Ricerca empirica sullo sviluppo della personalità in contesto multietnico e multiculturale
lunedì 6 ottobre 2008 di exeo
"Identità e crisi di identità di giovani di origine italiana in Germania" di Agostino Portera 1°a parte
Ricerca empirica sullo sviluppo della personalità in contesto multietnico e multiculturale, scopo e metodologia della ricerca.
Risultati principali
Bibliografia- Erik H. Erikson (1968, p. 96) considera l’acquisizione dell’identità al pari dell’atto di bilanciamento che deve compiere un equilibrista che, cercando di superare la paura di cadere, cerca di raggiungere l’obiettivo prefissato, indispensabile per il suo sviluppo e la sua crescita: "Come un trapezista, ogni giovane, nel bel mezzo del suo slancio vigoroso, deve abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di afferrare un solido appiglio nell’età adulta, e tutto dipende, in un intervallo che mozza il fiato, dalla possibilità di instaurare un legame tra passato e futuro, nonché dall’attendibilità di coloro da cui si sgancia e di coloro che sono destinati a riceverlo".
L’adolescenza, considerata da Erikson come un periodo di "sradicamento naturale", ossia presente nella vita di ogni essere umano, assume connotati differenti quando il giovane vive esperienze di emigrazione, o cresce in contesti culturalmente non omogenei. A tutt’oggi, la maggioranza delle ricerche sembrano di mostrare che in tali casi l’assunzione dell’identità spesso termina con una violenta caduta: maggiori problemi, sintomi e disturbi.
Se cerchiamo, ad esempio, di analizzare la situazione dei circa 600 mila cittadini di nazionalità italiana attualmente residenti in Germania, ci accorgiamo che, nonostante la loro appartenenza all’Unione Europea, il loro stigma poco marcato ed il loro prolungato soggiorno (più di due terzi vi vive da più di 10 anni), la loro situazione è tutt’altro che positiva.
Da una serie di ricerche e di dati statistici apprendiamo che, pur rilevando un certo miglioramento negli ultimi dieci anni, la loro situazione lavorativa è caratterizzata da un tasso di disoccupazione particolarmente elevato e da discriminazione sociale, finanziaria e, spesso, anche giuridica; la loro conoscenza della lingua tedesca è fra le peggiori; le loro abitazioni sono spesso molto anguste, umide, carenti di servizi igienici, situate in quartieri di periferia e spesso troppo piccole; le loro condizioni economiche sono, nonostante la frequente attività lavorativa di entrambi i genitori, molto precarie e spesso superano appena il livello minimo di sussistenza (molti sono costretti a chiedere l’assegno di sostegno sociale).
Rispetto alla situazione scolastica, fra tutti gli scolari, tedeschi e stranieri, gli italiani sono presenti con la più alta percentuale nella "Sonderschule" (scuole differenziali per bambini portatori di handicap) e molti non riescono neanche ad ottenere un titolo di studio finale qualificato.
Peraltro, in quasi tutti i Länder è possibile assistere ad una diminuzione del loro numero, man mano che dalle scuole più semplici (e meno qualificanti) si passa a quelle più impegnative e a tutt’oggi circa la metà dei giovani italiani, in Germania, non detiene alcun titolo di studio professionale (Ausbildungsabschluß) il solo che permette di immettersi nel mondo del lavoro qualificato.
Anche la loro situazione sanitaria, sembra mostrare un numero particolarmente elevato di disturbi.
Dalle ricerche effettuate nel settore sanitario tranne poche eccezioni (cfr. Poustka, 1985; SluterMüller, 1992) appuriamo che, non solo il rischio di disagio e di malattia e l’effettivo tasso di morbilità per la popolazione emigrante, specialmente per bambini e giovani, è di gran lunga superiore, ma anche la loro assistenza sembra essere peggiore rispetto ai gruppi di confronto autoctoni.
I sintomi variano da problemi comportamentali (spesso di tipo aggressivo distruttivo o apatico), disturbi di apprendimento e difficoltà emotive e sociali, riscontrabili soprattutto durante le ore scolastiche, a gravi malattie di tipo somatico, psichico e psicosomatico (infezioni, enuresi, encopresi, dolori alla testa o allo stomaco, depressioni).
Molto numerosi sembrano anche essere i casi di incidenti domestici (ustioni, avvelenamenti) e stradali, nonché i casi di tentato o effettivo suicidio. D’altro canto, non è possibile associare l’emigrazione solamente con aspetti negativi.
Grazie agli studi sulla pedagogia interculturale, almeno dall’inizio degli anni ’80 diviene sempre più evidente la grande occasione di crescita e di arricchimento individuale e collettivo che può scaturire proprio dall’emigrazione o dalla vita incontesto multiculturale.
Sono sempre più numerosi i casi documentati di soggetti con esperienza migratoria che riescono ad inserirsi positivamente nella società di accoglimento, che mostrano una elevata stabilità psichica e una notevole soddisfazione personale.
A fronte di tale situazione, ci si pone la domanda se l’emigrazione e la vita in contesto multiculturale sono da considerarsi come cause di disturbo o di malattia o come opportunità di arricchimento. Come mai alcuni soggetti riescono a trarne profitto mentre altri addirittura si ammalano?
Ricerca empirica sullo sviluppo della personalità in contesto multietnico e multiculturale
Scopo e metodologia della ricerca
Dopo un primo studio sulle condizioni psicosociali e i vissuti dei giovani di origine italiana in Germania (i cui risultati sono stati pubblicati nel testo: "Europei senza Europa", Catania, 1991), al fine di poter individuare meglio sia le ripercussioni positive e le chance della vita in contesto multiculturale, che le reali conseguenze negative collegate all’emigrazione, è stata realizzata un’ulteriore più approfondita ricerca empirica sui fattori positivi o negativi collegati allo sviluppo della personalità in contesto migratorio e multiculturale, nonché sulle strategie di comportamento più adeguate (Cfr. Portera, 1995, 1997).
La domanda principale è stata: come mai tanti giovani di origine italiana, in Germania e dopo il rientro in Italia, non solo sembrano trarre poco profitto dalla vita in un contesto multiculturale, ma tale situazione per loro molto spesso si trasforma in fonte di disagio, se non addirittura di disturbo o di malattia?
Effettuare uno studio sulle possibili correlazioni con i disagi e i disturbi dello sviluppo psicosociale dei bambini e dei giovani emigrati, significa operare in un settore estremamente difficile ed in parte sconosciuto. Come causa scatenante del disagio possono subentrare problemi complessi e multifattoriali, che difficilmente si lasciano scindere in singole variabili chiaramente definite. Pertanto, alla ricerca occorreva conferire un carattere esplorativo, in modo da poter rilevare la realtà soggettiva di ogni singolo individuo senza eccessive categorizzazioni aprioristiche. In base al livello di ricerca attuale i criteri simili si lasciavano soddisfare meglio mediante studi approfonditi di singoli casi.
Per conoscere da vicino sia i singoli fattori negativi e di rischio, come pure i fattori favorevoli e le strategie di soluzione dei problemi (coping), nell’ambito delle analisi qualitative, dopo un’attenta riflessione metodologica, ho adottato le interviste semistrutturate. Come modello teorico di base ho scelto il metodo delle interviste centrate sul problema, sviluppato in Germania da Witzel (1982) e già più volte sperimentato con successo in settori di difficile rilevamento.
Complessivamente ho selezionato un campione di ventitré giovani che presentavano elementi più differenziati possibili in rapporto al sesso, stato sociale, scolarizzazione, durata del soggiorno all’estero, situazione psicosociale, ritorno ed emigrazione pendolare, ed i cui disagi o disturbi erano più spesso riscontrati negli studi e nella letteratura pertinente.
Lo studio è stato di tipo longitudinale, alcuni casi sono stati seguiti per una durata di sette anni in modo tale da poter seguire direttamente i soggetti dalla fase dell’insorgere delle crisi fino a quella del superamento.
Le interviste sono state realizzate con l’aiuto di una griglia interpretativa (Gesprächsleitfaden), che è servita preminentemente per delimitare le aree tematiche da esplorare, nonché per conferire alla ricerca quella strutturazione, omogeneità e comparabilità dei dati raccolti, di basilare importanza per una valutazione finale dei risultati secondo i canoni della validità e dell’affidabilità.
La maggior parte delle interviste è stata eseguita in un posto "neutro" e nel rispetto della segretezza delle informazioni raccolte. La durata delle interviste variava dai 45 ai 120 minuti, ed il numero degli incontri da 6 a 61. In quasi tutti i casi analizzati, sono state eseguite delle osservazioni partecipanti (teilnehmende Beobachtungen) a scuola, a casa e durante il tempo libero. Sei dei giovani hanno potuto approfittare di ulteriori colloqui di consulenza psicopedagogica, mentre in tre casi è stata intravista la necessità di un intervento psicoterapeutico.
In quattro casi è stata effettuata una diagnosi approfondita, con l’aiuto anche di test psicopedagogici. Al fine di ottemperare ai criteri della validità e della affidabilità e per ridurre al minimo le interpretazione soggettive, i colloqui sono stati raccolti mediante l’uso del registratore.
Gli altri elementi non verbali, come la situazione dell’intervista, il rapporto intervistatore-intervistato, il clima emozionale dell’intervista, o le osser vazioni personali dell’intervistatore, e sono stati documentati registrati in maniera scritta. Anche le altre fonti di informazione (telefonate e risultati dalle osservazioni partecipi) sono state documentate attraverso protocolli.
La validità e l’affidabilità dei risultati sono stati ulteriormente garantite attraverso i seguenti provvedimenti: incomprensioni, imprecisioni e dati contraddittori sono stati chiariti e risolti mediate il confronto fra le singole fonti e soprattutto mediante il contributo dei soggetti intervistati; i risultati sono stati discussi con gli interessati, con insegnanti, con studenti universitari (nell’ambito di appositi seminari), nonchè mediante colloqui con operatori esperti del settore.
Risultati principali
Dai risultati della ricerca è stato possibile appurare che tutti i giovani intervistati con esperienza migratorie vivono una serie di esperienze dalle quali generalmente scaturiscono ulteriori situazioni stressanti e conflitti. Dallo stress, dal cambiamento di abitazione, di cultura e di lingua di riferimento, però, non solo possono sorgere dei rischi per lo sviluppo armonico della persona, ma possono anche aiutare a mobilitare delle forze e delle attitudini, rivelarsi come fattori protettivi e dar vita a risorse.
Le ripercussioni dell’emigrazione non permettono conclusioni di carattere monocausale (tipo emigrazione uguale malattia). Mentre alcuni giovani intervistati, in seguito ai fattori negativi connessi con l’emigrazione o con la vita in contesto multiculturale hanno sviluppato dei disturbi a livello cognitivo, emotivo o relazionale, altri, nonostante fossero in presenza di fattori di rischio simili, sono riusciti a raggiungere una personalità di base stabile e a trarre soprattutto vantaggi.
Presso tutti i giovani intervistati, durante il loro sviluppo è stato anche possibile constatare dei passaggi fra crisi risolte ed irrisolte. Dalle biografie di tutti i giovani intervistati è stato possibile enucleare sia fattori negativi, sia fattori positivi, che sembrano svolgere un ruolo decisivo per lo sviluppo della personalità ed in base ai quali l’esperienza di vita all’interno di due o più contesti culturali può rappresentare, sia fonte di disorientamento sociale e di malattia psichica, che un’occasione di arricchimento e di crescita. Non è stato però possibile individuare singoli fattori di rischio come direttamente responsabili per determinati disturbi.
Sviluppi normali e sviluppi patologici vanno, pertanto, considerati non come antitetici, ma come un continuum tra vulnerabilità e capacità appropriata di reazione (forza di resistenza). In base ai risultati della ricerca, l’esperienza di vita e lo sviluppo all’interno di due o più contesti culturali sembra rappresentare, a secondo di determinati fattori, positivi o negativi, sia una fonte di disorientamento sociale, di disagio cognitivo, emotivo e sociale, di malattia psichica, che un’occasione di arricchimento e di crescita.
Fra i Fattori negativi, che in alcuni dei giovani intervistati hanno ostacolato un sano sviluppo della personalità, sono stati riscontrati principalmente:
fattori sovraculturali (come malattia psichica o morte di un genitore), il cambiamento della struttura famigliare ed il cambiamento dei ruoli all’interno della famiglia;
le precarie e sfavorevole condizioni abitative;
la marginalità socioeconomica nel paese di accoglimento;
la mancata pianificazione sia dell’emigrazione che della vita futura (problema del pendolarismo e dell’illusione del ritorno);
le differenze nelle modalità educative fra genitori e insegnanti;
altre esperienze legate all’emigrazione (tipo le esperienze di separazione forzata, stress derivante dal voler/dover guadagnare più soldi possibili nel minor tempo possibile).
D’altro canto nel corso della ricerca è stato possibile appurare che alcuni giovani, proprio grazie all’emigrazione o alla vita in contesto multiculturale, sono persino riusciti a soddisfare ulteriori bisogni (ad es. ricevere più riconoscimento, attenzione e stima mediante la possibilità di un’istruzione scolastica superiore).
Tali soggetti hanno potuto approfittare delle infrastrutture esistenti nel paese di accogli mento; hanno vissuto il confronto con il nuovo ed il diverso non come minaccia per la propria identità, ma come possibilità di riflessione e di confronto. Sono quindi riusciti ad essere socialmente stimati e ad intraprendere dei mestieri più riconosciuti e meglio retribuiti.
Fonte: "La storia di Bachiseddu che da Oliena è arrivato a Bruxelles, una storia di emigrazione"
di Antonio Rubattu
edizioni su disterru
exeo
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