Piazza Africa
sabato 14 giugno 2008 di exeo
esprimeva la pace dei tempi che non tornano
Ennio Flaiano – Tempo di uccidere
Tutto era iniziato per caso un caldo pomeriggio di maggio. Come ogni sabato mattina, Idrissa, Saar e Mohammed si erano incontrati davanti al call center “Call Tyrone” e avevano iniziato a discutere animatamente su chi fosse il venditore migliore. “Io sono così bravo che potrei vendere gelati agli eschimesi!” esclamò Idrissa.
“I miei cd sono così uguali agli originali che un giorno, quando lavoravo sul lungomare a Rimini, si è fermato Nek in persona a farmi i complimenti!” aveva replicato Saar, suscitando le risate di compassione dei due amici. “Beh, sapete cosa vi dico – sobbalzò Mohammed – mi sono stancato dei vostri discorsi.
Sono mesi che ci ritroviamo qui il sabato pomeriggio a raccontarci che venditori fenomenali siamo, ma intanto rimaniamo seduti su questo muretto, senza un euro e con la lingua gonfia di cazzate. Perché, se siamo tutti così bravi, nessuno di noi è ancora riuscito a fare i soldi? Beh, io dico, è ora di cambiare registro. Vi ho sempre detto che a Agadir ero uno dei migliori commercianti del mio quartiere, no? Beh, adesso vi dimostrerò che non racconto balle, io” e così dicendo si alzò e se ne andò, lasciando i due amici a guardarsi a vicenda, rapiti da un sentimento di incredulità e indifferenza nei suoi confronti.
Saar e Idrissa rimasero seduti fuori dal “Call Tyrone” a fare il rendiconto dei fatti salienti della settimana finché, alcune ore più tardi, la Passat nera station wagon di Moulay, il fratello di Mohammed, comparve nella piazza e parcheggiò proprio davanti a loro. Mohammed uscì dall’auto seguito a vista dagli occhi stupefatti degli amici rimasti di stucco, in silenzio, e si diresse verso il bagagliaio.
Lo aprì e immediatamente dal suo interno si propagò un profumo di spezie, mais e carne di montone che pervase tutta l’aria circostante. Idrissa e Saar si alzarono per andare a controllare cosa stesse succedendo e videro che il bagagliaio dell’auto di Mohammed era stracolmo di spiedini fumanti, pannocchie bollite calde, cous cous alle verdure e dolci al miele.
“E questo cosa significa?” domandò esterrefatto Saar.
“Il tempo delle parole è finito, amici miei. Da oggi in poi vi farò vedere io cosa significa vendere!” rispose Mohammed, sedendosi sul bordo del bagagliaio e accendendosi una sigaretta. E infatti non passò molto tempo prima che i profumi provenienti dalla sua auto cominciassero ad attirare l’attenzione degli habitué della piazza, i quali, protagonisti fin dalle prime ore del mattino della kermesse alcolica del sabato, cominciavano ad accusare fastidiosi gorgoglii intestinali da fame chimica.
Quel pomeriggio, la sfida ludica ai propri amici si trasformò in un successo commerciale per Mohammed, che vendette in poche ore tutto il cibo che aveva preparato. Questo inaspettato trionfo non solo suscitò l’invidia di Saar e Idrissa, ma innestò un processo emulativo tra i presenti che avevano assistito alla scena, che avrebbe cambiato il volto di Piazza Torino. Bastarono poche settimane infatti perché il parcheggio di Piazza Torino si trasformasse dal venerdì pomeriggio al sabato sera in un mercato gastronomico africano a cielo aperto, composto da utilitarie, familiari, fiorini, furgoncini e camioncini, ognuno con la proprie specialità esposte in bella mostra nel retro.
Dai bagagliai spuntavano tutti i tipi di pietanze. Ce n’era veramente per tutti i gusti: uova sode, salsicce piccanti, pollo alle verdure, riso con fagioli, patate fritte, frutta fresca... E c’erano anche le macchine dei più giovani, ventenni dallo sguardo truce nascosto dietro occhiali neri come il fondo del mare, vestiti con pantaloni larghi, maglie da football sgargianti e cappellini con visiere storte, che parcheggiavano le auto solo per sparare a tutto volume le ultime novità dal mondo hip hop scaricate in settimana su Emule.
L’unica legge non scritta alla quale tutti avevano senza bisogno di consultazioni obbedito fin da subito, era che in questo nuovo mercato si poteva vendere solo e soltanto cibo. Niente oggettistica, vestiti e soprattutto niente bevande, né analcoliche, né alcoliche. Questo perché nessuno voleva fare le scarpe ai fratelli che già avevano le loro attività commerciali sulla piazza.
A Piazza Torino c’erano l’“All Liberian”, l’African shop di Charles (che vendeva ricariche per telefonini, crema per le mani, patate dolci, estensioni per capelli, ma soprattutto era l’unica rivendita di birra della piazza), la macelleria islamica “Touareg” di Samir, il call center “Call Tyrone” di Dipesh, ma nessun ristorante, fast food, né rivendite di pizza al taglio o kebab.
Insomma, niente cibo pronto per placare gli appetiti di chi si ritrovava in piazza per scambiare quattro chiacchiere e magari bere qualche bottiglia di birra acquistata da Charles. I cuochi-piloti del parcheggio avevano così semplicemente colmato una palese mancanza di servizi ai cittadini, rendendo la piazza un punto di ristoro accogliente ed economico.
Ma il mercatino che aveva fatto la felicità dei frequentatori della piazza non era visto di buon occhio da tutti. Questo carosello di ristoratori ambulanti africani aveva finito per sollevare le rimostranze dei negozianti delle vie adiacenti a Piazza Torino (o, come essi l’avevano sprezzantemente ribattezzata, “Piazza Africa”), i quali avevano avanzato alle autorità competenti lamentele ufficiali sui “rumori e odori molesti” provenienti da auto di “extracomunitari”, “parcheggiate irregolarmente”, e avevano denunciato un “preoccupante calo” nelle loro entrate mensili.
Indignato dal “vergognoso spettacolo” di quel mercato nero, un gruppo di inquilini locali aveva addirittura formato un comitato, il “Comitato Piazza Pulita”, un nome dal suono sinistro, che evocava epoche torve, di croci infuocate e cappucci triangolari, e che ben presto divenne noto sulle pagine di cronaca dei giornali locali con l’acronimo “CPP”.
Il comitato era composto da “commercianti onesti”, da “lavoratori che pagano le tasse” e da “simpatizzanti” che protestavano contro quello “scempio”, quel “mercato “indecente” che – così affermava un comunicato ufficiale del Comitato – “sottraeva loro potenziali clienti” e che, dal momento in cui si era instaurato, “aveva degradato in modo considerevole le condizioni socio-sanitarie della piazza”.
Nagib osservava divertito, in silenzio, le vicende che stavano recentemente scuotendo la tradizionale calma di Piazza Torino. Passava ore intere seduto su una sedia di fronte all’entrata della sua piccola abitazione, un monolocale al pian terreno di un palazzone costruito negli anni della speculazione edilizia, e che era stato abitato per quasi quarant’anni dal portiere del residence, Franco, un pugliese emigrato al Nord poco dopo la guerra. Franco, che aveva deciso di abbandonare l’appartamento alla fine degli anni ottanta quando il quartiere era diventato “invivibile” perché “invaso da tutti quei negri e arabi clandestini”.
Nagib era un tipo piuttosto schivo. Ma non perché fosse timido, asociale o scontroso. In realtà era un uomo molto impegnato. Il suo passatempo preferito era nutrire la sua passione profonda per l’hashish, una passione che lo aveva avvolto fin dalla giovane età, quando ancora era uno studente di matematica all’università de Il Cairo, e che da allora in poi aveva continuato a coltivare con ammirevole impegno e dedizione.
In altre parole, Nagib era solito dedicarsi al suo hobby ogni giorno dopo che era ritornato dal lavoro e aveva dormito un paio di ore per riprendersi dai massacranti turni che la sua professione, panettiere, gli imponeva.
Di solito, dopo essersi svegliato dal suo pisolino pomeridiano, si girava subito una canna. Così capitava spesso che dalle quattro del pomeriggio in poi vivesse in uno splendido stato di ebbrezza controllata dei sensi.
Un giorno Hicham, suo cugino, era andato a casa sua per chiedergli del sale. Nagib lo aveva invitato ad entrare, gli aveva dato il sale, come da costume della sua famiglia gli aveva offerto del tè e, come da suo costume, gli aveva passato lo spinello che stava fumando.
“No, grazie” aveva risposto Hicham “lo sai che non fumo. Berrò il tè, e appena avrò finito tornerò dalla mamma e le porterò il sale. Ti ringrazierà per la tua gentilezza”. “Va bene, come preferisci” aveva replicato Nagib, ritirando verso la sua bocca lo spinello che aveva inutilmente allungato verso Hicham e aspirando una robusta boccata.
Mentre era seduto sul divano a bere il tè, Hicham aveva visto il cugino cucinarsi una frittata in maniera a dir poco “originale”. Con la mente probabilmente impegnata altrove, Nagib aveva per sei volte rotto l’uovo, e per sei volte consecutive aveva gettato tuorlo e albume nel cestino della spazzatura e appoggiato i gusci rotti nella padella.
Dopodiché, scusatosi con Hicham, si era diretto verso il bagno lasciando le schegge dei gusci a sfrigolare nell’olio bollente. Questa è la versione della storia secondo Hicham. Ma non c’è ragione per non credergli. Bush, il gatto di Nagib che nelle giornate più calde era solito sonnecchiare nel lavabo, aveva osservato distrattamente la scena disteso nel suo refrigerante santuario.
A difesa di Nagib va detto però che l’hashish non era il suo unico svago: egli aveva anche un’altra abitudine che i ragazzi della piazza giudicavano quantomeno “originale” (un eufemismo che utilizzavano per non offendere Nagib, mentre dentro di loro pensavano fosse l’innocua ossessione di uno che si era fumato il cervello).
Il secondo hobby di Nagib era quello di scattare ogni giorno alla stessa ora una fotografia dello stesso angolo della piazza di fronte a casa sua. Quando, per inderogabili cause di forza maggiore, era costretto ad assentarsi per un giorno dalla piazza, dalla sua sedia sul marciapiede e dalla sua macchina fotografica, incaricava il suo vice-fotografo, il vicino di casa Mihai, di scattarla per lui all’ora prestabilita. In eventuale assenza di Mihai – decisamente il sostituto più affidabile per quel compito delicato – il prescelto era Charles.
Nagib quindi raccoglieva tutte le fotografie in album annuali, ognuno dei quali ospitava il ritratto dello stesso scorcio di città alla stessa ora.
Aveva preso l’abitudine di scattare queste foto a Il Cairo, in maniera del tutto casuale. Un giorno mentre ritornava dall’università, e dopo essersi fermato lungo il cammino di ritorno al bar del vecchio Oumar a bere del tè e fumare un paio di pipe, era stato colto d’improvviso da una voglia incontenibile di andare in un videoshop per noleggiare un dvd.
Uscito dal bar del vecchio Oumar, Nagib si sentiva ebbro al punto giusto, cioè a quel livello nel quale il fumatore si posiziona comodo ad una adeguata distanza dalla realtà, e grazie a ciò può permettersi di girovagare per un Blockbuster o per un centro commerciale senza cadere in depressione. Forte di questa sensazione di invulnerabilità, era entrato nella prima videoteca che aveva incontrato lungo la strada di ritorno a casa.
Camminando tra gli scaffali era stato richiamato, come un marinaio attratto dal canto delle sirene, da un film il cui titolo sembrava studiato appositamente per attirare i potenziali clienti sopraffatti dall’hashish che, alla pari di Nagib, si avventuravano estemporaneamente tra i corridoi della videoteca. La pellicola aveva un titolo quintessenziale: “Smoke”. Nagib l’aveva noleggiato un sabato sera e se l’era visto tutto d’un fiato la mattina seguente, non prima però di aver mangiato golosamente una ricca colazione a base di caffè e uova strapazzate con formaggio, ed essersi fumato uno spinello. La pellicola non lo soddisfò completamente, ma fu in essa che egli vide per la prima volta un uomo scattare fotografie allo stesso angolo di strada, ogni giorno e alla stessa ora.
Quella storia gli piacque così tanto che decise che da quel giorno avrebbe fatto altrettanto. E così fece. Anzi, fece anche di più. Non solo iniziò a fotografare ogni sera alle otto in punto la strada che faceva angolo con la lavanderia di fronte a casa sua, nella parte vecchia del Cairo: si portò dietro questa “originale” abitudine in tutte le città in cui visse dopo che, nel 1995, lasciò il suo paese per andare a cercare fortuna in Europa. Così da allora aveva già collezionato undici album, e tutti ritraevano uno specifico angolo di fronte alle abitazioni dove Nagib aveva risieduto nella sua nuova veste di migrante in terra europea.
Tre album ritraevano la vetrina di una ferramenta di Marsiglia alle cinque del pomeriggio da aprile 1995 a giugno 1998; cinque avevano cristallizzato la vita così come scorreva ogni giorno davanti ad un giornalaio di Madrid alle tre del pomeriggio nel periodo che andava luglio 1998 a febbraio 2003; e gli ultimi tre stavano immortalando la macelleria “Touareg” di Samir ogni sera alle sei.
Gli abitanti e i frequentatori regolari di Piazza Africa ormai conoscevano le abitudini “originali” di Nagib e nessuno di loro ci faceva quasi più caso quando, verso le cinque e mezza in punto, abbandonava la sua amata sedia, rientrava in casa per uscirvi dopo una ventina di minuti (i più maliziosi sostenevano “dopo essersi fumato una canna”), posizionava il cavalletto e la macchina fotografica e, alle diciotto spaccate, effettuava il suo scatto quotidiano.
A volte succedeva che qualche cliente occasionale della macelleria si accorgesse di venire fotografato da quello sconosciuto ed iniziasse ad imprecare contro di lui, nel timore che Nagib fosse uno sbirro o, ancor peggio, un collaboratore. Era anche successo che i più focosi avessero addirittura cercato di avventarsi contro di lui con l’intenzione di aggredirlo, strappargli la macchina fotografica e distruggere il rullino.
Ma, per fortuna di Nagib, le poche volte che facinorosi di questo genere avevano minacciato di assalirlo, erano sempre stati fermati dai ragazzi della piazza che, con le buone, li avevano tranquillizzati, raccontando loro che quello non era un poliziotto, né un loro mercenario, ma solo un tizio “originale”, un po’ fumato, che non faceva del male a nessuno.
Quando queste argomentazioni non bastavano per calmare i più agitati, i ragazzi del quartiere cercavano di spiegare loro che se veramente Nagib fosse stato uno sbirro o un infame, di certo non si sarebbe messo a scattare foto davanti a tutti dal marciapiede, ma l’avrebbe molto probabilmente fatto di nascosto. Quando anche questo non era sufficiente per placare i loro animi, allora iniziavano a volare gli schiaffoni, e il malcapitato se ne andava ancora più infuriato, imprecando, coperto di lividi.
Il tutto mentre Nagib rimetteva tranquillamente la macchina fotografica nella sua custodia, ripiegava il cavalletto e rientrava in casa. I ragazzi della piazza erano perciò in un certo senso il suo servizio di sicurezza personale. Lo facevano perché, in fin dei conti, Nagib non aveva mai fatto male a nessuno, anzi. Le rare volte che veniva interrogato dai ragazzi su un qualche argomento rilevante all’interno di una delle loro interminabili discussioni tardopomeridiane, o quando gli veniva chiesto un favore, era sempre disponibile e gentile con tutti.
Ma quelli che coinvolgevano Nagib non erano gli unici incidenti legati al furto di immagine accaduti nella piazza.
Molte volte, quando Abbas e Alì si sedevano fuori casa dopo cena per bere il tè e a discutere dei fatti del giorno, incominciava a radunarsi attorno a loro una piccola folla di curiosi. La maggior parte erano ragazzini del quartiere che conoscevano le loro abitudini e, attirati dal talento narrativo di Alì, aspettavano impazienti il momento in cui i due sarebbero arrivati, per sedersi in semicerchio attorno a loro e chiedere ad Alì di raccontare loro le sue storie. Tra i ragazzini più giovani facevano spesso capolino anche donne in cerca di riposo dopo una dura giornata di lavoro, gli amici più cari e amici di amici, in città di passaggio. Samir si univa al manipolo di ascoltatori solo raramente. Charles era sempre troppo impegnato. Dipesh non si era mai visto.
Alì era un maestro nel raccontare storie. Come quella del suo amico Abu, che quando era ragazzo era un giocatore di calcio fantastico, un vero fuoriclasse. Quando era sobrio. I giorni delle partite i suoi compagni di squadra dovevano andarlo a prendere a casa al mattino prestissimo, prima che iniziasse ad attaccarsi alla bottiglia. Un ritardo di solo qualche minuto e la loro stella sarebbe stata indisponibile per la partita e per il giorno intero.
Una delle storie che i ragazzi più giovani preferivano ascoltare era quella dei “turisti per caso” che volevano vedere da vicino e fotografare “un vero cantastorie africano in azione”. Alì raccontava che era accaduto solo due volte che dei toubab (bianchi) avessero cercato di fotografarlo mentre narrava le sue avventure. La prima volta che questo accadde, in un paesino sulla costa del Benin, il turista domandò se poteva immortalare “il primo griot che avesse mai visto in vita sua”. Dopo aver ricevuto un cortese “no” e uno sguardo freddo come l’inverno come risposta, questi si ritirò deluso, ma composto, sulla sua sedia.
La seconda volta, a Dakar, un audace cacciatore di immagini non ebbe il buonsenso di chiedere il permesso ad Alì, e gli fece scattare il flash in faccia mentre stava parlando, senza nessun preavviso. In pochi secondi l’imprudente turista vide la sua nuova macchina digitale frantumarsi in mille pezzi sul marciapiede, come un biscotto sotto gli zoccoli di un bufalo, e dovette suo malgrado prendere la strada di ritorno all’hotel, verso il quale si diresse sproloquiando in francese, accompagnato dalle sonore risate dei bambini, che salivano fino alle nuvole.
Ai presenti che ridevano a crepapelle ascoltando la storia del francese e della sua videocamera ridotta in briciole, Alì raccontò che ogni volta che una persona produce una risata fa nascere un piccolo koitombè, un folletto che sale in cielo, e i folletti che ora stavano uscendo dalle bocche divertite dei bambini seduti attorno a lui in Piazza Africa, avrebbero sicuramente incontrato in cielo i folletti dei bambini di Dakar. E tutti assieme si sarebbero fatti un ennesima grassa risata all’indirizzo dell’arrogante turista francese, “Ah ah ah ah ah ah!!!”
“Il vento che accarezza le nostre orecchie in primavera – aggiunse Alì – non è altro che il coro delle voci di tutti i koitombè creati dai bambini che ridono”.
Alì era della Sierra Leone, almeno così diceva, dal momento che, come orgogliosamente dichiarava, non aveva mai posseduto un documento in vita sua. “Non ho bisogno di quella carta straccia, io!”, usava tuonare contro tutti quelli che avevano la malaugurata idea di chiedergli come potesse vivere senza documenti. “Non mi porterò mai e poi mai quei fogliacci addosso. Quella è merda per toubab. Io so chi sono, so chi è mio padre, chi era suo padre e il padre di suo padre. Questa è l’unico passaporto di cui un africano ha bisogno!!!” Solitamente, dopo quella spiegazione, la conversazione terminava e i presenti erano soliti abbassare leggermente gli occhi, sporgere leggermente il labbro inferiore su quello superiore e in silenzio annuire mestamente con il capo.
Nonostante questo suo rifiuto nei confronti dell’ingombrante burocrazia cartacea creata dai toubab, Alì aveva vissuto in quasi tutti i paesi dell’Africa e in diversi paesi d’Europa. Non che questa sua abitudine non gli avesse procurato problemi in passato. Infatti raccontava che una volta era stato fermato da un paio di poliziotti ivoriani in cerca di denaro facile e, non avendo niente in tasca né per loro né per se, era stato arrestato e trattenuto in una cella di pochi metri quadri assieme ad altri tredici disgraziati per una decina di giorni.
Alì passava intere serate bevendo tè con gli amici della piazza, raccontandosi gli uni con gli altri storie che appartenevano al loro passato, progetti per il futuro, e ogni qual volta qualcuno nominava un nuovo paese africano e gli chiedeva se ci fosse andato, tutti già conoscevano la risposta, che era sempre la stessa: “Si. è un paese con persone di buona volontà e cariche di fede. Dovresti andarci prima o poi. Quella gente ha tante cose da insegnarti e tante storie da raccontare”.
A sentire Alì tutti i paesi africani erano così: luoghi pieni di magia e saggezza. Non che gli amici non gli credessero. Ma alla maggior parte dei ragazzi della piazza, in quella fase della loro vita, non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di ritornare in Africa per andare in cerca delle bellezze dimenticate del loro continente. Tutti, o quasi, avevano una ed una sola idea fissa: rimanere in Europa. Spagna, Italia, Francia, Germania, non faceva alcuna differenza.
L’unico obiettivo che avevano in testa era quello di mettere via soldi lavorando in quel continente così bello, ricco, pulito, felice, razzista, sfruttatore e ipocrita, dopodiché avrebbero avuto l’opportunità di ritornare in Africa con il portafoglio pieno, costruire una casa lussuosa per sé e per la propria madre, guidare una macchina tedesca di grossa cilindrata, e dimostrare così agli amici d’infanzia che avevano vinto la loro scommessa con la vita.
Quando sentiva parlare di certi argomenti Alì rimaneva impassibile. Nessuno gli ha mai sentito pronunciare una parola di dissuasione nei confronti dei progetti dei suoi fratelli della piazza. Ma nemmeno di incoraggiamento. Semplicemente soprassedeva, o magari cambiava discorso iniziando a raccontare di quella volta in cui, in Libia… in Angola… in Togo…
Nonostante questa apparente indifferenza di Alì nei confronti della smisurata passione che i suoi fratelli nutrivano per l’Europa, tutti sapevano che in realtà egli disapprovava la loro scelta di affidare le proprie sorti nelle mani di quel continente dal quale egli proprio non riusciva ad essere attratto. Non manifestò mai apertamente a nessuno le preoccupazioni che turbavano i suoi sonni, Men che meno le manifestava a coloro che, delusi dall’esperienza italiana, si confidavano con lui e a lui si rivolgevano per qualche ultimo consiglio prima di partire per un altro paese europeo, per intraprendere un’altra tappa del “grande viaggio”. Ma tutti sapevano che soffriva per loro.
Una volta, senza che lui se ne accorgesse, Serign gli aveva sentito chiudere la sua sessione serale di preghiere recitando lamenti in memoria dei fratelli morti, scomparsi, uccisi, nel tentativo di lasciare la loro terra madre per cercare la felicità in quella che lui, in quegli strazianti canti, chiamava “la terra dell’inganno”. I versi struggenti di quel canto lasciarono una traccia indelebile nella memoria di Serign che ancora, a distanza di anni, si commuove a ricordarli.
In realtà nessuno sapeva perché Alì continuasse a vivere in Italia, un paese per il quale non aveva mai speso una sola parola di elogio. C’era anche chi, come Rasheed, un giovane molto rispettato tra i coetanei, leader di una crew del quartiere chiamata “The Soulution”, criticava apertamente l’“africanismo snob” di Alì, chiedendogli come pretendesse di sapere tutto della vita se non era mai stato negli Stati Uniti, nel Queens, nel Bronx, a Compton. Ma ad Alì le critiche di Rasheed non interessavano più di tanto. Più viveva lontano da casa e più si convinceva che tutto quello che l’uomo deve imparare nella sua esistenza, lo può trovare in Africa. I suoi occhi si illuminavano solo quando parlava dell’Africa. Probabilmente dentro di sé sognava ogni giorno di tornarci. Per andare a Compton
c’era sempre tempo.
Anche prima della brillante intuizione di Mohammed, i sabato pomeriggio in Piazza Africa (“già Piazza Torino”) erano piuttosto movimentati, grazie alla presenza dei nigeriani che, rifornendosi fin dal primo pomeriggio al negozio di Charles, facevano schizzare alle stelle i valori etilici medi del quartiere e iniziavano spesso feste improvvisate che duravano fino alle luci dell’alba del giorno seguente.
A volte, nel bel mezzo di discussioni animate che si protraevano per ore, capitava che alcuni si staccassero dal gruppo e si disponessero all’improvviso in semicerchio. Quando ciò accadeva, immediatamente uno dei transfughi si sistemava in mezzo alla mezzaluna e cominciava ad intonare il ritornello che significava una e una sola cosa: Streetstrip!
Go on! go on! Drink enormously!
I ain’t bit ashamed – drink outrageously!
Go on! go on! eat prodigiously
I drank good beer – eat ferociously!
Go on! go on! dance unceasingly!
I eat good chicken – now undress yaself!
Go on! go on!
Un canto al quale i presenti rispondevano “GO ON! GO ON!”
…e cominciavano a volar via i vestiti!
Lo steetstrip era uno spogliarello di strada eseguito a ritmo di hip hop, che negli ultimi anni stava diventando una forma d’arte popolare molto diffusa nei ghetti di Lagos. Ma non c’era lussuria o volgarità nelle svestizioni improvvisate in mezzo alla piazza, solamente pura voglia di stare insieme e di divertirsi, di liberarsi dalle pesantezze, lasciando cadere alle proprie spalle le fatiche fisiche e mentali della vita quotidiana. C’è chi nel weekend allevia le proprie ansie andando a caccia di platani guidando a folle velocità automobili ubriache e chi si riunisce nell’appartamento dei signori Zanon per una “riunione straordinaria” del CPP.
I nigeriani si ritrovano in Piazza Africa, bevono, ballano, cantano … e si spogliano.
I partecipanti allo streetstrip si disponevano in cerchio attorno allo streetstripper di turno e accompagnavano lo svestimento, oltre che con il famoso ritornello “Go on! go on! Drink enormously!...”, con canti e balli. Mentre gli uomini battevano le mani e il piede sinistro a terra e le donne li accompagnavano intonando gli ululati di gioia tradizionali del loro popolo, c’era sempre qualcuno che correva a casa a prendere uno djembe per accompagnare i canti e gli ululati con le percussioni.
Quando era il turno delle donne e degli uomini più on fire a guadagnare il centro dello street stage, e si incominciavano a vedere sventolare reggiseni, perizomi e boxer, anche i non-nigeriani iniziavano ad avvicinarsi a quella folla gioiosa. Anche per chi non parlava l’inglese dei nigeriani non era difficile inserirsi e unirsi al coro. In fondo i passi di danza e gli ululati erano molto facili da imparare, ed il canto propiziatorio pure. Anche se nelle bocche dei non-nigeriani il ritornello si trasformava in un maccheronico “go o go o, dì che no, mo’ si…”, cantarlo era ugualmente funzionale all’obiettivo. Inoltre gli alti livelli etilici della piazza non invitavano certo i presenti a cimentarsi in dotte disquisizioni linguistiche.
Quando l’ambiente si cominciava a scaldare sul serio, entravano in scena i pesi massimi. Allorché giungeva questo momento tutti aspettavano che entrasse in scena Laura (che nella pronuncia nigeriana assomiglia molto all’italiano “L’ora”), una vera e propria leggenda metropolitana vivente underground, che, come tutti i personaggi eroici, era conosciuta in Piazza Africa con numerosi soprannomi: “The Mistress of Love”, “The Ghetto Queen” “Foxy Lady”, “Foxy Brown”, “The Round Mount from Uptown”.
Laura era una ragazza di Abuja non molto alta ma formosa, sulla trentina, scarpe da ginnastica Adidas Run Dmc perennemente ai piedi e capelli afro alla Angela Davis, che di mestiere faceva l’infermiera in una clinica privata. Durante la settimana conduceva una vita modello, da straniera “ben inserita”, “integrata” nella società italiana: lavoro otto-cinque, palestra, supermercato, casa, chiesa (la domenica). Il venerdì però non c’era niente al mondo che la potesse trascinare via da Piazza Africa.
Una settimana di lavoro era alle spalle, ed era tempo di TGF, Thanks God is Friday!!! Laura adorava arrivare in piazza verso le sei, giusto in tempo per lo scatto di Nagib, salutare i fratelli e le sorelle, e cominciare fin da subito ad immergersi anima e corpo nell’atmosfera del “mercato”. Ciondolare in giro, fermarsi a scambiare due parole con tutti, stringere mani, scambiare sorrisi, abbracciarsi. Era il suo modo per mantenere vivo il ricordo di casa.
Ma immergersi nel mercato voleva dire innanzitutto concedersi abluzioni a intervalli regolari in un fiume di birra. Non che la cosa cogliesse Laura di sorpresa. Anzi, la sobria, efficiente, seria professionista dei giorni lavorativi, il venerdì sera si trasformava in una micidiale macchina da sbornie, un campione di bevute al quale pochi nel quartiere tenevano testa quando arrivava il momento di trangugiare birra. E quando l’atmosfera si surriscaldava Laura, pur non perdendo mai coscienza, adorava scendere nell’arena e dare un saggio di streetstrip d’alta scuola.
Le sessioni di streetstrip del venerdì sera presentavano un unico rischio, che Laura sapeva di dover correre: quello di incontrare sulla strada del ritorno il sabato mattina Mama Dorothy, una delle donne anziane della chiesa, che abitava nel suo palazzo. Il rispetto per gli anziani era una delle altre cose che Laura aveva portato con sé da casa, visto che si era subito accorta che nel suo nuovo paese d’ “accoglienza” le cose non andavano proprio così. L’Italia – pensava sconsolata dentro di se – è il paese con i giovani più coccolati e gli anziani più abbandonati.
In ogni caso, non poteva permettersi di incrociare Mama Dorothy e farle capire che era stata fuori di casa tutta la notte, e per di più a ballare in strada mezza nuda e brilla, lei, giovane e nubile donna timorata di Dio. Ma Laura aveva ovviato a questo problema uscendo di casa il venerdì con una copia del Vangelo in borsa, in modo che, se lungo la strada di ritorno verso casa, il sabato, avesse malauguratamente dovuto incontrare Mama Dorothy, lo avrebbe stretto devotamente al petto e le avrebbe detto che stava andando in Chiesa per una seduta mattutina supplementare di preghiera.
Quando ciò accadeva, tra Laura e Mama Dorothy aveva luogo un breve scambio di battute, che si concludeva con la solita formula di benedizione e augurio dal parte dell’anziana: “Che Dio ti benedica, figlia mia. Ti auguro una buona giornata”. In realtà Mama Dorothy sapeva benissimo che quella sua figlia che si nascondeva dietro enormi occhiali neri fascianti e un alito che non profumava esattamente di mughetto, non era diretta alla chiesa. Ma ne apprezzava l’acume e la buona educazione, e perciò fingeva di crederle.
Assieme all’atletico Simon, un idolo delle signore che frequentavano gli streetstrip parties, Laura era una delle star più attese.
Secondo Saar, durante l’ultima inebriante performance di Laura, il vecchio Salaam era tra i più agitati. Abbas giurava addirittura di avergli visto saltar via la dentiera nelle foga del momento, di averlo visto prenderla da terra e, sulle ali di un eccitazione impetuosa, incastrarla in tutta furia sulle gengive stoppose in tempo per poter farfugliare uno sputacchioso “Go o! Go o!” in direzione di Laura. Ma, piegatosi a terra per raccogliere la dentiera, il vecchio Salaam aveva perso il momento in cui Laura si era girata nella sua direzione agitando in aria il reggiseno. Nel momento in cui riuscì a rialzarsi, la regina dello stripstreet se lo stava già riallacciando. Abbas giura di aver visto imprecare il vecchio Salaam mentre si rivolgeva al suo amico Kadim, che invece aveva visto tutto, e si gongolava.
L’unico problema, quando si scatenavano le sessioni di streetstrip, era l’arrivo della polizia (spesso avvertita da membri zelanti del CPP). La prima retata della polizia aveva colto gli streetstrippers totalmente alla sprovvista, e si era conclusa con il fermo di cinque partecipanti. Di tre di loro non si seppe più nulla.
Per evitare in futuro questo tipo di problemi, all’inizio di ogni streetstrip gli uomini più influenti del quartiere (che i più giovani chiamavano “i califfi”) come Simon, Thomas e Jamal avevano preso la buona abitudine di scegliere sei tra i ragazzetti più giovani presenti in quel momento nella piazza, dar loro delle trombe da stadio, e spedirne tre alle imboccature delle tre vie che portavano alla piazza, e altri tre a metà delle stesse vie. Le trombe, che i califfi chiamavano “vuvusela”, servivano per segnalare l’avvistamento di volanti o di poliziotti in borghese, che sarebbe stato così annunciato con buon anticipo alla folla di ballerini disinibiti.
Quando, ai primi segnali di streetstrip, i califfi cominciavano a serpeggiare tra la gente per selezionare i ragazzini presenti, questi cominciavano a scambiarsi occhiate di fuoco. Nessuno di loro in fin dei conti voleva giocare la partita nel ruolo sgradito di “palo”. Chiunque avrebbe preferito rimanere nel semicerchio e gustarsi lo spettacolo delle loro sorelle più grandi che si denudavano ballando. Ma sapevano anche che l’età era un tema che non lasciava spazio a negoziazioni. Era il loro cursus honorum, e avrebbero aspettato il loro momento per far parte del semicerchio.
Dipesh era il titolare del call center “Call Tyrone”. Lo aveva chiamato così in onore della cantante preferita di sua figlia, Erykah Badu. Con malcelata insofferenza assisteva a tutte queste scene dal proprio negozio, situato proprio nel centro esatto della piazza,. Dipesh era arrivato direttamente in Italia da Bangalore nel 1994 per raggiungere il fratello. Non era mai stato in Africa.
Jaime era uno della vecchia scuola. Uno di poche parole, che usciva di casa molto di rado. Un comunista di ferro, di quelli che non arrugginiscono, fuggito dal Cile nel 1973, pochi giorni dopo il tragico 11 settembre in cui il suo paese aveva subito l’attacco terrorista che rovesciò Allende.
Da allora aveva sempre nostalgicamente vissuto in Italia. Ogni tanto, mentre dal terrazzino di casa sua osservava la vita che animava la piazza, i cerchi di bambini attorno ad Alì, gli scatti pomeridiani di Nagib, gli incontri casuali tra Mama Dorothy e Laura, rimuginava tra sé e sé: “Proprio bella l’Africa. Mi sa che un giorno prima o poi dovrò proprio andarci…”.
racconto in corso di pubblicazione in: Migrazioni e paesaggi urbani, Melita Richter Malabotta ( a cura di), edizione CACIT - Coordinamento delle Associazioni e delle Comunità degli Immigrati della provincia di Trieste, Trieste, 2008.
exeo
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