di Loris Campetti - Fonte: il manifesto del 1 Marzo 2008

Più «produttività» o solo «più lavoro»?

Luciano Gallino smonta le chiavi dell’inganno che si cela dietro la retorica di media ed «esperti»

martedì 4 marzo 2008 di exeo

Luciano Gallino smonta le chiavi dell’inganno che si cela dietro la retorica di media ed «esperti»

La musica la conosciamo tutti, si ripete ossessivamente dai palazzi dei poteri forti a quelli della politica: in Italia c’è un basso livello di produttività e, di conseguenza, i salari non possono che essere bassi, tra i più poveri in Europa. C’è un solo sistema per aumentare i salari, lavorare di più. Parte da questo tormentone che è diventato un luogo comune il sociologo Luciano Gallino, per dimostrarne la faziosità, la falsità e, in fin dei conti, l’impraticabilità della ricetta suggerita.

C’è una sola definizione utilizzabile della produttività - spiega il sociologo torinese alle centinaia di delegati e sindacalisti torinesi che seguono la presentazione dell’inchiesta della Fiom sulle condizioni dei lavoratori metalmeccanici - e «si misura con la quota di Pil prodotto per ora lavorata, e non per lavoratore. E’ però vero che in Italia la produttività è bassa e negli ultimi anni è cresciuta pochissimo» al punto che «il nostro paese è al ventinovesimo posto tra i 30 paesi dell’Ocse e in Svezia la produttività è addirittura 10 volte più alta».

«Perché siamo fermi?».
E’ con la risposta a questa domanda che Gallino svela l’inganno dei sostenitori della filosofia «più lavoro uguale più produttività e più salari». Dall’inchiesta della Fiom si ha la conferma del fatto che l’organizzazione del lavoro raccontata da centomila metalmeccanici «è vecchia, i criteri che la regolano sono fermi a 50 anni fa: sono ancora assai diffuse le mansioni ripetitive, la monotonia prodotta da operazioni la cui durata è inferiore al minuto, come era alla sala presse della Olivetti mezzo secolo fa. A organizzazione vecchia corrisponde lavoro faticoso e pericoloso che è causa di disturbi muscolo-scheletrici, lesioni, invalidità».

Un altro fattore che incide sulla produttività, prosegue Gallino, è il basso livello di investimenti delle imprese sulle macchine e sugli impianti, anch’essi obsoleti e responsabili dell’alto livello di fumi, polveri e rumore denunciati dai lavoratori, «mentre esistono mezzi e sistemi produttivi moderni che ridurrebbero nocività, inquinamento e fatica». La produttività si potrebbe migliorare anche intervenendo sulla formazione dei lavoratori che invece è molto bassa: «una media di 480 minuti annui, pari a 8 ore, pari a un minuto e mezzo al giorno. E molti, tra i lavoratori intervistati, nell’ultimo anno non hanno fatto neanche un’ora di formazione».

Con questi livelli di organizzazione del lavoro, di qualità degli impianti e mezzi di produzione, con questa scarsa formazione e gravi danni alla salute, «è evidente che non esistono margini per cavare maggiore produttività, cioè più margine di Pil, da ogni ora lavorata. Servirebbero interventi radicali per innovare sia il processo produttivo che il prodotto, mentre l’industria italiana è quella che investe meno su ricerca e sviluppo». Di conseguenza, tornando alla pretesa iniziale di aumentando gli stipendi lavorando di più, c’è solo una via praticabile: l’allungamento dell’orario di lavoro. «Questo significa fare come gli americani, dove produttività e salari sono più alti sia pure di non molto, ma solo grazie al fatto che invece di lavorare 1.400-1.500 ore, negli Usa se ne lavorano 1.800. E’ l’unica condizione per quegli operai di riuscire a vivere e a pagare i mutui. In questo caso, più che parlare di migliore produttività dovremmo parlare di peggiore qualità della vita».

Sullo stesso asse di ragionamento di Gallino si muovono altri interventi. Per esempio quello di Gino Rubini, responsabile salute e sicurezza della Cgil Emilia Romagna, che analizza la categoria della produttività sociale tenendo conto anche della qualità della vita dei lavoratori.
Una qualità abbassata dall’usura che li rende progressivamente inidonei alla mansione svolta, producendo di conseguenza emarginazione sociale. Che ha un costo anche economico.

Anche il segretario generale Fiom, Gianni Rinaldini, nel suo intervento conclusivo, è tornato sull’obiettivo produttività» declinato nel solito modo, compressione delle condizioni lavorative. I ritardi dell’Italia, dice, non riguardano solo il processo produttivo ma anche il prodotto, e cita la Fiat, da sempre debole nelle fasce alte del mercato automobilistico, quelle a più alto valore aggiunto. Ma non è solo in America - «dove tutte le industrie dell’auto hanno firmato accordi che prevedono licenziamenti e dimezzamento dei salari ai giovani operai, fino ai lavoratori messi all’asta nei giorni scorsi dalla Ford» - che bisogna guardare per capire il modello che cercano di farci digerire.

«I processi di redistribuzione della ricchezza al contrario», cioè togliendo dal basso per dare all’alto, «sono omogenei in tutt’Europa, così come la diffusione della precarietà e sono fattori strutturali in questa fase dello sviluppo capitalistico e della globalizzazione. Persino la Ces (il sindacato europeo che non ha mai brillato per radicalità, ndr) se ne rende conto, tanto che ha indetto una manifestazione continentale a Lubiana per il 1° aprile».

di Loris Campetti
Fonte: il manifesto del 1 Marzo 2008