Ricerca empirica sullo sviluppo della personalità in contesto multietnico e multi­culturale

3° parte - "Identità e crisi di identità di giovani di origine italiana in Germania" di Agostino Portera

lunedì 6 ottobre 2008 di exeo

3° parte - "Identità e crisi di identità di giovani di origine italiana in Germania" di Agostino Portera

Accanto ai suddetti fattori di vita negativi o di rischio, che hanno ingenerato delle profonde crisi con conseguente disagio o talvolta anche malattia, nell’ambito della ricerca sono stati individuati anche alcuni fattori positivi e protettivi, che hanno avuto il potere non solo di diminuire il livello della crisi o di promuoverne il superamento, ma in alcuni casi hanno persino contribuito a connotare l’emigrazione e l’assunzione d’identità in contesto multiculturale, come un’esperienza nettamente positiva ed arricchente.

Cercando di riassumerli in maniera succinta, i più signifi­cativi sono stati i seguenti:

1. Caratteristiche sovraculturali.
Alcuni fattori, in parte anche di natura genetica (come la possibilità di assunzione di un contatto positivo, personalità aperta e alle­gra, elevata intelligenza, maggiore possibilità di resistenza e facilità di apprendi­mento), hanno giocato un ruolo importante tanto per lo sviluppo positivo della personalità dei giovani intervistati quanto per reagire adeguatamente in caso di crisi.
 
2. Rapporto affidabile con almeno una persona di riferimento principale durante i primi anni di vita.
I soggetti che hanno trascorso i primi anni di vita assieme alla madre o ad entrambi i genitori, sembravano come dicono anche le teorie psicoanalitiche trarre un gran guadagno per il loro successivo sviluppo. Inoltre, si è mostrato che la presenza di altre persone di riferimento (nonni, bambinaie, fratelli) per alcuni soggetti assumeva una funzione protettiva simile.

3. Apertura dei genitori nei confronti dell’ambiente tedesco (Mitwelt).
Nei casi in cui i genitori mostravano un atteggiamento positivo nei confronti del "Mitwelt" tedesco, non cercavano di alimentare preconcetti presso i loro bambini e non cerca­vano di ostacolarli troppo nei confronti del loro sviluppo all’esterno della famiglia, ai loro figli è risultato più semplice aprirsi al nuovo ambiente, confrontarsi con i conflitti quotidiani e cercare di sviluppare appropriate strategie di soluzioni.

4. Comprensione e fiducia da parte dei genitori.
Per i figli i cui genitori mostravano fiducia nei loro confronti e concedevano loro una certa autonomia nella scelta, è stato più semplice sviluppare sufficiente autostima e risolvere le difficoltà fami­liari e extrafamiliari. In questi casi solo raramente sono sorti difficoltà di compor­ tamento ed i vantaggi dello sviluppo in contesto multiculturale hanno prevalso sulla difficoltà.

5. Preparazione al distacco.
I genitori che hanno preparato i propri figli alle separazioni relative all’emigrazione o al rientro ed hanno cercato di mantenere un con­tatto (ad esempio, attraverso telefonate o lettere o frequenti visite) anche durante il periodo di separazione, hanno notevolmente contribuito a diminuire le conseguen­ze negative legate a tale esperienza ed hanno sostenuto ed accentuato il processo di maturità e responsabilizzazione dei loro figli, rafforzandone la stabilità psichi­ca.

6. Esperienza di accettazione e di rispetto nel paese di accoglimento, specialmente durante i primi contatti.

Nei casi in cui l’impatto con l’ambiente tedesco, anche grazie ad un’adeguata preparazione da parte dei genitori o di altri educatori, è stato caratterizzato prevalentemente da esperienze positive (non è stata avvertita discri­minazione, ne sono stati vissuti sentimenti d’inferiorità o di inadeguatezza) i soggetti intervistati hanno potuto a loro volta assumere un atteggiamento di apertura e di interesse rispetto al nuovo e all’alterità.

7. Comprensione da parte degli insegnanti e degli educatori.

Nei casi in cui gli in­ segnanti hanno reagito con rispetto, accettazione oppure ancora meglio con curiosità nei confronti delle differenze culturali dei bambini di origine italiana, non cercando né di negarle, né di esasperarle, hanno permesso a quest’ultimi di realiz­zare la loro esperienza in termini di sicurezza di sé, apertura e fiducia.

Un segno ulteriore di tali atteggiamenti è riscontrabile presso i soggetti che hanno vissuto una forte discrepanza tra le norme e i valori familiari e quelli scolastici e coloro i quali hanno dovuto frequentemente cambiare classe ed insegnanti. La conferma dell’elevata significatività di tale fattore può essere rilevata anche dal fatto che alcuni alunni hanno migliorato il loro profitto scolastico e il loro comportamento sociale, immediatamente dopo il cambiamento da un insegnante poco disponibile e comprensivo ad un insegnante empatico e accettante.

In alcuni casi l’atteggiamento positivo da parte degli insegnanti, che spesso si è trasmesso anche sulla maggior parte dei compagni tedeschi, è stato determinante per il superamento di alcune crisi.

8. Nessuna pressione verso l’assimilazione a scuola e durante il tempo libero.
Nei casi in cui gli insegnanti, gli educatori e gli amici tedeschi non hanno cercato di far pervenire ai giovani intervistati accettazione, riconoscimento e stima solo a costo della negazione di componenti della propria identità, per questi ultimi è stato più facile superare le difficoltà e le tensioni esistenti. Tali soggetti sono riusciti a trovare dei compromessi originali in armonia sia con le richieste dell’ambiente esterno che con la loro identità, vivendo esperienze che sono altamente stabilizzanti.

9. Importante ruolo degli amici come "funzione ponte" tra le due culture.
Questa funzione è estremamente protettiva. Ha agevolato, o addirittura permesso, a molti soggetti l’assunzione di contatti non conflittuali sia con la nuova cultura, che con le norme ed i valori vigenti nel loro paese di origine dopo il rientro in Italia. In al­cuni casi, dopo l’arrivo in Germania proprio gli amici italiani, o altri amici stranieri, hanno assunto il ruolo di mediatori culturali, fungendo da competentissimi in­ termediari tra le due culture. I giovani intervistati hanno potuto fruire della loro esperienza ed assumere strategie di soluzione dei problemi "già collaudate", tal­ volta valide in entrambe le culture.

10. Importante appoggio tramite gruppi di doposcuola, consulenza o terapia.
In alcuni casi il sostegno e gli interventi sul piano cognitivo o emozionale si sono rivelati come particolarmente efficaci tanto per l’inserimento scolastico e sociale, quanto per la prevenzione o il superamento, almeno in parte, dei conflitti o dei di­sturbi presenti.

Va, tuttavia, ribadito come tali provvedimenti possono essere pro­ficui per lo sviluppo della personalità, solo quando non percorrono la strategia di costringere i soggetti stranieri verso mete o soluzioni stabilite aprioristicamente dagli operatori.
Di particolare importanza risulta quando tali interventi mirano a permettere ai giovani di compiere esperienze compensatorie, quali l’essere com­presi, accettati e stimati in maniera gratuita.

Al posto delle conclusioni

Dai risultati della ricerca emerge chiaramente che l’assunzione dell’identità in con­testo multiculturale può rappresentare non solo un rischio di maggiore disagio o malattia, ma anche un’opportunità per il raggiungimento di una personalità stabile. Ciò dipende non solo dai suddetti fattori positivi o negativi, ma anche dall’efficacia delle strategie di coping (modalità di comportamento atte a fronteggiare o su­ perare le situazioni di stress) o di defending adottate dai singoli soggetti.

"Nessuno dei talenti che sono nascosti come un tesoro in ciascuna persona deve essere lasciato inutilizzato", afferma Jacques Delors, (1997, p.19) nel rapporto conclusivo della commissione internazionale incaricata dall’UNESCO a riflettere sull’educazione e sull’apprendimento per il XXI secolo.

Nel mio libro "tesori som­mersi", ho cercato soprattutto di mettere in evidenza l’immenso patrimonio, l’enor­me arricchimento che scaturisce dall’esperienza di vita in contesto multiculturale, mediante l’opportunità dell’apprendimento di più lingue, di più modalità comportamentali, di più strategie di soluzione di problemi.

Purtroppo, a tutt’oggi, solo pochi giovani riescono ad acquisire la consapevolezza o a manifestare tali tesori. Molto più spesso si evidenziano i limiti, i rischi, i disagi ed i disturbi. Affinché l’incontro fra persone che presentano delle diversità a livello linguistico, religioso, etnico e culturale avvenga in termini di arricchimento e di crescita indi­viduale e sociale è necessario mettere tutti i soggetti in condizione di poter mani­festare i propri "talenti".

Dalla ricerca è anche emerso chiaramente che molti giovani vivono nel disagio o nel disturbo, non solo per le differenze etniche o culturali, ma soprattutto per le disuguaglianze: per le disparità a livello economico, sociale o politico. 

Ad esempio in Germania, nonostante i contratti di reclutamento di manodopera straniera stipulati a partire dal 1955, iniziando proprio con l’Italia– non esistano più dal 1974, ancora oggi lo status di straniero, nella coscienza collettiva (ma in parte anche nella legislazione vigente), equivale a quello del Gastarbeiter.

Con ciò si intende il "lavoratore ospite", che emigra per bisogno economico e che prevede di stare in Germania il minor tempo possibile, cercando di guadagnare più soldi possibili. La qual cosa, in pratica, da un lato si traduce con un perpetuarsi dello status di straniero in Germania: forte difficoltà a sentirsi "a casa propria", a "met­tere radici" (e, di conseguenza, imparare bene la lingua, scegliere alloggi adeguati, progettare la propria permanenza).

D’altro canto, non essendo possibile ritornare così presto come si spera (o ci si illude) e non potendo frenare il processo di estra­niazione culturale dal proprio Paese di origine, diventano "stranieri" anche per i parenti o gli amici che sono rimasti in Italia. In tal senso è importante che tutti i Paesi dell’Unione Europea superino la visione dello straniero visto come Gastar­ beiter.

Chi emigra per lavorare non può essere trattato come un ospite; necessita sia di tutti i diritti e di tutte le garanzie di cui godono gli altri lavoratori, sia anche di tutte le regole e di tutti i limiti (anche questi ultimi aiutano a prendere delle decisioni chiare e ad accettare la realtà).

Specialmente per chi proviene da un Paese terzo, affinché possa avvenire un’identificazione positiva con le leggi, la lingua e la cultura del Paese ospitante, è necessario che – come afferma in parte anche il Forum des Migrants de l’Union européenne (cfr. Moghal, 1998) siano rispettati alcuni principi: i contratti di lavoro per stranieri non devono prevedere condizioni di durata; dev’essere previsto e facilitato il ricongiungimento famigliare; devono essere previsti periodi di studio, riconosciuti diplomi o parti di studi effettuati al­ l’estero; dopo un certo periodo di residenza (esempio un anno) gli immigrati devono essere considerati come residenti da lungo tempo con relativi diritti e doveri.

Peraltro in tutti i Paesi dell’Unione Europea è indispensabile combattere tutti i fenomeni di razzismo e di xenofobia che negli ultimi anni sembrano tutt’altro che di diminuire. A tal fine è importante non solo intervenire sulla stampa e sugli altri mezzi di comunicazione di massa (specialmente la televisione) che continuano a proporre il binomio "straniero uguale criminale". E’ urgente anche operare sui cit­tadini di nazionalità straniera, perseguendo chi effettivamente commette dei reati, ed aiutando tutti coloro che vivono in una situazione di estrema marginalità economica, sociale o giuridica.

Spesso basterebbe farli transitare da uno stato di illegalità in uno di legalità. In tal senso ritengo particolarmente lodevoli gli interventi legislativi (come l’ultimo del 9.02.1999 in Italia), che facilitano in maniera consi­derevole la possibilità di regolarizzazione a tutti gli immigrati irregolari.

La globalizzazione e l’interdipendenza che caratterizzano la vita odierna, sono ormai fenomeni inarrestabili.
L’uomo di oggi dovrebbe riuscire a comprendere che non sono la forza, la guerra e la violenza che permettono di risolvere i problemi (al massimo possono posticiparli). Solamente se c’è la partecipazione di tutti gli esseri umani, soltanto se si riuscirà a fornire delle risposte condivise, sarà possibile avvicinarsi ad una pace autentica e duratura.

Nel XXI° secolo, mentre in tante parti della terra c’è ancora bisogno di pane, nei Paesi industrializzati emerge un vero e proprio bisogno di educazione; in particolare di educazione (intesa in maniera interculturale) alla pace, al rispetto, ai sentimenti, all’ascolto, al dialogo, alla legalità, alla gestione dei conflitti, all’amore (cfr. anche Portera, 1988, pagg. 214 218).

Fra tutte le forme di educazione, ritengo infine necessario sottolineare in maniera particolare l’educazione familiare. Purtroppo in tutti i Paesi altamente industrializzati la richiesta di elevata flessibilità a livello non solo professionale, ma anche geografico (il lavoro oggi va inseguito come il cacciatore un tempo inseguiva le prede) comporta un impoverimento sul piano della profondità dei rapporti inter­ personali.

Affinché l’Europa che ci accingiamo a costruire non sia solo quella dell’economia, ma sia soprattutto quella delle persone, è indispensabile, almeno in al­cuni settori, trascurare il piano della quantità e curare meglio quello della qualità.

L’educazione familiare, supportata da un deciso riconoscimento giuridico (ossia della piena applicazione di quanto esplicitato nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o nelle singole Costituzioni) e da un chiaro impegno psicopedagogico, potrebbe fungere da volano per la costruzione di società che riescano a fare tesoro delle differenze, ma rifiutano e combattono con decisione le disuguaglianze.

Bibliografia
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Moghal, N.K., Will we all be gastarbeiter?, in Forum Flash-info, 9, may 1998
Portera, A., Europei senza Europa. Storia e storie di vita di giovani italiani in Ger­mania, COESSE, Catania, 1991;
 
Portera, A., Interkulturelle Identitäten. Risiko- und Schutzfaktoren der Identitäts­bildung italienischer Jugendlichen in Südbaden und in Süditalien, Böhlau Verlag,Köln, 1995;
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 Estratto di un contributo pubblicato con il titolo: Migrazione, identità, disagi e opportunità. Presso la rivista Studi Emigrazione/Migration Studies, XXXV, 131. 1998, pp. 499-515

di Agostino Portera

Vedi anche: 1° parte - 2° parte


Fonte: "La storia di Bachiseddu che da Oliena è arrivato a Bruxelles, una storia di emigrazione

di Antonio Rubattu  
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