In epoca moderna gli emigranti portavano con sé rami di mirto, a significare che intendevano por fine a un periodo della loro vita. Ambiguo come tutti i simboli fu simulacro di morte (la selva mirtea è il luogo d’oltretomba cui erano destinati gli amanti infedeli e un antico albero di mirto si trovava presso le tombe di Fedra e di Ippolito a Trezene), ma anche simbolo di vita: Myrtoessa è uno degli appellativi di Afrodite, dea dell’amore.
Nella provincia di Oristano questo arbusto sempreverde, non più alto dì tre-quattro metri, dalle foglie ovali e lanceolate, lisce e lucenti, dai fiori bianchi e dalle bacche commestibili, ha trovato un habitat favorevole. Sulla statale 442 tra Morgongiori e Ales, in un ristretto areale, protetto dal maestrale grazie alle falesie montane di Conca Mraxfcarrauì, sopravvivono i resti di un rigogliosissimo mirteto, attestati dal toponimo Funtà Muta (fontana del mirto).
Sulla Giara, in prossimità dei Pauli, sì può ammirare un vero e proprio paesaggio del mirto, che per fisionomia e forma è simile a quello dell’olivastro, della fillirea, del lentischio, a cui sovente si accompagna.
La farmacopea tradizionale sarda ha sempre sfruttato, con decotti o infusi di frutti o foglie, le molte proprietà della pianta. Le foglie e i rami contengono circa l0 0,5% di essenza, da cui si ricavano un alcol, il mirtenolo, un acido mirtenico e, dalla distillazione, una canfora, il mirtolo, dalle proprietà balsamiche, sedative, antisettiche.
La presenza di tannino spiega le proprietà astringenti della corteccia e delle foglie. Con queste e con i fiori si prepara, per distillazione, la cosiddetta "acqua angelica", usata come cosmetico. I semi contengono il 10-15% di olio, le foglie servono per la concia delle pelli, mentre il legno, assai duro, è ricercato in ebanisteria. In antichità si otteneva il nero per tingere i tessuti con le galle di quercia e di mirto. Nella gastronomia l’uso del mirto come conservante/aromatizzante è diffusissimo.
Nella preparazione più arcaica dell’arrosto lo spiedo veniva ricavato da un ramo fresco della pianta; le bacche sono parte del condimento nella cottura al forno di porchetto, capretto e agnello. Una consolidata tradizione vuole che il porchetto cotto intero al forno o alla brace venga fatto sfreddare in mezzo a rami di mirto. Del resto la particolare fragranza dell’arrosto carraxu (coperto), alternativo a quello allo spiedo (furria furria), è dovuto, oltre che all’eccellenza delle carni, anche alle modalità di cottura.
Scavata una buca nel terreno e riempitala in parte di tizzoni accesi di legno odoroso, si fa uno strato di foglie di mirto e sopra si adagia il corpo della bestia; quindi si ricopre il tutto con altro mirto, su cui un tempo si metteva uno strato di terra, e si fa un grande fuoco.
La taccula è un mazzetto di otto merli (meurra) o tordi (trudu), chiamati anche grive o pillonis de taccula, prima spiumati (ma non privati delle interiora), poi lessati al vapore per più di un’ora, quindi cosparsi di sale. Una volta raffreddati si compongono le tacculas, infilando per le narici ciascuna delle otto grive con un ramoscello tenero di mirto, chiuso ad anello con un nodo. Si ricopro no infine con foglie di mirto i mazzi, che possono così essere conservati per settimane.
Fra le bevande digestive dell’antichità figura il mirtidano o mirtide, diffuso in tutto il bacino mediterraneo, preparato, come attesta Plinio, aromatizzando il vino e il mosto con bacche dì mirto. Può proporsi come successore il sardissimo liquore di mirto, ottenuto macerando nell’alcol le bacche o le foglie di mirto e aggiungendo acqua e zucchero. Si prepara anche una crema di mirto, con uova, latte e liquore.
exeo
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