“All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno le scale a chiocciola, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza [...]
Ho deciso di cambiare tutto l’articolo. Non che il precedente non avesse senso, tutt’altro, ma è il senso di inutilità complessivo che è disarmante. Non ci sono parole capaci di esprimere il degrado e la disperazione conseguenti alla perdita di identità sociale e di democrazia, sia pur limitata e parziale come l’abbiamo conosciuta, che è in atto in questo paese e in tutte le democrazie occidentali.
Lavoriamo solo per far aumentare rapidamente la ricchezza di pochi a discapito di noi stessi, quegli stessi pochi e potenti che mettono alle corde e in un angolo anche chi fa l’imprenditore onesto.
Abbiamo abitato e abitiamo lande di periferia di ogni qualsiasi ex città operaia di un posto qualsiasi. Proprio così. Abbiamo lavorato, anche male, in nome di un’occasione migliore. Adesso ci hanno levato IL LAVORO, in cambio hanno riproposto quello in nero, flessibile e precario, o temporaneo. Quello attuale non è più lavoro, è CAPORALATO istituzionalizzato, grazie a leggi sconsiderate, come la Treu e la Biagi e all’azione concorde e altrettanto sconsiderata dei nostri parlamentari che quelle leggi le hanno volute per ordine e conto delle lobbyes imprenditoriali italiane e internazionali.
Sono un operaio degli anni 70 e 80, nè giovane nè anziano, di quelli che hanno memoria, memoria storica, ergo siamo pericolosi, siamo potenziali cattivi maestri per le giovani generazioni di operai e immigrati.
Non ho fatto in tempo a finire questo "murrungiu" e già i morti, quelli di questa settimana, sono saliti a undici, i cinque ( adesso sei) della TyssenKrupp e altri cinque, in giro per l’italia, qua e là, in piccole e in grandi realtà industriali, e la strage continua.
Rispetto alla realtà è facile constatare che alcune cose no serbint a nudda, come l’azione dell’ispettorato del lavoro in tutti questi anni e la maggior parte delle leggi in questione, con ispettori che non sanno nemmeno cosa devono controllare, semplicemente perchè i più non hanno mai lavorato davvero o non sono stati adeguatamente formati oppure, peggio, perchè sono state smarrite le "ragioni", il senso e l’utilità di ciò che si fa, del perchè.
So, per esperienza diretta, cosa significa essere "delegato alla sicurezza", cosa gli altri si aspettano da te e sopratutto cosa ti devi aspettare dagli altri, dall’azienda e dagli enti preposti ai controlli. Ma è meglio che non lo dica...
Appartengo a una "categoria" speciale, in via di estinzione, quella degli operai sindacalizzati, dev’essere per un effetto collaterale, e culturale, dovuto al quel mondo non ancora del tutto mondializzato in cui ci siamo formati, e sono sicuro che la modernità ineluttabile, "sa mondialitzatzioni", prima o poi ci schiaccerà sotto il peso della miseria diffusa.
In quanto operaio immigrato conosco i migranti, i nuovi, perchè ho lavorato insieme a qualcuno di loro, semplicemente siamo tutti alla disperata ricerca di un posto e di un modo di vivere migliore, di una occasione, che ognuno di noi ha cercato, invano, nella propria terra di origine. Non frequento i nazionalismi nè i nazionalisti, ma in una Sardegna libera e indipendente, bene integrata in Europa, credo che vivrei meglio, voi no? In altre parole in una Sardegna libera e indipendente i posti di lavoro sarebbero decuplicati e decuplicate sarebbero le opportunità e le energie capaci di trasformare quella terra da estrema periferia dell’italia a giardino del mediterraneo, nonchè centro assoluto del proprio futuro nel contesto economico e politico dell’Europa.
Ho sempre lavorato: in una "boita", cioè una piccola azienda artigiana, in un laminatoio, in fonderia, in una ditta di telefonia e apparecchiature elettriche, in un’officina meccanica, in una cooperativa di facchinaggio per qualche mese, in catena di montaggio e alle manutenzioni delle meccaniche della Fiat Mirafiori negli anni 80, in cui, non proprio casualmente, anche se non ne volevo sapere, ho fatto il delegato sindacale, poco più che ventenne, e pure il blocco dei cancelli durato 45 giorni e quarantacinque notti. Gli esiti di quella vertenza hanno profondamente influenzato i destini della politica economica e produttiva italiana.
Però, ripensandoci, in tanti anni di lavoro non ho mai assistito direttamente a un serio incidente di lavoro occorso ad un mio collega, mai, evidentemente c’era tutt’altra attenzione nel mondo della produzione: gli anziani istruivano i più giovani, l’esperienza era un valore, non un handicap, il sindacato era una istituzione rappresentativa e democratica e in genere funzionava. Anche la PREVENZIONE funzionava, sopratutto al NORD, nei grandi agglomerati industriali, laddove c’era maggior attenzione e degli incidenti sul lavoro arrivava sopratutto l’eco, e i numeri statistici di realtà apparentemente lontane. Oggi per gli operai di piccole industrie, ex operai, precari, disoccupati quarantenni, cinquantenni e sessantenni che soppravivono con il lavoro nero, di cui a nessuno frega nulla e che nessuno vorrebbe avere in organico c’è poco da dire, sono destinati all’umiliazione sistematica dovuta a una rappresentanza antistorica e inesistente, da inizio secolo, quello del 1900...
Non ricordo, però, precisamente "quando" ci hanno ridotto così, al silenzio, alla rassegnazione rubandoci, con il lavoro, anche il futuro.
Tra noi c’è chi ha conosciuto una condizione operaia profondamente diversa, migliore; insieme abbiamo partecipato alle rivendicazioni più qualificanti, abbiamo costruito i "Consigli di fabbrica", abbiamo sognato e lottato, abbiamo ragionato, cercato soluzioni, individuato obiettivi, rivendicando e ottenendo talvolta significativi miglioramenti, cose mai viste prima nel mondo del lavoro e nella società civile e, inevitabilmente, abbiamo anche subito sconfitte, finchè il lavoro ha cominciato a perdere la propria centralità in favore della finanza, i cui antesignani italiani sono gli Agnelli, i Debenedetti, i Romiti e i Cuccia di Mediobanca, e poi di chi comprava e svendeva stabilimenti produttivi fino a distruggerne l’intima essenza, e con essi gli operai e le loro famiglie, diventati "Anime morte"svendute, affittate, prestate, a chiamata, a progetto...
Infine ho vegliato per tre interminabili giorni l’agonia di mio fratello Gianfranco, ennesima vittima del lavoro a causa di un’impalcatura mal sistemata, che ha ceduto improvvisamente, e questa non è un’altra storia ma lo stesso identico URLO.
Ciò che è successo alla TyssenKrupp non è affatto casuale e non ha sorpreso nessuno tra coloro che il lavoro, quello vero, lo hanno conosciuto e ne hanno subito l’involuzione, tramite appalti al minimo ribasso, contratti di lavoro non rinnovati, dismissioni, spezzatini, delocalizzazioni, lavoro interinale, accordi sottobanco et aici narendi.
A cosa serve indicare le cause? Non certo a piangere o a stilare una lista di cattivi, di colpevoli, ma a indicare il modo migliore per rimediare: rimuovere le cause.
Oggi non mi sorprendo più, nemmeno del fatto che a morire, in gran parte o del tutto, siano immigrati e figli di immigrati degli anni 60. Ogni giorno questa stessa sorte ignorata tocca sopratutto a marocchini, rumeni, albanesi, africani, indipendentemente dal fatto che abbiano ancora negli occhi le dune del Magreb, i boschi della Bosnia o i segni dello scoglio tagliente a cui si sono aggrappati per non annegare sulle coste del mare nostrum.
Forse riusciremo anche a riorganizzarci, prima o poi, ma siamo e restiamo “dipendenti”. E’ il nostro limite più grande, perchè senza un “padrone”, un datore di lavoro, una controparte, non abbiamo ragione d’essere. Quando lo capiremo saranno i padroni delle ferriere e le multinazionali a non avere più ragion d’essere.
exeo
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