Sapore di sale

Fonte: Le Monde Diplomatique/il manifesto, marzo 2007 di Loris Campetti

domenica 29 luglio 2007 di exeo

LA DEMOCRAZIA è un oggetto fragile, da maneggiare con cura. Eppure, non è un soprammobile di porcellana ma un architrave su cui si reggono la vita, le relazioni tra le persone e tra le persone e il mondo in cui esse vivono. Il mondo, cioè l’ambiente, lo spazio vitale, soffre di una grave malattia provocata da una cultura che si fonda sullo sfruttamento. Pensiamo ad esempio alle coste sarde, come ci invita a fare l’architetto Sandro Roggio, che fa coincidere la sua professione con la passione per lo studio del governo del territorio. Uno studio fatto sul campo, quel campo straordinario che è la Sardegna.

Il sottotitolo del suo libro «C’è di mezzo il mare» pone un quesito centrale: «Le coste sarde, merci o beni comuni?». A leggere la storia dell’ultimo mezzo secolo la risposta non può che essere negativa; da quando si è scoperta la potenzialità turistica dei litorali sardi, l’approccio merceologico è stato l’elemento dominante e, secondo Roggio, devastante. Ma in questo mezzo secolo è anche cresciuta una cultura alternativa che a fatica, tra mille contraddizioni e conflitti (con i poteri forti, ma anche con i soggetti deboli: la Sardegna è uno dei territori italiani più colpiti dalla disoccupazione) ha conquistato uno spazio nella cultura, nella politica e persino nelle istituzioni.

Dunque, la democrazia che rappresenta qualcosa di più sostanziale del mezzo attraverso cui raggiungere il fine. Il fine è, appunto, la salvaguardia del territorio. Le coste sarde sono il miele su cui si avventano affamati speculatori, costruttori, spesso per interposta persona: la politica. Ma la democrazia è anche contenuto, in certo senso «fine» dell’agire politico. Ma limitiamoci al mezzo, per evidenziare una delle domande che ci e si pone Roggio: se la salvaguardia dei più bei litorali del Mediterraneo, che poco hanno (avevano?) da invidiare alle località paradisiache di Caraibi è l’obiettivo, ogni mezzo per raggiungerlo è lecito?

Concretamente: se il presidente della Regione Renato Soru scavalca partiti, autonomie territoriali e istituzionali che spesso antepongono interessi di bottega (consenso facile) e arricchimenti veloci; se ha il coraggio di trattare a brutto muso con i poteri forti – primi tra tutti gli americani e i militari italiani che hanno occupato luoghi di eccellenza ambientale – va sostenuto senza riserve? Così posta la questione, la risposta non può che essere affermativa. Ma la questione è più complessa e riguarda il diritto delle persone e delle rappresentanze che esse si sono date a dire la propria opinione, a codecidere il futuro proprio e delle generazioni future. Se questo ragionamento è valido per Vicenza, o per la Val di Susa, perché non dovrebbe esserlo per la Sardegna?

Facciamo un passo indietro, accompagnati per mano da Roggio. Fino a qualche decennio fa, le popolazioni sarde hanno considerato le coste una maledizione: dal mare arrivavano pericoli, invasioni, sciagure. Lungo la costa esposta al maestrale non era produttivo il pascolo né lo era la coltivazione. Il mare nemico, anzi l’acqua «nemica» perché portatrice di malattie: dagli stagni e dalle paludi arrivava la malaria. Le uniche parole di apprezzamento nei confronti degli americani che si sentono sono legate al ddt con cui, nel primo dopoguerra, fu avviata una lotta vincente contro la malaria. Del resto, l’unica eredità positiva del fascismo è la bonifica delle aree palustri.
Ma l’atteggiamento verso le coste è rapidamente cambiato da una quarantina d’anni, segnati dalle «ripetute aggressioni che ne hanno cambiato in profondità i caratteri: restano parti intatte, ma l’antica integrità è irrimediabilmente perduta». È arrivata l’era dell’Aga Khan e della Costa Smeralda, dei villaggi tutti uguali e fintamente integrati nella macchia mediterranea, staccati dai luoghi vissuti dalle popolazioni. Speculazione selvaggia, case costruite a pochi metri dal mare.

Dopo alcuni lodevoli tentativi di porre un freno ai barbari, la questione è esplosa con l’arrivo di Soru al «comando» della regione. Il piano paesaggistico, i vincoli, le tasse sulla ricchezza, la battaglia vincente per liberare La Maddalena dai sommergibili a stelle e strisce. Ma anche la continua, sorda polemica con la politica, anche di sinistra, con i sindaci che non vedono oltre il tempo del loro mandato, e tentano di aggiustarsi continuando la loro marcia verso il bagnasciuga. Ma anche le polemiche con i pescatori, i coltivatori, gli allevatori.

È in questo contesto che le domande iniziali si pongono, alla ricerca di una terza via tra il bonapartismo ambientale – con alcune defaillances: la messa in vendita delle zone minerarie del Sulcis – e l’anarchia che si nasconde dietro il velo di una libertà individualistica e lo spettro della disoccupazione. Il viaggio alla ricerca di questa terza via è appena iniziata, Sandro Roggio è un buon compagno di viaggio.