Sebastiano Satta | Le prefiche

Fonte: LiberLiber

venerdì 30 maggio 2008 di exeo

Sebastiano Satta nacque a Nuoro nel 1867. Suo insegnante al liceo di Sassari fu Giovanni Marradi e questo fu determinante per imprimere nel giovane Satta l’impronta carducciana, che si rafforzò durante il servizio militare svolto a Bologna, la cui vita culturale era allora immersa nell’atmosfera poetica creata dalla mediazione letteraria tra Carducci e Pascoli. Sempre a Sassari frequentò all’Università il corso di laurea in legge e si laureò a 27 anni diventando rapidamente uno dei più conosciuti avvocati del foro nuorense.

Fin da giovane si dedicò alla poesia, e nei suoi versi l’influenza di Carducci è evidente. Intensa la sua attività giornalistica: fondò il quotidiano «La Via» e, con Luigi Falchi, la rivista «La Terra dei Nuraghes»; collaborò ad altri periodici isolani («L’Isola», «La Nuova Sardegna») e inoltre, fuori dalla Sardegna, fra gli altri, a «La Nuova Antologia» e a «Il Giornale d’Italia».

Aderì alle idee socialiste, influenzato dal clima radicale e repubblicano che caratterizzava la vita culturale sassarese dell’epoca, ma interpretò il socialismo in senso umanitario e romantico, attento ai bisogni e alle istanze della realtà locale.

Si sposò nel 1905, ma la sua prima figlia, Raimonda, morì poco più che neonata nel 1907; i Canti dell’ombra sono da lei ispirati, (in queste poesie la figlia è chiamata affettuosamente Biblina). Nel 1908 nacque il secondo figlio, Vindice. Nello stesso anno Satta fu colpito da paralisi, ma continuò a comporre versi, dettando le sue poesie più famose, che comporranno le raccolte Canti barbaricini (1910) e Canti del salto e della tanca (usciti postumi nel 1924).

La sua opera poetica testimonia della sua passione per il folklore e per il dialetto sardo e i suoi versi sono uno dei pochi esempi di poesia di intenzione realistica e naturalistica provinciale sulla scia della narrativa della provincia italiana tra ottocento e novecento.

Morì nella città natale nel 1914.

Bibliografia di Sebastiano Satta
* Nella Terra dei Nuraghes, Versi di Sebastiano Satta, Pompeo Calvia, Luigi Falchi; Sassari, Dessì, 1893.
* Versi ribelli, Sassari, Gallizzi, 1893 (ristampati a Cagliari, Il Nuraghe, nel 1925 con prefazione di Vincenzo Soro e con l’aggiunta di Primo maggio).
* Discorso per Garibaldi, «Nuova Sardegna», Sassari, 2-3 giugno 1907.
* Discorso per Garibaldi a Caprera, «Nuova Sardegna», Sassari, 6-7 luglio 1907.
* Canti barbaricini, Roma, La vita letteraria, 1910.
* Canti del salto e della tanca, Cagliari, Il Nuraghe, 1924.
* Poesie malnote, ignorate e disperse, raccolte da Luigi Falchi, Cagliari, Il Nuraghe, 1932 (raccoglie poesie pubblicate a partire dal 1891 su giornali e riviste).
* Canti barbaricini, Cagliari, Il Nuraghe, 1933.
* Lettere inedite, «Il Convegno», Cagliari, a. I, n. 1-2, gennaio-febbraio 1946.
* Lettere inedite, «Il Ponte», Sassari, a. VII, n. 9-10, settembre-ottobre 1951.
* Canti, a cura di Mario Ciusa Romagna, collana «Lo specchio», Milano, Mondadori, 1955, 1980 (comprende i Canti barbaricini e i Canti del salto e della tanca).
* Lettere a Grazia Deledda, «Ichnusa», Sassari, n. 1, 1956.
* Canti e altre poesie, a cura di Francesco Corda, Cagliari, 3T, 1983 (comprende i Canti barbaricini, i Canti del salto e della tanca e altre poesie tra giovanili e disperse).
* Canti barbaricini, a cura di Anna Luce Lanzi, Bologna, Mucchi, 1993.

Fonti:
* Luigi Falchi, L’opera poetica di Sebastiano Satta, «La Nuova Antologia», Roma, 1 aprile 1915.
* Ferdinando Neri, Il maggior poeta sardo, in Saggi di letteratura italiana e francese, inglese, Napoli, Loffredo, 1937.
* Carlo Calcaterra, Il poeta barbaricino, in Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944.
* Bruno Rombi, Sebastiano Satta, Vita e opere, Genova, Sabatelli, 1983.

Note biografiche a cura di Paolo Alberti.

 

Le Prefiche

Notte di vento, notte di lamenti!
Tre prefiche stan ritte sopra i monti:
Vigili e tristi stanno a lamentare.
Non femmine ma Dee: sul focolare
Degli antri fan lamento con le fonti,
E il cuor divino gittano sui venti.

Barbaricine Dee che sui dirupi
Celan in arche dalle cento chiavi,
I sensi e i segni delle nostre vite:
Implacabili Mire redimite
D’alma quercia: Eumenidi soavi
E invincibili: e piangon sulle rupi.

Piangon col vento, gemon cantilene,
Nenie di madri su infiorate cune:
Ruggon bestemmie mormoran preghiere,
Latrano come cagne sperse in nere
Montagne, sotto cieli di sfortuna,
Ridon dementi, sognano serene.

Urlan d’amore sotto il ciel crudele:
Singhiozzan come voi, spose, sui fidi
Cuori defunti: spasiman feroci,
Avventan sorde disperate voci
Di vedovate madri lungo lidi
Deserti, dietro le fuggenti vele.

— O Deu, o Deu, o Deu! — grida, raccolti
Nel busto d’oro i seni, la marina
Prefica del Bàrdia. Al mesto grido
Rompon in pianto sul deserto lido
Le sirene: ma i cuori e la supina
Terra, paion in gran sonno sepolti.

— O Deu, o Deu! Barbagia, è la tua notte
Profonda e perigliosa: né ginepri
Hai tu per le tue fiaccole, né miele
Per le ferite tue. O di assenzio e fiele
Abbeverata madre! Aspri di vepri
Sono i tuoi colli, e son deserte e rotte

Le argentee porte dei tuoi gioghi. Il sole
Brucia il tuo pane, e son fatti scorzini
I tuoi pastori e serve le pastore.
Oh antichi maggi, odorate aurore
Di serpillo! Salìa dai cilestrini
Borghi, un ronzìo di pecchie e argute spole.

Ora la febbre stilla dalla esausta
Idria, l’acqua agli scalzi falciatori
Di giunchi e biodo, nei maligni greti;
I poggi senza canti ed i forteti
Senza fontane, assonnan tra i vapori
Gravi estuosi sotto l’aria infausta.

Perfida e grigia sta sopra Coràsi
L’altra prefica; siede al focolare
Spento, ché bene la riscalda il vampo
Del cuor crudele. — Ohi! Immé! Immé! Il lampo
Insanguina la tanca il salto il mare,
Urlan le Furie sui vertici rasi

Dai dèmoni del vento. — Immé! la pietra
Del focolare è fredda e tutta nera
Di sangue! O miei selvaggi figli morti!
Per gli ovili deserti urlano i torti
Nembi: son spenti i fuochi e nella fiera
Solitudine, il mio cuore s’impietra.

Sciagura al dì che al disperato cuore
Scese il congedo vostro, o mandrïani.
Esuli dalla tanca, in mozze chiome,
Leccaste il rancio della ciurma, come
Cani da piatto, e i turbini lontani
Invocai avversi alle migranti prore.

Ora badate i porci nella pampa,
E siete servi e siete manovali
Smarriti e inermi: ed ogni eremitano
Vi sputa addosso, e avete dell’estrano
Paese, modi e fogge, e siete quali
La gente di bisaccia, senza vampa

Di vergogna sul viso. O miei banditi,
Meglio meglio gli sdegni ed i corrucci
Vostri ed il vostro sangue, che non questo
Vil seme di bastardi! O asilo agresto
Dei monti, ultimo asilo, di che crucci
Fremé il mio seno, quando, tra i graniti,

Belli e violenti i vendicatori
Giacquero uccisi! E tu, aquila grigia,
Re di strada, canuta gioventù
Fulminata sul greppo! Ora non più
La brava tua canzon, mentre meriggia
La montagna, richiama i cacciatori.

Tornate, esuli imbelli, alle divine
Montagne. Già da tempo hanno le volpi
Guastato la vendemmia, e han fatto tane
Negli ovili i cignali. Alle lontane
Mandre tornate, alle baldanze, ai colpi
Di fucile, tornate alle rapine. —

Estrema voce al disperato coro
Vien giù da Bruncuspina. La nivale
Prefica piange: piange fuor dei boschi
Fragorosi, più su dei cieli foschi,
Nell’aere immacolato, in un nimbale
Diadema di nevi e d’astri d’oro:

— Donne, filate nella triste veglia
Le lane nere, i peciati velli
Degli arieti cresciuti nelle spiagge;
Filate, mentre anch’esse le selvagge
Fiere dormono e gli alberi e gli uccelli,
E solo la dolente anima veglia.

Donne, tessete con lo stame nero
Il fosco orbace, e lo tagliate tutto
Tutto tutto ad un nero vestimento.
Ahi! non bastano cento e cento e cento
Canne d’ordito, per vestir di lutto
Tutti i vostri pensieri e il mio pensiero!

E, donne, sospendete all’architrave
Di ginepro, le lampade di ferro:
E sia spento e spazzato il focolare,
E in devoto cerchio a lamentare
Siedete su sgabelli alti di cerro,
E bruciate l’olibano soave.

Ché vostra madre — verde alpestre ramo
Di leccio, amor dell’aquile, cuor mite
Ed atroce — già compie il suo destino.
Fatele onore, ché altra, nel divino
Cuore di madre, non portò ferite
Più di questa Selvaggia che piangiamo.

E neppur dieci coppie di quei buoi
Fortissimi, nutriti nel pianoro
Con la quercia, potrebbero in sette anni
Trainare la soma degli affanni
Tuoi, o madre veneranda, e del martoro
Tuo, e dell’odio di tutti i figli tuoi!

Fatele onore, ché fu madre antica
Di pastori patriarchi, che al verno
Popolavan di greggi i Campidani
E i paesi del mare, e avevan cani
E cavalli bellissimi, e governo
Avean sulla genìa scalza ed aprica.

E fu nutrice di servi fedeli
Che, delle spose immemori, nell’uzza
Del mattino, sui monti vigilavano
I verri, ed imperterriti cacciavano
L’irto cignale, con la selce aguzza,
E con la fionda l’aquila dei cieli.

E fu madre di vecchi e di garzoni
Arguti ai canti come la cicala
Del poggio, esperti al coro ed alla gara:
E d’agricoli fu madre preclara,
Abili nel guidare sopra un’ala
Di monte, i plaustri gravi di covoni.

Fatele onore! E voi, strani romiti
Pastori di Lodé, che vi cibate
Di carne e miele, voi di bassa fronte:
E voi pastori miei del Supramonte
Di Orgòsolo, aspre stirpi coronate
Di nera chioma, indomiti Pelliti,

Ecco, voi tutti, presso le fontane
Dei vostri ermi valloni, tra la selva
Cedua, stanate coi magri mastini
Il gran cervo solone; dai quercini
Boschi caduti, moribonda belva,
Salì le solitudini montane.

Qui l’uccidete ed arrostite i lombi
Sull’ampio focolare, e focolare
Sia un cerchio di nuraghe, e dal caprino
Otre fremente voi spillate il vino,
E pranzate nel bosco secolare
Ultimo, tutto vivo di colombi.

Fate il banchetto funebre, ed il canto
Triste e fatale ogni lamentatrice
Intoni cinta delle bende gialle:
La domatrice rude di cavalle,
La fiericida, la vendicatrice,
Stesa è sui monti col grande arco infranto!

Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell’associazione culturale Liber Liber.
Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni
sono disponibili sul sito Internet: www.liberliber.it

 


S.Satta - Canti