[ Salta il menu e vai direttamente ai contenuti ]
- Sommario dei principali servizi e contenuti disponibili in questa pagina:
- Lingua del sito
- Ricerca
- pagina in cui ti trovi
- navigation global
- Rubriche
- Registrati al sito
- Articoli più recenti
- Ultime brevi
- informazioni legali
Articoli più recenti
L’ALFA E L’OMEGA
di Mascia Sandro
Autore: Mascia Sandro
Editore: Scuola Sarda
Genere: letteratura italiana
Collana: Carta d’imbarco
Pagine: 240
ISBN: 8887758271
Data pubblicazione: 2008
"L’enigma corre per i vicoli del vecchio quartiere a ridosso del porto, corre da Bonaria a Tuvixeddu, corre nel ventre di Cagliari, sulle tracce di Zaira, la piccola rom sparita in una piazza San Sepolcro semideserta. La cerca Alex, il barista del Café Marina, via via inghiottito da una storia che si tinge di un nero profondo oltre cinquecento anni."
Proponiamo un brano del libro di Mascia, un thriller divertente ambientato in uno dei quartieri storici di Cagliari, una "fotografia" ironica della città e dei suoi abitanti alle prese con la Cagliari multietnica e "universale" della quotidianeità, tra nuovi e antichi miti, con frequenti rimandi ad un presente a tratti imbarazzante (lobbyes e politica) e un "passato" mai passato davvero che sembra ripresentarsi ad ogni angolo e in ogni vicolo... sopra, sotto e a "fund’insusu" tra i meandri di questa antica città diventata simbolo e meta di approdo, rifugio, scambio e conquista del mediterraneo antico e moderno.
Il maresciallo
Mercoledì
Di mattina al bar leggo i quotidiani regionali. Un “critico” su un quotidiano locale recensisce la rappresentazione che ho visto ieri a teatro e la stronca. Ma custu ita ari biu?
Dopo il mio turno di lavoro al bar, prendo la bici e attraverso il corso Vittorio Emanuele, la stazione dei caramba è in fondo, vicino alla chiesa.
Questi cazzo di automobilisti hanno fretta, non fanno altro che suonare. Hanno proprio un rispetto del cazzo per i ciclisti! Se solo aspettassero due secondi, invece di rompere, due secondi per togliere il piede dall’acceleratore. Chiedo forse troppo? Mi sposto, altrimenti mi stirano.
«Passaaa, o burdu!» urlo ad un automobilista frettoloso. Aveva ipotizzato una certa professione per la mia mamma.
Parcheggio la bici incatenandola ad un lampione sul marciapiede ed entro nella caserma. Aspetto un po’ e chiedo di essere ricevuto dal maresciallo. Mi affaccio ma non c’è nessuno.
La stanza del maresciallo è proprio come la immaginavo. La foto del presidente della Repubblica, il calendario, il poster dei carabinieri e manco uno che assomigli alla Marcuzzi. Ma qua dentro non c’è ancora nessuno. Torno dal piantone che mi dice di aspettare nell’androne mentre loro continuano a cercarlo. Un carabiniere si avvicina e mi dice di uscire fuori. Entriamo nella chiesa di viale Merello. Siamo soli, non c’è anima viva.
Un maresciallo, dai gradi mi sembra un maresciallo. Mi fissa torvo.
«Prego, signor Magic, mi dica, sono il maresciallo Rossi. Scusi se le ho chiesto di uscire, ma…»
«Come sa il mio nome?»
Mi sorride: «Ho sentito parlare di lei, signor Magic. Coraggio, mi dica…».
Minca, sono diventato famoso!
«È per la faccenda della bambina rom rapita. Conosco sia la madre della bambina, sia il maestro, maresciallo. Il maestro, le posso assicurare, è una persona onestissima. Non sarebbe mai in grado di fare del male alla piccola. Quando noi eravamo piccoli…»
«Lo so, signor Magic, la maggior parte delle persone del quartiere ci ha parlato bene dell’insegnante, ma alcuni hanno riferito di un suo amore “particolare” per i bambini. Poi nella piazza c’erano solo lui e la bimba. A parte la madre e la dottoressa dell’erboristeria, non c’era nessuno. La chiesa era chiusa. Gli altri negozi della piazza sono chiusi da tempo. Non ci sono state testimonianze delle persone che abitano nei dintorni.
La maggior parte di loro era a lavorare e gli altri non si sono accorti di niente, non è stato visto nessun altro. Poi nessuno si è accorto di qualcosa di anomalo, che so?, urla o altro; hanno solo sentito una macchina mettere in moto e partire, dopo di che, nessuna traccia. Nel quartiere non li hanno visti passare. Il maestro l’abbiamo trovato nella casa in campagna, era sporco di terra e stava scavando per piantare degli alberi; della bambina nessuna traccia.
L’abbiamo portato in caserma per interrogarlo, poi il magistrato ha disposto il fermo. Ho mandato una squadra a scavare e perlustrare la campagna. Puddu dice di essere andato via dalla piazza, ma di avere visto la bambina che girava nella strettoia tra l’ingresso secondario della chiesa e le scale del portico Sant’Antonio.»
«Quindi può essere, maresciallo, che qualcuno abbia preso la bambina dal vicolo e l’abbia portata, per esempio, verso via Manno.»
«No, nessuno ha visto niente: l’orafo del portico, il tipografo, il ristoratore… Mi dispiace, ma in base agli elementi che abbiamo in mano, il sospettato numero uno resta il maestro Puddu. Se è stato lui, parlerà!»
«Maresciallo, state… avete preso la persona sbagliata, deve credermi!»
«Mi dispiace, ma in questa situazione io devo fare il mio lavoro. E poi vedrà: se risulterà estraneo ai fatti, tra un paio di giorni verrà scarcerato. Anche a me sembra una brava persona. Comunque il magistrato lo vorrà interrogare ancora. Adesso mi scusi, ma dovrei tornare al lavoro.»
«Grazie del suo aiuto, maresciallo, e arrivederci. Se non le dispiace chiederò in giro, se qualche testimone…»
«Se sarà utile all’indagine ci faccia sapere, le lascio il numero del mio telefono. L’importante è che non ostacoli il nostro lavoro.»
«Non si preoccupi. Buongiorno, maresciallo, e grazie.»
Cammino per Corso Vittorio Emanuele e penso, rifletto, rimugino e ripenso. Ma com’è possibile che nessuno abbia visto la bambina? Dove sarà finita? Cinque minuti, solo cinque minuti la madre è stata nel negozio di Rita. E poi la sfiga: nessun cliente in quel momento nell’erboristeria, il traffico bloccato da via Baylle per lavori stradali, e poi, non è passato nessuno a piedi?! Non è possibile.
Cazzo! Immerso nei miei pensieri, sono arrivato in piazza Yenne. La bici, porca miseria, l’ho lasciata parcheggiata, per fortuna chiusa con il lucchetto, fuori dalla caserma. E immoi torra a pei. Per fare in fretta, prendo l’1. Duas disi! Sono secoli che non lo prendo. È sempre pieno, oggi come lo era vent’anni fa, anche se oggi è diverso: i pullman sono più moderni e una voce anonima e fredda ti annuncia le prossime fermate. Però, nonostante la tecnologia, è sempre pieno e sa genti esti streccara.
Il pullman è bellissimo dal punto di vista umano. È un luogo adatto, come il bar sotto casa, il barbiere, o il medico della mutua, per socializzare con umanità varia. C’è la signora che fa la spesa, lo studente che rientra a casa, la coppietta che sfranella… e il “trucchista”. No, non fatevi fregare dal nome, non è un mago o un illusionista, ma un signore che appuntella le donne… e non solo.
Eccolo lì, ad ogni frenata del bus, sfrigongia il suo attrezzo del mestiere contro il sedere della signora. Adesso si è incollato e non si sposta. Ma la signora non si sposta? Eppure se ne sarà accorta. Come arriviamo alla fermata successiva la signora scende con un sorriso che le allarga le labbra; contenta lei! Dev’essere bisognosa di attenzioni.
Adesso il trucchista si sposta verso una ragazzina, una lolita d’assalto. Solo che la ragazzina si gira e gli molla uno schiaffo a manu prena: «O lillo, ma ita mi sesi, appuntelleeendi?» gli urla contro. Il tipo approfitta dall’apertura delle porte per la fermata e schizza via dileguandosi tra la folla.
La ragazzina si rivolge all’amica: «Ceee, ma l’hai visto il tipo? Appuntellandooo? Booooooh. Gliene taglio i coglioni se lo ritrovo!».
Credo che il Truccos per oggi abbia trovato pane per i suoi denti in questa tigre di Mulinu Becciu!
Gente che scende e gente che sale. Come al ciak di un film, ad ogni fermata cambiano gli attori ma il set rimane sempre lo stesso. Passerei ore nei pullman, se ne avessi il tempo.
Sale anche un mio amico degli anni Ottanta, perduto nella schiavitù dell’eroina. Si chiama Mario, si occupa di sfilate, ma non di moda: sfila i portafogli dei passeggeri del pullman. Non si accorge di me, si mette dietro un signore in abito e cerca delicatamente di sfilargli il portafoglio dalla tasca di dietro. Non mi piacciono i furti. Mi metto a urlare: «Occhio alle tasche, gente!».
Tutti si girano e lui, vedendomi, viene verso di me e mi sussurra ad un orecchio: «Minca, o Alex! Ita ses, maccu? Ma cosa vuoi, farmi cuccare, per caso?».
«O Mario, ma perché non ti cerchi un lavoro?»
«Eh, ti sembra facile! Non mi prende nessuno!»
«Ma tu non provi neanche. E poi se porti un curriculum cosa ci metti, “organizzatore di sfilate”? Se non cominci, almeno, a fare il manovale…»
«Non ci riesco, mi faccio sempre, non ho forze.»
«Ma allora prova in comunità, ti disintossichi e poi un lavoro te lo trovano.»
«Eh, ché non è così! Scusami, ma ora scendo in piazza Sant’Avendrace, c’è mia moglie che mi aspetta. Ciao, o fra’, ci sentiamo.»
«Ciao, e ricordati cosa ti ho detto!»
Lo vedo sparire come un fantasma. Quanti ragazzi, quanti amici negli anni Ottanta sono morti o diventati schiavi della droga. Prego sempre per loro.
Ma siamo… nooo, non ci posso credere! Siamo in piazza Sant’Avendrace e io dovevo scendere alla fermata prima di viale Merello a prendere la bici! Tra il trucchista e le chiacchiere… ’ta scimpru! Adesso torno indietro a piedi, se prendo il pullman contrario finisco in piazza Giovanni!
Torno al bar. Mi fanno male le gambe. Lavoro senza soste per il resto della giornata e alla fine della serata, avvolto in una nuvola di fumo, viene a trovarmi Aldo. È andato in carcere a parlare con il maestro Puddu.
«Be’, com’è andata? Racconta.»
«L’ho trovato molto depresso, forse era già depresso prima di questa storia. Mi ha detto che è innocente, mi ha raccontato che lui è andato via da piazza San Sepolcro, ha preso la sua macchina per andare nella casa di campagna a piantare alberelli. Tutto qui. La bambina stava giocando nella piazza, sola, mentre lui era seduto nella panchina a leggersi un quotidiano. Poi, quando stava prendendo la macchina, ha notato che la bambina si è diretta verso il vicoletto. Sono preoccupato, Alex, l’ho visto proprio disperato e angosciato. Ma la cosa che gli ha fatto più male è il fatto che sua moglie e sua figlia lo credano colpevole. Si vergognano di lui.»
«Questo non lo capisco. Ma perché pensano che sia colpevole? Proprio i familiari devono stargli vicino e credere in lui. In questo modo lo faranno entrare ancora più in crisi.»
«Se fosse capitato a me, sarei uscito di testa.»
«Perché, io no? Mi raccomando: come torni da lui, tranquillizzalo e digli che gli siamo tutti vicini e che lo tireremo fuori di lì!»
«Già fatto. Adesso vado, poi ti farò sapere.»
«Va bene, ciao.»
Passo a trovare Alì, un commerciante pakistano che ha il negozio quasi di fronte a piazza San Sepolcro. Voglio chiedere informazioni anche a lui.
«Alex, quel giorno, purtroppo, il negozio era chiuso, ero malato. Ma chiederò informazioni nella moschea di via del Collegio. Lì vanno a pregare i musulmani che abitano nel quartiere: marocchini, senegalesi, cingalesi… Un mio amico indiano invece penserà ai suoi amici indù. Poi cercherò di avere ulteriori notizie da amici che vanno nelle scuole per stranieri della scuola Manno e della chiesa Sant’Eulalia. Pregherò Allah che ce la faccia ritrovare sana e salva.»
[ Torna all'inizio della pagina ]
[ Torna all'inizio della pagina ]
