Al voto, al voto: è la strada sicura per perdere il paradiso se manca una politica autorevole

Referendum e piano paesaggistico

di Paolo Pani - Fonte:L’altra Voce

giovedì 22 marzo 2007 di exeo

Al voto, al voto: è la strada sicura per perdere il paradiso se manca una politica autorevole.

Referendum e democrazia partecipativa. Sia permesso citare un autore americano, Peter Schrag, ed il suo libro “Paradise Lost”, pubblicato dalla University of California Press nel 1998.
È il paradiso perduto della California, uno degli Stati più democratici ed avanzati degli USA,di democrazia partecipativa.

Referendum e democrazia partecipativa.

Sia permesso citare un autore americano, Peter Schrag, ed il suo libro “Paradise Lost”, pubblicato dalla University of California Press nel 1998. È il paradiso perduto della California, uno degli Stati più democratici ed avanzati degli USA,di democrazia partecipativa.

È lo Stato americano che ha originariamente generato il ’68,successivamente modello, riveduto e corretto, anche per la Sinistra europea ed italiana. La California è stata considerata, dopo l’ultimo conflitto mondiale, un modello molto avanzato della nazione americana. È dimostrato dalle sue grandi opportunità economiche, dal suo elevato standard sociale, dall’alta qualità dei servizi pubblici ed istituzionali.

È stato, fra gli Stati americani, quello con la più facile accessibilità al sistema pubblico, scolastico ed universitario. È lo Stato dove si sono realizzati i più ambiziosi progetti pubblici, dall’irrigazione ed al controllo delle calamità naturali, alla costruzione di autostrade e di un imponente sistema di parchi pubblici. È stata la California dei servizi sociali e delle garanzie per i diritti umani.

Dopo il periodo di recessione degli inizi degli anni ’90, la California rimane uno stato leader, in America e nel mondo, nell’economia della globalizzazione: nel campo delle tecnologie informatiche, nelle biotecnologie, nelle industrie con alti contenuti scientifici, nella convergenza della vecchia Hollywood con i sistemi multimediali dell’informatica, nel riavvio della ricerca aereo-spaziale dopo gli anni della recessione. I profitti, dopo la recessione,continuano ad essere altissimi.

È però cambiata la cornice: è il “paradiso perduto”. Anni novanta: diminuiscono drasticamente i finanziamenti per le scuole pubbliche, le cui prestazioni retrocedono ai livelli di Stati come il Mississipi, agli ultimi posti nelle graduatorie americane. Negli ultimi decenni la California costruisce 20 nuovi penitenziari, ma da tre decenni non un nuovo campus universitario all’Università di California. Il celebrato sistema autostradale californiano va in rovina e si classifica quindi agli ultimi posti in America. Molte biblioteche pubbliche operano ad orari ridotti per mancanza di finanziamenti. I benefici dello Stato sociale vengono ridotti ai minimi termini.

Il sistema universitario non garantisce più l’accesso gratuito; è in grande difficoltà per reperire adeguati finanziamenti pubblici per la sua stessa sopravvivenza. Nel 1994, la California, che fu celebrata per l’immigrazione fra gli Stati più accoglienti, promulga una legge per escludere i figli degli immigrati dal sistema scolastico pubblico. La California, nonostante la sua florida economia, vede quindi aumentare paurosamente la forbice fra ricchezza e povertà: i ricchi rimangono ricchi, ma i poveri sempre più poveri.

Peter Schrag, l’autore di “Paradise Lost”, si pone la domanda. Che cosa è successo? Come si è passati dagli anni ’50 e ’60, dell’ottimismo, agli ’80 e ’90, anni dell’ansietà sociale? Schrag non lo dice esplicitamente, ma chiama in causa l’istituto referendario e la democrazia partecipativa. Vediamone i termini. Schrag cita una proposta referendaria (Proposition 13), il primo anello di una catena che inizierà a scardinare il sistema californiano dei diritti sociali e civili.

In termini semplificatori, ma corretti nella sostanza, quel referendum chiedeva ai californiani: «Volete pagare meno tasse?». I californiani risposero affermativamente. Fu crociata populista. A quell’iniziativa, seguì «l’orgia referendaria e di partecipazione democratica» dei ricchi, della stessa sostanza di Proposition 13, gli anelli mancanti di una crociata populista che scardinerà in modo definitivo il sistema-California degli anni ’50 e’60.

Schrag pone il dubbio: l’orgia referendaria sarebbe potuta essere attenuata e corretta da un’autorevole leadership di governo. Non è stato così, non vi è stata alcuna autorevole leadership politica. Si dirà: americanate che non ci riguardano. Cerchiamo però di fare un tentativo, dai massimi sistemi californiani ai tarallucci e vino di casa nostra. Le origini antiche sono le stesse, di un ’68, oramai vecchio di 40 anni, che ha lasciato le sue tracce, ma che oggi può essere ricordato solo nei termini di una nostalgia politica.

È forse il caso di riprendere l’argomento: l’autorevolezza di una leadership politica di governo.
I nostalgici del ’68 traducono, nei modi dello scontro, “autorevolezza” in “autorità di regime”;
reclamano “democrazia partecipativa” e “difesa dell’istituto referendario”.

Su quel fronte sono schierati Maninchedda e le sue libertà sardiste, Pubusa con i suoi argomenti accademici e le nostalgie sessantottine; si accoda l’ex assessore Tonino Dessì; rompono il fronte del centrosinistra.

Si inseriscono opportunisticamente i vecchi partiti della sinistra che, per conto loro,non furono capaci di reagire ad un centro-destra allo sbando e legittimarono, nella sostanza politica, Soru e Progetto Sardegna, se non poi ricredersi.

Il governatore Soru con alcune sue maldestre azioni ci mette del suo, nonostante la sua testarda volontà politica di cambiare la Sardegna. Evidentemente, però, ci troviamo di fronte ad un sistema politico immaturo, al guado: ciascuno attestato sulle sue rendite di posizione, in attesa. Si interrompe il carattere discorsivo della politica, si preferisce lo scontro. Tutti a casa, ma in molti rimangono in attesa di un dopo-Soru. Almeno queste sono le speranze della politica sarda per il futuro, ne conosciamo nomi e cognomi.

Intervengono le macerie del centro-destra. Il californiano Mauro Pili sogna San Francisco ed Alcatraz, ma si accontenta di rinchiudersi nel più domestico Buoncammino. Riceve nel suo buon ricovero i nani e le ballerine della sua coalizione. Rivendicano il referendum sul piano paesaggistico, protestano quindi per la sua bocciatura. Lo fanno nei modi della demagogia populista: avrebbero voluto convincere i sardi che benessere è “turismo del mattone”, della Costa Smeralda di Lele Mora, di Briatore, di Berlusconi e di Apicella. Vorrebbe essere questa la loro “democrazia partecipativa” per il saccheggio della Sardegna, nei loro modi.

Mauro Pili, per convincere democraticamente i sardi, avrebbe nuovamente camminato per la Sardegna con le sue nuove scarpe da tennis californiane. Il primo paio le aveva già consumate contro Soru. Le prove d’orchestra sono condotte a Cagliari su Tuvixeddu. La rinascita di Cagliari passerebbe ancora per la “politica del mattone” con il consenso del partito dei medici.

Alla fine, però, i sardi non sono californiani, forse riusciranno ad avere un Governo regionale dignitoso, di autorevolezza istituzionale per una gestione “pubblica” delle ricchezze della Sardegna, politica permettendo. È forse l’antica povertà dei sardi che fa la differenza ed aguzza l’ingegno.

di Paolo Pani - Fonte:L’altra Voce