato delle pulci, dissero tutti: “Va be’ se volete perdere mezza mattinata, una giornata perdetela, intanto i soldi sono quelli”. Andammo a Porta Portese e vendemmo una schiava a un padre e un figlio che dissero anche: “La mamma sarà contenta”.
La mela Altre volte si tentava l’assurdo nel quotidiano. Alla stazione dei pullman: “Lei va ad Affile, mi porterebbe questo pacco? Lo deve dare al bar di Gigetto”, “Sì, va bene”, “Però lo deve dare perché è per la mia fidanzata”, “Benissimo”, “Guardi voglio farle vedere cosa c’è”, “Non importa”, “Voglio farle vedere cosa c’è dentro perché voglio che lei abbia fiducia in me”. Insomma, apriva la scatola e consegnava una mela morsicata da una parte “perché lei così la morsica dall’altra parte e me la rimanda. E’ una cosa di grande valore, lei capisce, per me”. Attraverso questa assurdità però si entrava nei sentimenti.
Breda Poi c’è la famosissima provocazione (era arrivata anche la polizia) all’uscita della Breda. Un operaio diceva: ”Non voglio più lavorare, aiutatemi, ho cinque lire, ma perché continuate a lavorare, ma cos’è il lavoro?”. E’ successo di tutto, provocando discussioni serissime.
Il barbiere Si lavorava insomma a 360 gradi e ci resta, anche a distanza di anni, una bella galleria di personaggi. Sicuramente alcune di queste scene avevano una certa cattiveria, ma non crudeltà. Comunque non sono mai stato preoccupato, specialmente nelle prime serie, fino a Viaggio in seconda classe, perché questa cattiveria non la riscontro, se non marginalmente; sì, forse qualcosa si poteva evitare, ma è importante che proprio attraverso certe scene sia emersa la grande umanità delle persone. Come dall’apprendista barbiere tremolante a Bologna, dove c’era gente disposta a farsi tagliare le vene pur di non farlo licenziare. Insomma se c’è una critica che si potrebbe fare è, come si dice oggi, di eccessivo buonismo: viene fuori un paese migliore di quello che forse non è.
La ragazza legata Certo, alcuni personaggi sembravano non avere proprio capito quanta brutta figura facevano. Il caso forse più clamoroso è quello della ragazza legata in un negozio di accessori di Milano: in un intero pomeriggio una sola persona ha chiamato la polizia. Il falso marito diceva: “Sono affari nostri, vede, sono costretto a tenerla così”. E la gente se ne andava senza protestare. Un meridionale a Milano ha detto: “Lei può dire quello che vuole” e finalmente ha chiamato. Sono arrivati i vigili, Nanni li ha portati nel retro continuando a dire (perché si continuava a girare), aspettando di chiarire, “Sono affari nostri”. E a un tratto questo vigile ha detto: “Ma anche lei, perché la deve legare lì, la tenga legata qui dentro”. Naturalmente questo abbiamo dovuto tagliarlo. Nanni Loy visto da Giorgio Arlorio, da “Nanni Loy – un regista fattapposta” CUEC editrice, 1996
Nanni Loy
Nanni (Giovanni) Loy è nato a Cagliari il 23 ottobre del 1925 da una famiglia aristocratica (Loy-Donà delle Rose il padre, Sanjust la madre). Adolescente, segue la famiglia a Roma dove il padre, noto avvocato cagliaritano, si trasferisce per ragioni di lavoro. Completati gli studi classici si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza - dove si laurea con una tesi in Filosofia del diritto - rinunciando allo studio della filosofia di cui era appassionato.
Contemporaneamente, e in segreto, frequenta il corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Sollecitato da Luigi Zampa inizia il suo lunghissimo apprendistato cinematografico in veste di documentarista e aiuto regista a fianco, tra gli altri, dello stesso Zampa, di Goffredo Alessandrini, Augusto Genina, Gian Gaspare Napolitano e Gianni Puccini. Proprio con Puccini nasce un’intesa particolare: con lui firmerà i suoi primi lungometraggi, Parola di ladro (1957) e Il marito (1958).
Il suo esordio, da solo, alla regia è con L’audace colpo dei soliti ignoti (1959) seque il de I soliti ignoti di Monicelli. La realizzazione di questo film è una condizione posta dal produttore Cristaldi per poter girare il successivo Un giorno da leoni (1961) che ha un buon successo di critica e apre la strada al successivo Le quattro giornate di Napoli (1962) dove il regista torna, con toni epici, ad affrontare il tema della Resistenza. Il film ha la candidatura all’Oscar e scatena un dibattito controverso in Italia e all’estero. Sulla scia del successo viene proposto a Loy un contratto miliardario a Hollywood che rifiuta per continuare a lavorare in Italia.
Nel 1964 approda alla TV col programma Specchio segreto, una reinvenzione della Candid camera americana che avrà tante nuove edizioni. Nel frattempo realizza ancora per il cinema Made in Italy (1965) e l’autobiografico Il padre di famiglia (1967).
Dopo la parentesi bellica di Rosolino Paternò soldato (1970) Nanni Loy torna a far discutere con Detenuto in attesa di giudizio (1971) ispirato all’inchiesta televisiva "Verso il carcere" di Emilio Sanna. Con Sistemo l’America e torno (1974) realizza il suo primo film all’estero.
Seguono tre film a episodi: Signore e signori, buonanotte (1976), firmato collettivamente da una nutrita schiera di registi e sceneggiatori; Basta che non si sappia in giro (1976), episodio Macchina d’amore; Quelle strane occasioni (1976) episodio Italian Superman lasciato anonimo. Un momento di impasse brillantemente superato con Cafè express (1979). Negli stessi anni torna alla TV con Viaggio in seconda classe (1977), popolarissimo programma realizzato sulla scia di Specchio segreto.
Del 1982 è il film Testa o croce seguito dalla commedia nera Mi manda Picone (1983), unanimemente apprezzata dalla critica e dal pubblico. Per realizzare Scugnizzi (1988), Loy dovrà nuovamente scendere a patti coi produttori e firmare il sequel Amici miei atto III (1985).
Per la TV realizza i film Gioco di società (1989) tratto da un racconto di Sciascia e A che punto è la notte (1992) dal romanzo di Fruttero e Lucentini. La sua carriera cinematografica si conclude con un’opera ancora dedicata a Napoli Pacco, doppio pacco e contropaccotto (1993), nata come programma televisivo in due puntate.
A partire dal ’91 esordisce come autore teatrale mettendo in scena Scacco pazzo di Vittorio Franceschi; L’ultimo degli amanti focosi (1991) di Neil Simon e Crimini del cuore (1992) di Beth Henley.
Muore il 19 agosto del ’95 mentre lavora alla realizzazione del suo primo film "sardo", tratto dal romanzo di Salvatore Mannuzzu Procedura.
Filmografia
Parola di ladro 1957
Il marito 1958
Audace colpo dei soliti ignoti 1959
Un giorno da leoni 1961
Le quattro giornate di Napoli 1962
Made in Italy 1965
Il padre di famglia 1967
Rosolino Paternò, soldato 1970
Detenuto in attesa di giudizio 1971
Sistemo l’America e torno 1974
Signore e signori buonanotte 1976
Quelle strane occasioni 1976
Basta che non si sappia in giro 1976
Cafè Express 1980
Testa o croce 1980
Mi manda Picone 1983
Amici miei atto terzo 1985
Scugnizzi 1989
Pacco, doppio pacco e contropaccotto 1992
exeo
Articoli di questo autore
- SOGNI A SPAZI APERTI | MARMILLA 27 - 31 agosto 2008
- Isola di Mal di Ventre: lettera all’Onu per l’indipendenza
- Sa scumissa
- Festa dell’Estate a Berlino
- Guspini | … Hanno ammazzato compare Turiddu!…
- ETNOFILMfest | mostra del cinema documentario etnografico
- Rai Tre | RAZzE - Una serata di amici nel nome dell’amicizia
- Gurulis Vetus Rock Festival | Sul palco per Emergency
- Le due facce della Sardegna tra emigrazione, lingua e tradizioni
- Cinema Indipendente Sardo Itinerante | 4 edizione
- Tirrenia | Bravo Soru, beni fattu, fiat ora!
- ArteScambio: interscambio artistico tra Berlino e la Sardegna
- Consulta dell’Emigrazione | Piano triennale 2008-2010
- TORNA EOLO, L’AUTO AD ARIA COMPRESSA?
- Gesico | La Nuova Emigrazione
- [...]